21 giugno 2012: TERREMOTO SETTIMANA 3, MOMO
di Andrea Accorsi
Sono trascorsi 21 giorni dalla mattina in cui le nostre vite si sono “scosse”. Adesso si trova anche la forza di riderci su (relativamente), quanto meno di stemperare il clima con qualche battuta per vedere se questi volti crucciati tornano a disegnare un sorriso. Non è facile, ma si deve. Momo ha 13 anni e frequenta il mio corso di atletica. Parla bene l’italiano, addirittura ostenta un accento modenese che spesso ruba il riso dei suoi compagni. E’ snello e alto per la sua età, ma ben proporzionato. Corre agile come un’antilope (nel suo sangue scorre l’Africa, anche se l’ha abbandonata a 4 anni per una “vita migliore”) e mostra una dentatura perfetta quando ride. Salta bene e non gli va matto per gli sport di squadra. A Momo piace cavarsela da sé. Martedì ci siamo fermati per fare due chiacchiere quando gli altri se ne sono andati in mensa. Lui vive al campo con il padre (muratore, imbianchino e anche elettricista), la madre (fa le pulizie) e 4 fratelli più piccoli. La casa dove vivevano è andata distrutta (un vecchio casolare di campagna). Alla mia domanda: cosa vorresti fare da grande (un ovvio di serie che mi esce sempre benissimo…)? Momo senza esitare un attimo ha risposto: l’ingegnere informatico. Perché? Ho insistito. E lui di getto mi detto: perché si lavora con il cervello. Mio padre e mia madre lavorano con le mani, ma io voglio lavorare con il mio cervello. Gli ho spiegato che anche il lavoro manuale è cosa nobile e che grazie all’opera di muratori e donne delle pulizie ognuno di noi può vivere in una casa ed averla pulita. Lui con un velo di malinconia negli occhi ed un accenno di sarcasmo nella voce ha ripreso: “Ma le mani, quelle di mio padre e di mia madre si stancano e si rovinano. Il mio cervello invece lavora sempre, anche quando dorme e non si rompe mai. Devo lavorare con il cervello, io.”
Non è necessario trovare una logica di fondo a questo pensiero e nemmeno un senso che non sia semplicemente quello di un ragazzino “sfollato” a Crevalcore, che guarda dentro al suo futuro ed invece di vedere tristezza vede certezza. La sua forza, la nostra forza sta nel credere sempre di poter essere migliori di quello che siamo. Momo a settembre torna a scuola (in un container, perché l’Istituto è crollato); io torno alle mie cose e il mio corso termina. Quando rientrando al camper ho fatto questo pensiero mi è venuto istintivo guardarmi le mani. Forse non saranno logorate come quelle di suo padre o sciupate come quelle di sua madre, ma sono mani di uno a cui non è mai piaciuto risparmiarsi. Momo forse l’ha capito, ed per questo che continua a farmi incazzare, chiamandomi “maestro”….
14 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 15, SCRIVO
di Andrea Accorsi
Non lo facevo da più di un anno. Non parlo di articoli di cronaca o di resoconti, ma dello scrivere per il piacere di farlo. Di quel meccanismo simbiotico che senza regole si dipana all'improvviso, come se volesse comandare lui. E ci riesce, quando parte. Non accadeva da più di un anno, ma ho ho scritto qualcosa. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con il terremoto. O forse non è proprio così. Fatto sta che ho scritto e che non ho ben chiaro il perchè e se continuerò a farlo, o comunque cosa ne farò di queste parole. Per il momento le butto qui, su questo sito, poi si vedrà.
"Ho capito che ero invecchiato il giorno che non ho provato alcuna meraviglia nel guardare il cielo.
Non era un giorno particolare, ma uno di tanti che faceva seguito a un periodo di intenso lavoro, dove il tempo si era srotolato senza pieghe, fino quasi a spalmarsi piatto, come un tappeto.
L’avevo ingoiato, il tempo, senza accorgermene. Il peso degli eventi si era fuso con la fretta di arrivare lontano, un senso di movimento che trasportava il mio vivere distante, senza lasciarmi lo spazio per vedermi crescere. Se ci fosse il modo di fermarsi a un tratto della nostra vita, e potersi osservare da fuori come si fa nei confronti delle altre persone, credo che la maggior parte di noi resterebbe turbata dall’immagine di sé. Il più delle volte ci lasciamo scivolare il tempo e le cose migliori che offre, senza nemmeno accorgerci di averlo vissuto e con quella insana sfuggevolezza che la frenesia del domani provoca. Non sono quel tipo di persona che ama rivangare, nemmeno per rinverdire i fasti delle emozioni vissute, ma piuttosto cerco di mordere quello che ho sottomano, al momento. Eppure, questo fluire degli anni mi ha cancellato spazi e immagini che non torneranno più, nemmeno nella memoria.
Altre istantanee dell’infanzia, invece, rimangono impresse nell’album della memoria come fotografie, scene a cui, non importa quanto tempo sia passato, mi torna sempre il ricordo.
Ho compreso meglio il senso di questo prodigio, la prima volta che ho guardato il mondo dall’alto della cima di una montagna. Ricordo l’azzurro elettrico del cielo che risplendeva sotto il sole di mezzogiorno. Si impresse sulla mia retina come un’apparizione soprannaturale. Mentre il vento soffiava nei capelli, per la prima volta avvertii l’odore della natura sulla mia pelle. Mi voltai a guardare mio zio, che mi osservava dalla parte opposta della cresta con un sorriso misterioso, annuendo a una domanda che non avevo ancora formulato. Seppi allora che non importava quale fosse il senso di tutto ciò, e nemmeno la meta di quel viaggio, né in quale modo o tempo sarebbe potuto rivivere quell’istante; da allora sarei sempre vissuto in un posto da cui ogni mattina al risveglio avrei potuto vedere quella luce azzurra e annusare quel profumo di selvatico che scendeva dal cielo come un vapore magico e trasparente. Era una promessa che non avrei mantenuto, ma avevo sette anni e non conoscevo la fatica di vivere."
