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24 feb 2009 - ROBERTO ALDOVINI

Roberto Aldovini
24 feb 2009 - ROBERTO ALDOVINI - MONDOULTRA
a cura della Redazione
"Nessun flash, nessun applauso, solo il soffice tocco di qualche lacrima che scivola sulle guance"
(pensiero di Roberto al termine della sua bellissima ed entusiasmante avventura)

Abbiamo incontrato Roberto Aldovini, che gentilmente si è concesso per una breve intervista, dandoci l'opportunità di arricchire, oltre che il nostro sito, anche e soprattutto il nostro animo di viaggiatori.
Roberto è un ultramaratoneta con la U maiuscola. Un uomo incline allo scavo, all'introspezione come motrice per quella che è la sua passione. Lo spirito di ricerca e la voglia di perdersi tra le strade che riconducono alla propria essenza muovono quest'uomo in direzione del proprio animo. L'ultramaratona si dimostra in questo un percorso assai più ricco di quanto non possa essere descritto solo attraverso una classifica o un tempo di percorrenza. Parafrasando proprio un pensiero di Roberto, è " un viaggio dove ci si perde e ci si ritrova sempre diversi ".
Qualcuno predilige la compagnia del proprio respiro, quella dei propri pensieri; qualcun'altro ritrova la vicinanza di chi non ci accompagna più nella vita terrena. Ognuno a modo proprio instaura un rapporto con se stesso, con i propri limiti , ma pur sempre all'interno di quel lungo viaggio che non termina mai dopo lo striscione dell'arrivo. Inizia di nuovo, più lungo e consistente di prima, pregno di quelle nuove emozioni a cui abbiamo dato vita ed ascolto.
Chiaccherando con Roberto, abbiamo constatato come in lui sia peculiare un aspetto che lo pone senza ombra di dubbio ben al di sopra di un cronometro o di una lista numerica: l'umiltà.
La modestia e la scanzonata filosofia con la quale si rapporta a misure e condizioni che potrebbero sembrare al limite dell'incoscienza, ne fa oltre che un ottimo ultramaratoneta, anche e soprattutto un uomo vero.

Sotto quest'ottica, Roberto, ci ha concesso una breve e simpatica intervista:
1) Chi è Roberto Aldovini ? Uno i cui sogni sono sempre 3 passi più in la di lui
2) Quando non si perde tra i sentieri di montagna o tra i ghiacci del Polo, cosa fa Roberto Aldovini ? Finge di lavorare come avvocato presso una grossa azienda.
3) Se dovessi dare un giuduzio unico e insindacabile ad un emozione della tua vita, quale sceglieresti ? Aspetta, aspetta, questa domanda va sul tecnico: intendi dire quale emozione meglio descrive la mia vita? se è così ti direi serenità: ho la fortuna di fare quello che mi piace (sia durante il giorno, quando fingo di lavorare ma in realtà gioco a tetris, sia di notte quando corro)
4) E ad una nata durante una delle tue corse ? Gioia (allo stato puro)
5) Che cos'è per Roberto Aldovini l'ultramaratona ? Un viaggio dove ci si perde e ci si ritrova sempre diversi
6) Se per un giorno avessi il potere di cambiare qualcosa nel mondo, una sola cosa, che faresti ? Farei chiudere il programma "Uomini e Donne"...scherzo, non vorrei dare una risposta da velina ma credo che far scomparire la guerra sarebbe la risposta che tutti darebbero (seguita da miseria e povertà ovviamente)
7) Con chi non vorresti mai ritrovarti su un'isola deserta ? Nn cannibale
8) Con chi, invece, ti piacerebbe correre fianco a fianco la Badwater ? Pulce (la mia cagnolina)