13 Giugno 2012: TERREMOTO 2^ SETTIMANA,UN CORSO SPECIALE
di Andrea Accorsi
La diffcioltà nell'emrgenza sta nel ritrovare la semplicità là dove l'eccezionalità rappresenta il quotidiano. Ci siamo domandati più volte in riunione con gli assessori, le pedagogiste, gli insegnanti quali fossero gli strumenti idonei a trasmettere sicurezza e senso di continuità ad una popolazione travolta dall'eccezionalità (negativa, naturalmente). Ebbene ci è parso sensato riprendere tutto quello che in qualche modo il terremoto aveva interrotto. Seppur nella instabilità di un equilibrio assai precario, ma comunque con il medesimo spirito di quando le cose stavano a posto. Ed ecco che da stamattina al campo sportivo di Crevalcore (all'interno dello Stadio dove gioca il Creva, dotato di una discreta pista in tartan e di parecchie attrezzature per fare atletica) abbiamo lanciato un CORSO DI CORSA (per bambini dalle elementari alle medie)... Chi meglio del sottoscritto e di Monica potevano esporsi in tal senso, se non con il rischio che le mamme, vedendoci, pensassero: "e se poi mio figlio o mia figlia si riduce così...?!". Beh, qualcuno ha creduto bene di correrlo questo rischio e al campo alla prima lezione (gioco) di oggi si sono presentati ben 21 ragazzini (8 diverse etnie...). Ne abbiamo un centinaio nel Campo Sfollati, ma la maggior parte di età superiore. Toccava a me stamane aprire le danze (Monica lo farà nel fine settimana) e vi svelo un segreto: mi ha fatto talmente bene che al rientro in camper ho pensato una cosa come questa: "Perchè diavolo non l'ho mai fatto prima...!!!" Appuntamento a giovedì dalle 9.00 alle 12.00... Ps. Ci servono dei VORTEX.... Chi volesse...
09 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 11, UN SEGNALE DA ROMA
di Andrea Accorsi
Grazie al cuore del podismo romano che si è stretto in un abbraccio solidale con l'Emilia e i paesi colpiti dal terremoto, nella giornata di oggi si svolgerà a Roma una manifestazione di beneficenza: I MARATONETI ROMANI CORRONO PER I MARATONETI EMILIANI. 10 km all'interno del Parco pubblico di Caracalla (biscotto) con sottoscrizione a favore del Comune di Crevalcore. Noi ci saremo e per un giorno parleremo solo di corsa... e correremo...
08 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 10, L'AMORE VINCE SEMPRE
di Andrea Accorsi
Quando sento il bisogno di trovare uno spazio “franco”, una zona dove filtrare tutta la negatività che inevitabilmente certe situazioni della vita presentano, trovo quel posto, quel tempo, quel momento in un pensiero: L’AMORE VINCE SEMPRE. L’amore è l’unico sentimento che elude l’impossibile. L’amore ha fondamento talmente solide da non dare spazio neppure al terremoto. L’amore fa di un uomo un uomo completo. Oggi non ho voglia di parlare di terremoto. Oggi ho voglia di parlare del mio cane e di quello che il nostro (mio e di Monica) amore ha fatto un mese fa. Quello che segue è l’ho scritto in quel periodo e oggi mi è tornato in mente, come uno spazio “franco”.
Luna è il mio cane. Anzi no. Proprio mentre scrivo quest’introduzione mi accorgo della presunzione con la quale m’identifico padrone di una vita altrui. Luna è il cane che amo, il cane con il quale io e Monica dividiamo la vita, i pasti, il divano, il camper e spesso la corsa. Lo scorso anno una grave malattia l’ha privata di utero e ovaie. Abbiamo tribolato assai, ma poi grazie alla sua tempra robusta (è un segugio di circa 7 anni) e alla mano attenta del suo dottore ha saltato il fosso alla grande. Luna è irruenta e docile al contempo, un controsenso di espressioni e di comportamenti che la rende unica. Del resto sentirete dire la stessa cosa da qualsiasi uomo o donna che riceva amore da un animale. Sì perché il punto sta qui: amiamo e riceviamo amore dagli animali in egual misura? Non mi sono mai posto il problema (in 45 anni di vita hanno abitato le mie giornate 2 canarini, svariati pesci, 1 gatto e 4 cani) se non quando la scorsa settimana Luna s’è ritrovata appiccicata ad un nuovo referto medico: tumore al rene. Che ci vuoi fare… Le parole sono quelle, non hanno mica un’altra spiegazione se non la verità. Ti scappa qualche Madonna all’indirizzo di qualche stronzo a caso, che gli va sempre fatta bene, mentre ai buoni capita un referto così… Io li definisco gli “ovvi della sofferenza”, quegli sfoghi, anche se sarebbe più corretto chiamarli “ovvi dell’incazzo”. Ci si accanisce per mezz’ora contro la sfiga e le si da il volto e qualche volta anche il nome e cognome di qualcuno, ma poi ci si ritrova con la cruda realtà tra le mani: una lastra, un referto, un muso arricciato che ti guarda con gli occhi più vivi del mondo. E tu ti domandi se quegli occhi erano così anche prima di leggere quel referto, anche quando le giornate passavano via lisce senza intoppi. Ho la sensazione che a volte l’uomo sia costretto a confrontarsi con l’irrimediabile per accorgersi del normale. L’amore ci dovrebbe insegnare l’unica cosa che conta davvero nella vita: oggi, adesso è il momento migliore di sempre. Amare senza riserve, ma più di ogni altra cosa, vivere senza riserve. Farlo con tutto l’entusiasmo del mondo e con poche aspettative. Farlo solo perché se l’aria ci fa respirare, se l’acqua ci disseta, se il cibo ci alimenta, l’amore ci rende immortali. Va beh, anche questo è molto ovvio, ma tornando a Luna, i suoi occhi non trasmettono sofferenza, anzi. Le sue espressioni sono immutate e ricche di gioie nuove. E’ impossibile soppesare con un metro la ricchezza dell’amore e la quantità con la quale un cane sia in grado di rinnovarlo, quel sentimento, ogni volta che semplicemente ti butta gli occhi negli occhi. Quando rientri, quando te ne vai, quando fai un gesto come un comando, perfino quando la sgridi o ancor peggio quando di lei te ne fotti. Gratitudine a gratis, a quintali… Luna se ne stava rintanata nel fondo di una gabbia comune, insieme a due cani di grossa taglia nel canile di un paese di campagna in provincia di Modena. Cinque anni si fece fare una carezza timorosa dalle mie mani, ma senza perdere il decoro. Fossimo capaci noi umani, di mantenere la dignità nella sofferenza, avremmo risolto buona parte dei nostri problemi. La presi fuori insieme a Monica da quella gabbia e sovvertendo una decisione di qualche anno prima (dopo Rudy, basta con i cani), la portammo a casa nostra. Per chi non ha mai condiviso la vita con un animale, nello specifico con un cane, può sembrare tutto molto amplificato. Perfino blasfemo, per chi crede. Eppure solamente questo pensiero, nella sua banale semplicità, dovrebbe chiosare sulla questione: chi decide di portarsi a casa un animale, compie un gesto in perdita, fin dall’inizio. Noi siamo consapevoli che ogni nostro sentimento d’amore è qualcosa d’immenso e lo cementiamo nell’idea che potrà durare in eterno. Quanto meno potrà durare più di noi. Mettiamo al mondo dei figli con la consapevolezza che solo un evento nefasto potrà portarli via da questa vita, prima di noi. Amiamo un nostro simile con una fiducia smisurata e furiosa, augurandoci di non doverci mai privare di quella presenza: me ne andò prima io, per farla breve. Ma quando la scelta cade su un animale, su un cane, è una preferenza viziata già all’origine: siamo consapevoli che tutto il fiume del nostro amore e del suo, ha già una scadenza definita. Più o meno lunga, ma comunque già quantificabile. E guardate bene che ci vuole un gran coraggio ad accettare l’idea che questo flusso di sentimenti (reciproco, seppur inconsapevole della separazione programmata, da parte del cane) non possa avere speranze, ma solo scadenze. Ogni volta che perdiamo quegli occhi carichi di attese, di vita, di peli, si rinnova un taglio nel cuore. Ma la vita è anche questa. La vita è anche consapevolezza e accettazione, così come l’amore è l’unico vero sentimento che può sopravvivere a tutto ciò incondizionatamente. Ebbene Luna questa mattina alla 8.30 ha chiuso gli occhi e una lama ha cercato di pulire quell’ombra nera stampata sull’ecografia, asportandole un rene. Io ho deciso, questa mattina, di correre. Perché insieme abbiamo corso tante volte e lei sempre a tirare a saltare a farmi sputare sangue sulle salite e accidenti nelle discese. Non da retta neanche a darle dei calci nel culo. Poi per un istante si ferma, si gira e mi fissa dritto nel cuore: e lì, in quella frazione di secondo, è l’unico paio di occhi al mondo, insieme a quelli della mia donna, capace di parlare il silenzio. Poi riparte e vaffanculo, ancora più forte, ancora più scatenata e furibonda di prima. Se c’è un modo per sentirsi vivi, lei ce l’ha nelle vene. Questa mattina rifiuto la sua immagine distesa su un tavolo e vado in cerca degli affanni con la corsa. Parto lento, ma poi mi sale in gola l’ansia e accelero. Guardo il Garmin e vedo che ho fatto un chilometro in 3’50”. Non basta, lei forse ha fatto cinque minuti di anestesia e chissà cosa le passa per il cervello a quella bestia. Chissà se se lo spiega un ago piantato nel pelo e una mascherina bianca sul muso di uno che le mette le mani addosso. Non le posso spiegare chi è e cosa fa quello lì, non le posso fare un fischio, come quando corriamo nei boschi, in montagna. Mi sento perdutamente inutile, posso solo correre più forte. Un altro chilometro se ne va, questa volta in 3’38” e le prime lacrime di sudore si fanno spazio sulla mia fronte, mentre quelle che spingono dagli occhi le rimando indietro. Un giorno l’abbiamo persa. Era estate, era un bosco sul Corno alle Scale. Io e Monica abbiamo trascorso un intero pomeriggio su è giù per la montagna, tra urla e fischi, fischi e urla. Poi quando all’imbrunire ci siamo arresi, lei è sbucata da un cespuglio come se niente fosse. Si è avvicinata e mi ha leccato. Non è obbligatorio trovare un senso a queste cose. Basta farsele scendere dentro. Ora il pensiero torna a quella sala operatoria, inevitabilmente. Vorrei passare di lì, ma so che me ne devo stare buono ad aspettare. Una telefonata, hanno detto, aspettare una telefonata. Allora accelero e mi faccio crescere un pensiero talmente stupido che mi colpisce davvero: se corro forte, forte come lei, Luna ce la farà. Luna in effetti mi somiglia parecchio: non è velocissima, ma molto resistente. Corre ore senza lamentarsi e ha poche esigenze. Però quando il culo le tira dalla parte sbagliata, non c’è verso di farle muovere un passo. Questo chilometro viene a 3’27”, quasi il limite per me. Ieri sera sul divano, mentre la carezzavo, le ho sussurrato più volte questa frase nelle orecchie: L’AMORE VINCE SEMPRE. Non avevo altri strumenti, altro dizionario di comune comprensione, se non quello della fiducia e dell’amore. Provo a dare un’ultima spinta, una zampata finale a questa corsa delirante, ma sento il cuore che scoppia nel petto. Il suo è forte, ha detto proprio così al veterineri (in dialetto bolognese è più vivo…), “ha un cuore forte”. Il mio rischia l’infarto, ma stampa un bel 3’19” sull’asfalto, prima di andare fuori giri. Scaravento le braccia lungo i fianchi, cercando la distensione delle spalle, così magari fa meno male. Lei è ancora là e io penso al cellulare sul tavolo in cucina. Se suona non ci sono. Salgo le scale di fretta, tanto poi mi rilasso più tardi. Luna quando le scende, le scale, sembra una vecchia matrona col culo flaccido che sbanda. E’ buffo quel cane, mi fa sorridere solo al pensiero. Quando entro in casa mi precipito sull’arnese a vedere se c’è una chiamata persa, ma niente. Nessuna spia verde. Riprendo fiato e mi scolo mezza boccia di Ferrarelle. Mi torna in mente quel pensiero di prima: abbiamo davvero così bisogno di rasentare il limite per poter esprimere al meglio i nostri sentimenti? Ho come la sensazione che il mondo soffra di apatia sentimentale. Le persone recitano spesso parti fuori copione, dimenticando di interpretare l’unica veste che gli compete: se stessi. Fatichiamo ad esprimere sentimenti veri, come la gioia, l’amore, la felicità. Abbiamo un’assurda paura di apparire nelle manifestazioni di vero affetto, mentre non proviamo quasi mai vergogna nel fingere di essere ciò che non siamo. Almeno in questo bisogna dare atto ai cani della loro netta superiorità. Sono stronzi al naturale, ma proprio per questo tremendamente veri e amorevoli. Sia ben chiaro, sono un convinto assertore del genere umano e non un animalista sfigatato. Mi piacerebbe solo potermi vantare con maggior decisione, di queste presunte e spesso negate dall’evidenza, doti umane. Il sottoscritto in primis.
Quando il cellulare vibra, il mio cuore riprende la sua corsa. Per un istante temo l’infarto, per davvero. Sudo freddo e comprendo, così, al volo nell’arco di una frazione infinitesimale, quanta misera cosa divento dinnanzi alla paura. Sfioro il tasto della risposta con delicatezza. Vorrei fermare il tempo per non correre rischi, ma la vita è rischio. Ascolto le parole che arrivano dalla parte opposta. Al veterinerì ha telefonato a Monica, ed ora è la sua la voce che riempie il mio cervello. Butto giù tutto quello che arriva, ma stavolta perdo la gara con le lacrime. Loro sgorgano irrefrenabili e rigano la mia faccia stanca. Luna le leccherebbe…
Poso il telefono sul lavello e mi lascio cadere sul divano. Ci sono miliardi dei suoi peli appiccicati ovunque e il suo odore è qualcosa che nutre l’aria come l’aroma della rugiada. Il suo odore è per me un sentimento… Difficile da spiegare con le parole. Mi lascio andare disteso su quel sofà, mentre tutt’intorno s’annebbia l’ambiente e i colori sfocati diventano un fiume in piena. La vita fa così. La vita riempie e svuota come il giorno e la notte. La vita taglia e ricuce come il veterinerì. Ma l’amore, l’amore, vince sempre. Stasera Luna torna sul suo divano ed io rientro nel mio piccolo vivere, fatto di questi momenti, dei chilometri spesi in un voto senza senso, degli odori di una cane buffo (senza utero, senza ovaie e da oggi senza un rene), dell’amore di una donna meravigliosa. E adesso chi glielo dice a quella là, che deve andare piano quando ci spariamo giù per un calanco… Adesso che è più leggera, chi la tiene più…
07 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 9, IL SILENZIO
di Andrea Accorsi
Ho camminato il centro del mio paese, chiuso come un lager. Protetto dalla vigilanza costante delle Forze dell'Ordine, cinto da reti alte a maglie spesse, pugnalato nel cuore dal terremoto. Ho camminato quelle vie dove la fornai cuoceva il pane di segale, dove l'erborista mi vendeva l'argilla ventilata, dove il bar della mamma di Monica serviva un caffè che era una poesia, dove da Papi ti bevevi un calice di Gutturnio, dove le vetrine di Cadillac mi vestivano come un ragazzino di 45 anni, dove l'edicola era l'appuntamento fisso di fine mese con Correre, dove c'era tutta la nostra vita in movimento.
Ora c'è solo SILENZIO.
Il silenzio racchiude molte più parole di un intero discorso, racchiude le parole non dette, le più belle. Il silenzio è il rumore dell’anima;è più assordante di un frastuono perché in esso ci sono tutte le cose che si vorrebbero dire, ma non ne si ha il coraggio, o non ne si trova il tempo. In questo periodo ci sono stati molti minuti di silenzio,a causa delle vittime di oggi e il ricordo di quelle di un tempo, e sembra come se qualcuno in sottofondo parlasse, anzi gridasse, ogni singola sillaba che nessuno dirà mai. Il silenzio è immaginazione, in me, nasce musica, poesia, ricordi..i quali svaniti negli anni, raffiorano come un temporale nel pieno dell’estate.
Ma questo silenzio, quello surreale del centro storico del mio paese, è un silenzio insopportabile...
E poi ti chiedi il perché.
Il perche vuole allontanarsi, ma in fondo il perche lo so già.
So già che non posso restare nel cuore di questo silenzio, so già che arriverà il giorno che dovrò uscire da quel cuore pieno di dolore, che la rabbia di quel giorno può rovinare una vita di meraviglie…quasi perfetta anche nei suoi difetti.
In fondo non mi resta che amarlo in silenzio, quel silenzio, mettere la speranza in un cassetto e nutrirmi di tutto ciò che riesce a darmi il mio domani.
06 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 8, ALFIO
di Andrea Accorsi
Oggi verso le 9,20 del mattino, inutile negarlo, un brivido ha tagliato la schiena di tutti noi. Il pensiero è andato alla settimana scorsa, a quell’ora in cui la terra ci ha reso piccoli e la paura è diventata grande. Il mio vicino si chiama Alfio e da buon pensionato emiliano in questi giorni ha cercato di stemperare le tensioni, raccontando aneddoti della sua infanzia da sfollato.
“Eravamo due gemelli e mia madre ci nascondeva nella casa di un contadino sull’Appennino Modenese. I tedeschi, quei maledetti, li cercavano i gemelli, per portarli in Germania e farci le loro porcate”. Srotola parole a raffica Alfio quando ci si mette e suoi racconti si colorano di storia, quella scritta sulle pagine di una vita vissuta e non quella stampata sull’anonimo foglio bianco di un libro bugiardo. Da bambino ho avuto la fortuna di convivere con la nonna paterna, classe 1898. Lei è stata il mio abbecedario e i suoi racconti hanno arricchito la mia vita. In questi giorni ho ritrovato la stessa intensità emotiva ascoltando Alfio e mi sono chiesto una cosa: abbiamo bisogno di una disgrazia per accorgerci della bellezza delle persone ? Io vivo porta a porta con Alfio e sua moglie da sei anni e a malapena lo saluto. In due giorni ho confidato più segreti e stronzate a lui che in 45 anni a mia madre. Naturalmente il limite è mio, ma ho la sensazione girando per le strade di Crevalcore, per il campo sfollati, nella mensa pubblica, che questo sentimento di fratellanza sia edificato sulle fondamenta di una tragedia. Il terremoto. Ci ha reso tutti più umani e in questa condizione di disagio sentiamo il bisogno del contatto, della carezza che solo la parola sincera sa dare. Dell’esprimersi come fratelli e dell’ascoltarsi come amici. Perché siamo così impastati di pregiudizi da precluderci queste opportunità nei periodi di “vita normale” ?
Beh almeno qualcosa di buono l’ha prodotto stò terremoto bastardo (come lo chiama il cuoco della mensa sfollati). Ci ha avvicinato e speriamo che il calore prodotto resti anche dopo il rientro alla normalità.
“Quando vivevo sfollato dal contadino con mio fratello, si dormiva in una stalla puzzolente con il tetto bucato. Ci pioveva dentro e la cosa che ci faceva impazzire erano i topi. Perché devi sapere che quelli, ti mangiano i lobi mentre dormi…!!! E non c’avevamo mica il veleno per fregarli, quei maledetti. Allora io ci correvo dietro tutto il giorno e cercavo di spingerli verso un buco nel muro della stalla. Mio fratello stava dall’altra parte con una mazzetta (martello) in mano, pronto a fargli la festa. Quando ne prendevo uno per la coda lo spingevo nel buco e lui, mio fratello, BAM…”
Di questi racconti la nonna me ne ha lasciati in eredità parecchi, ma oggi risentirli dalla voce di Alfio rivivono. Devo un grazie immenso anche a lui, per avermi regalato qualcosa in più di una storia: una carezza nel cuore. Non la meritavo.
05 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 7. IL PICCOLO PRINCIPE.
di Andrea Accorsi
Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
" L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
" E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa…" sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
" Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.
Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…"
" Io sono responsabile della mia rosa…." Ripetè il piccolo principe per ricordarselo.
Ecco cosa significa avere a cuore le cose… Perderle non è una questione di possesso, ma di cuore e del tempo speso per farcele entrare, quelle cose, quelle case, nei nostri cuori… Ieri ha diluviato a Crevalcore e si faceva fatica a trovare un sorriso. Mi sono tornate alla mente queste parole di Antoine de Saint-Exupéry nel PICCOLO PRINCIPE. Ognuno di noi nell'arco della propria vita ha speso danaro, ma più di ogni altra cosa ha speso tempo per "addomesticare" gli affetti e per costruire il proprio mondo. Il terremoto se ne frega e azzera in un attimo questo lavoro certosino, creando un vuoto sotto ai piedi, come quello di un pavimento che crolla. Bisogna ricominciare tutto dall'inizio, ma c'è qualcosa, ho pensato mentre pioveva, che mai nessun cataclisma sarà capace di cancellare: quello che ho imparato. Le letture che fatto e le parole che si sono stampate nella mia mente; quelle rimangono in piedi sempre, anche quando le scosse sono violente. Dobbiamo ricominciare da lì, da quelle cose che il tempo ci ha regalato sotto forma di esperienze e di insegamento. Il nostro bagaglio culturale non è perduto e sarà il primo mattone di una nuova vita. FORZA RAGAZZI C'E' UN ALTRO PIANETA DA SCOPRIRE, direbbe il PICCOLO PRINCIPE...!!!
04 Giugno 2012: TERREMOTO GIORNO 6. UN'ILLUSIONE CHIAMATA MAGNITUDO 5.6
di Andrea Accorsi
Era stata una giornata di sole, una di quelle che ti mettono di buon umore, anche quando trovare un sorriso sembra più difficile del solito. Era stata una giornata dove le grida dei bambini nelle tendopoli erano di gioia, per un momento di felicità a cielo aperto. Loro hanno l’animo pulito di riesce a trovare la felicità negli angoli del dolore. Loro non sono fortunatamente ancora contaminati dai nostri difetti e vivono il sole come un raggio di speranza. Noi lo vediamo come un “problema” di calore… Ebbene, questo primo fine settima da “sfollati” o “terremoti” era iniziato con tutti gli auspici del caso e qualcuno, verso sera, vociava anche su una possibilità di rientro tra le mura di casa. Chi non aveva subito danni strutturali, ma rimaneva lontano dagli alloggi per la paura di nuove scosse, stava trovando il coraggio del “ritorno”. Poi le 21,20…Ieri sera alle 21.20, quando l'ennesima scossa violenta (5.1) ha fatto tremare Crevalcore, le nostre case si sono ulteriormente danneggiate e qui ormai rimangono davvero pochi gli stabili agibili. Ecco che quel fiotto di ardimento strappato a ore, giorni di terrore, si è sgretolato come muri di sabbia al vento. Quello che leggo oggi negli occhi della mia gente, è questo sentimento di “subita violenza”. Nessuno può capire, se non l’ha vissuto di persona, cosa significa subire una tale vessazione della propria libertà. Il terremoto ti riduce ad una schiavitù infinita: non sei più padrone delle tue scelte, del tuo tempo, della tua vita, se non in funzione di un evento che non puoi dominare né tanto meno prevedere. Tutto questo ti limita ad un “vivere recluso”, che mortifica tremendamente l’uomo. Di questo si dovrebbe parlare alla televisione, ma soprattutto a questo si dovrebbe pensare di fare fronte, perché la vita di un pase, la rinascita di una nazione, dipenderà sempre dal grado di fiducia e dallo stato sociale sul quale ogni singolo cittadino può contare. Qui, nella nostra pianura, è tutto azzerato. Purtroppo una malainformazione continua a palesare un difetto d'origine: i numeri vengono dati in funzione delle vittime. Si è creata questa insana equazione: poche vittime=scarso evento. Invece sono migliaia le persone nella sola provincia di un paese minuto come Crevalcore, che sono senza casa e ancor peggio, senza lavoro. Quasi tutte le attività commerciali sono perse con la terribile conseguenza che il paese va alla deriva oltre che economica, anche e soprattutto sociale. Si svuota lentamente l'anima che rendeva viva una terra: fuggono tutti da qui e l'idea di una rinascita appare sempre più ardua. Questa è la realtà che i quotidiani e i media in generale mascherano dietro a fasulle immagini e notizie sottostimate...
E purtroppo il fenomeno non accenna a fermarsi, anzi la terra trema con sempre maggior frequenza, lacerando le falde già presenti sulle strutture labili. Quello che stanno organizzando a Rimini, grazie all’interessamento diretto di Gelo Rusin e a Roma, grazie all’intervento di Marco Raffaelli e del suo Team, merita tutto il nostro rispetto e tutta l'attenzione possibile, per diffondere l'unico messaggio che in questo momento di tremenda difficoltà conta: l'unione fortifica là dove il terremoto disgrega. Se i muri cadono, i sentimenti devono ricucire le ferite e la solidarità reciproca deve diventare la base sulla quale poggiare le fondamenta di una nuova vita. Perchè quello che nessuno dice, quello che nessuno urla, è che nessuno aveva voglia di ricostruirsela una vita... Si era più o meno tutti felici della propria, compreso i difetti di fabbricazione...!!! Ma ci faremo forza e ripartiremo.
02 GIUGNO 2012: TERREMOTO GIORNO 5 - CHI HA PAURA MUORE TUTTI I GIORNI; CHI NON HA PAURA MUORE SOLO UNA VOLTA
di Andrea Accorsi
Questa frase se ne stava appesa stamane nell’atrio della biblioteca comunale, temporanea sede degli uffici del Comune. Qualcuno ha pensato bene d’infondere un’iniezione di coraggio o comunque un messaggio diretto, di quelli che ti rimbalzano nella testa per ore e ore, una volta che li leggi. E così è stato. In questi giorni mi sono domandato spesso quanta forza ci volesse per sottrarsi alla continua frustata della paura… Paura che ti stringe il collo ogni 15/20’, ogni volta che la terra sussulta, ogni volta che un bambino piange, ogni volta che un anziano prega, ogni volta che uno sfinito bestemmia. Paura che si traveste da quiete, quando il tempo all’improvviso pare arrestarsi sulle note di un silenzio irreale. Mutismo che è spesso preludio di rumore: sirene, boati, stridori. Allora ci vuole davvero un gran coraggio per non farsi trascinare in quel vortice dalla paura. Io non ce l’ho sempre quell’audacia… A volte tremo, a volte piango in silenzio e lascio che le lacrime bagnino il cuore, senza emergere sul volto… Io non ce l’ho tutto quel coraggio… Mi sento vinto da qualcosa che non posso prevedere, che non posso governare, ma che più di ogni altra cosa, DEVO SUBIRE. Mi spaventa il fatto che non ho armi per difendere le persone che amo e sono inutile dinnanzi al loro stato di fragilità. Il terremoto mi vince quando vuole… E’ una lotta maledettamente impari. La corsa mi ha insegnato che ci si confronta in maniera leale, perdendo e vincendo in base alle proprie qualità… Qui non funziona così. Oggi ho servito i pasti alla mensa della Protezione Civile (ognuno aiuta come può e io non riesco a fare molto…). Sui contenitori termici c’era una scritta: SFOLLATI DI CREVALCORE. Mia nonna quando ero bambino mi raccontava le sue vicissitudine di “sfollata” a causa delle guerra. Quel peregrinare senza tetto, senza cibo, senza pace. Quella convivenza forzata con la paura quotidiana di non arrivare a domani. Beh, è questo che c’è scritto adesso sui nostri pasti. SFOLLATI DI CREVALCORE. Lo sfollato è la persona costretta a lasciare temporaneamente la propria residenza abituale a causa di una guerra o di altre calamità (questo dice il dizionario). Lo sfollato è la persona costretta a lasciare la propria dignità, questo ho pensato io, servendo un piatto di pasta asciutta a 1000 anime travolte. Non c’è spiegazione, c’è solo la voglia di cancellare tutta questa miseria con un colpo di spugna. Ma non funziona così… Ecco allora che quel foglio appeso nella biblioteca di Crevalcore diventa qualcosa in più di un messaggio. Qualcosa in più rispetto ad un’esortazione al coraggio. Diventa il coro di voci di tutti coloro che non possono scappare dalle proprie paure, ma che hanno imparato a non voltarsi indietro. Quelle parole sono la strada da seguire, anche se ognuno lo sa fare a modo proprio. Io piango in silenzio, qualcun altro urla, qualcuno più forte di noi sorride. Ma tutti abbiamo ben chiaro un pensiero e ce lo siamo tatuati nel cuore: AVANTI…SI MUORE UNA VOLTA SOLO. FORZA CREVA…!!!
31 Maggio 2012: TERREMOTO GIORNO 3
di Andrea Accorsi
Oggi Crevalcore si è svegliata con un altro taglio: magnitudo 3.9. Ancora crolli e case inagibili. Non si salva niente...Sono termini che fino a poco tempa fa appartenevano solo a distanze e tempi lontani e che non avevano strascichi sul nostro vissuto, se non nella misura in cui ognuno poteva viverli in relazione ai disagi altrui. Oggi ci siamo noi a fare i pugni con quelle parole: magnitudo, scosse, sciame sismico, tendopoli, macerie, ecc. Oggi c'è un paese tremendamente bello che muore sotto una nube di paura e che si desertifica per opera di un terremoto. Vorrei avere le parole adatte per descrivere quanto sia grande l'orgoglio e la forza della mia gente, decoro del quale vado fiero più della mia stessa vita. Vorrei farvi respirare la forza che scorre nel sangue dei nostri contadini, feriti, laceri nel cuore, ma sempre alti nell'animo e potenti nelle braccia. Non ne sono all'altezza, e allora prendo in prestito quelle parole da chi ieri è riuscito a scriverle con esatta misura: Michele Serra. Leggete quanto segue, uscito su Repubblica e capirete perchè anche in questa tragedia si trova il tempo e il modo per parlare di dignità (spero che quel tempo e quel modo lo trovino anche i nostri governanti, anche se dubito, di loro, a differenza dei miei contadini e dei nostri operai...)
I CONTADINI E GLI OPERAI DELLA MIA TERRA
Di Michele Serra (Repubblica 30/05/2012)
LA SOLA cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov'è quel lontano.
E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall'intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l'immagine di un posto, di un popolo, di una società.
Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.
A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell'Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l'infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l'addio alla povertà, l'approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L'Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l'Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.
Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l'afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c'erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime). Se sei un forestiero e l'aria non è limpida, e non vedi l'Appennino che segna il Sud e - più lontano - le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun'altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l'ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.
Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l'equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola "lavoro", da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì "mai visto un lavoro del genere", il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell'identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell'Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all'ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.
A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all'interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l'odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore. Per quanto il terremoto abbia fatto "un lavoro mai visto", il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.
30 Maggio 2012: TERREMOTO
da Andrea accorsi e Monica Barchetti
Questo è il pezzo che non avremmo mai voluto pubblicare... Purtroppo il terremoto di ieri, martedì 28 Maggio ha privato noi e la nostra famiglia dell'agibilità delle nostre case e dell'attività commerciale di famiglia. E' un momento che mai nella vita di un uomo si dovrebbe configuarare e che lascierà ferite e cicatrici perenni. Ma noi siamo ancora qui, e il nostro pensiero va a chi non ce l'ha fatta. L'ultramaratona ci ha insegnato a soffrire, a cadere, a rialzarci con tutta la grinta e la fotta che solo l'uomo è in grado di tirare fuori. Ricominceremo proprio da qui, da dove crediamo stiano radicati i valori che fino ad oggi ci hanno sorretto: il nostro lavoro e gli affetti. Grazie a tutti voi che vi site stretti con immensa umanità al nostro dolore. Ripetiamo: prendiamoci cura di chi versa in condizioni peggiori delle nostre. Monica e Andrea di MONDOULTRA
25 maggio 2012: IL 09 GIUGNO L'EDIZIONE 0 DELLA 24 ORE SELF TRASCENDENCE DI PADOVA
dalla Redazione
Sabato 9 giugno avrà luogo a Padova un importante evento di
Ultramaratona, l'edizione speciale della Self Transcendence 24 ore di Padova, I° trofeo Sri Chinmoy della Pace. La corsa è organizzata dallo Sri Chinmoy Marathon Team e in gemellaggio con la Sri Chinmoy Oneness Home Peace Run (Corsa mondiale della Pace).
L'ultramaratona vedrà la sua partenza alle ore 9:00 ed assegnerà
riconoscimenti individuali. La competizione si svolgerà sul circuito di 400m dello stadio Franceschini di Padova. L'arrivo è per le ore 9:00 di domenica 10 giungo. Le premiazioni avverranno dopo un'abbondante colazione-pasto offerta dagli organizzatori.
Lo Sri Chinmoy Marathon Team organizza altre prestigiose 24 ore, come la Self-Transcendence 24 Hour Race di Londra e la Self-Transcendence 24 Hour Race di Ottawa, che ha il merito di essere stata tra le prime ventiquattrore al mondo (1984). Il record mondiale di questa specialità di ultramaratona appartiene a Yiannis Kouros (GRE), con 303.506 km (sempre su pista), avvenuto durante un'altro evento organizzato dallo Sri Chinmoy Marathon Team, lo Sri Chinmoy Ultra Festival ad Adelaide, Australia, nel 1997.
La Corsa della Pace (Sri Chinmoy Oneness Home Peace Run), nata nel
1987, è la staffetta podistica più lunga al mondo: la corsa abbraccia e unisce più di 100 nazioni in ogni continente con un messaggio di pace, portando di città in città una fiaccola di tipo olimpico, testimone di unità e fratellanza.
18 Maggio 2012: MONICA BARCHETTI E ANDREA ACCORSI NUOVI PRIMATISTI ITALIANI DELLA 6 GIORNI
Comunicato Stampa Ufficiale
Va in archivio anche la 2a ed. dell’International Ultramarathon Challenge sul Lago Balaton, la 6 giorni corsa su un circuito di poco più di 900 metri all’interno del mega campeggio sulle rive del lago.
Ed anche quest’anno l’Italia è stata grande protagonista grazie ai bolognesi Andrea Accorsi e Monica Barchetti, compagni di colori nell’Atl. Calderara Tecnoplast e di vita a Crevalcore (dove nei rari momenti di sosta organizzano la Maratona del 6 gennaio), al via con l’obiettivo della MPI sulla distanza per Andrea e l’innalzamento della MPI per Monica, MPI già in sue mani.
Che fossero ben allenati ed in spinta lo si è visto subito, con passaggi costanti ed in linea con le tabelle di marcia di Leo Marazzi, preparatore atletico della coppia.
Così il primo tappo di spumante è saltato già per festeggiare la nuova MPI di categoria di Andrea al passaggio delle 48 ore, portata ora a 323,1 km mentre Monica, sulla stessa distanza, ha staccato la MPI assoluta, portandola a 268,2 km.
Ai due Atleti bolognesi altri limiti (già in loro possesso, per ora non ufficialmente riconosciuti dalla IUTA ma sempre ottima indicazione del passo e dell’impegno) con Andrea che ha percorso nelle 72 ore446,4 km(ex 422,123) e Monica nello stesso tempo si è fatta ben376,2 km(ex 358,219).
Andrea è sempre stato nel gruppo di testa, subito comandato dal tedesco Wolfgang Schwerk (1010 km di personale) e dall’australiano Martin Fryer (783).
Tra le donne, uscita pochi giorni prima del via la favorita Gayter, Monica divideva i pronostici con la tedesca Cornelia Bullig (775 km di personale).
Tre giorni con temperature fino a 39° ed assenza di vento poi, improvviso, un violento acquazzone, vento fortissimo e temperatura scesa fino a 7°, da mettere a durissima prova gli Atleti e l’Organizzazione ma non certo il Team dei Bolognesi, con Michele (fratello di Monica) che non si è lasciato impressionare, mantenendo l’assistenza programmata per i due Atleti: una sicurezza.
Grosso problema fisico per Andrea dopo la 4a notte. Sentito un forte ed improvviso dolore al polpaccio sinistro è stato portato a braccia e assistito dallo Staff ungherese e poi dal medico italiano del Team di Antonio Tallarita che ha fatto un bendaggio per limitare il versamento ematico. Si sospetta la lesione di primo grado nella giunzione mio tendinea del gemello laterale. Stop di oltre 1 ora con abbondante ghiaccio sulla parte dolorante e poi di nuovo in gara, con Andrea che non ha voluto mollare, volendo continuare pur solo camminando
La sua tempra dura ha vinto e così è tornato in gara, pur con fortissimi dolori, mentre gli avversari si facevano sotto, soprattutto il reggiano Antonio Tallarita.
Poi Andrea ha preso un buon ritmo e dopo 136 ore e 27 minuti è finalmente riuscito a far sua la MPI assoluta, fino ad oggi di Lucio Bazzana (754 km fatti ad Atene nel 2010).
Tra le Donne Monica ha avuto la sua avversaria più temibile nell’idolo di casa Kristina Bakucz, sempre attaccata ed in un paio di occasione, nel gioco di corsa/riposo, anche passata davanti.
Penso che poi Monica abbia spostato la mente sui guai del compagno Andrea ed infatti, appena Accorsi ha battuto la MPI, Monica ha ritrovato forse ancora più spinta, ha impresso un ulteriore accelerazione e “limato” ancora la sua MPI, ancora a diverse ore dalla fine; il risultato finale le vale anche la Migliore prestazione Mondiale dell’anno (e scusate se è poco).
Per Andrea Accorsi i km finali sono 777,621 (3°assoluto); per Monica Barchetti i km sono 723,227 (1^ donna e 8^ assoluta). In gara anche altri due atleti italiani: Antonio Tallarita (4° assoluto) con km 761,482 e Giovanni Piscopo (32° assoluto) con km 460,800
Risultato mai messo in discussione nella Classifica per Nazioni, dove i ns colori sono stati portati in alto da Accorsi, Barchetti e dal reggiano Tallarita; sempre in testa, con il loro ritmo hanno sgretolato gli avversari che si sono succeduti alle loro spalle.