Direttamente dalla sua voce, il racconto emozionante della mitica Susitna 100 Miles:
In un cielo color ghiaccio e in un'atmosfera da ritrovo delle "Penne Nere", sabato 14 febbraio alle 9 ore locali (19.00 in Italia) viene dato il via tra le grida di incitamento alla Susitna 100 Miles 2009.
Il gruppo parte compatto ma si sgrana subito dopo poche centinaia di metri. Appena la confusione si calma, sul piazzale deserto della partenza si scorge una sagoma mesta che a testa bassa guarda gli altri concorrenti allontanarsi.
Inizia così la mia avventura tra i ghiacci dell'Alaska: avendo perso i bagagli in areoporto, alla verifica dei materiali fissata per il giovedì antecedente la partenza, mi sono presentato senza il minimo necessario, pertanto, come da regolamento, dopo la partenza ufficiale ho dovuto sottopormi a un nuovo check e partire ultimate le verifiche.
Sbrigate le fastidiose formalità e con il cuore colmo tanto di speranza quanto di paura, posso finalmente prendere il largo andando incontro ad un'avventura che sogno da anni.
I primi chilometri corrono via veloci, la temperatura non è rigidissima come ci si potrebbe aspettare ma la sensazione di freddo aumenta nei tratti che separano una foresta dall'altra, dove le raffiche di vento ti sorprendono come secchiate di acqua gelida.
Il tempo va migliorando di ora in ora e già verso mezzogiorno un sole caldo illumina un panorama da sogno. La temperatura sale e con lei la sete. Finisco rapidamente i tre litri d'acqua che porto nella slitta. Vorrei fermarmi e bollire un po’ di neve per ricavarne acqua ma il mio fornellino è rimasto nei bagagli che stanno ancora girando nei cieli sopra Seattle. Mi riduco a mangiare neve fino al primo check point.
Il percorso è un continuo "sali-scendi" e sulle salite senza ramponi si fatica non poco. Il bob che i miei amici d'avventura Augusto e Maurizio sono riusciti a sistemare la sera prima in albergo con un coltellino svizzero (per ricavare i fori in cui far passare le corde del traino) e il nastro adesivo (per fissarlo alla cinta) non mi è certo d'aiuto: in salita si rivela una specie di aratro ed in discesa si trasforma in una fionda che mi travolge tutte le volte.
Così, tra un'imprecazione e l'altra i chilometri passano e le ore pure.
Nel primo pomeriggio, dopo l'ennesima salita, il bob prende vita e si sgancia: parte a razzo e si infila sotto una motoslitta che arriva in senso contrario mandandola fuoristrada. Il pilota la prende bene e mi saluta con un "BLOODY ITALIAN IDIOT!". Io interloquisco con il sempre internazionale "What time is it?".
Verso le 16.00 il sole se ne va e la temperatura cala bruscamente. Il sudore si fredda sui vestiti e crea una patina ghiacciata. Il morale è ancora comunque molto alto perché i panorami sono sorprendenti.
Arriva il buio e la sensazione di vastità delle terre che attraverso aumenta.
Mentre attraverso un tratto di fiume, il piede mi finisce su una lastra di ghiaccio poco spessa che si spezza regalandomi un principio di infarto per lo spavento, dieci minuti di bestemmie e trenta minuti con la sensazione di aver ricevuto una fucilata nel piede. Spaventato a morte, decido di affidarmi alle mie ghette economiche (quelle tecniche sono sempre disperse sopra i cieli di Seattle): mi siedo, tolgo due sacchetti di plastica dallo zaino e me li lego sopra i piedi. Con questi copri scarpa improvvisati riesco a tirare avanti fino al secondo check point.
Giunto per  miracolo al check point di Eagle Song posso togliere le calze bagnate e sostituirle con delle calze da sub in neoprene: non impediscono all'acqua di entrare ma mantengono il piede caldo: è una scelta sofferta ma necessaria, so che a causa dell'umidità che creeranno mi riempiro' di vesciche ma l'alternativa è congelarsi i piedi…pertanto do una bella salutata ai miei plantari e via, mi infilo il tutto.
Riprendo la mia corsa nell'oscurità e nel silenzio più totale: ormai i vari concorrenti si sono distanziati l'uno dall'altro e si corre in uno scenario incontaminato senza incontrare nessuno anche per cinque-sei e a volte otto ore. Gli unici compagni di viaggio sono il rumore del mio respiro e le nuvolette di fumo del mio fiato condensato. Per la prima volta dopo tanti anni provo una lancinante sensazione di solitudine…ma è solo un attimo, la mente si sposta automaticamente sul successivo chilometro da percorrere.
La stanchezza e il freddo cominciano a farsi sentire, gli occhi sono pesanti e il passo sempre più corto. Improvvisamente mi fermo e mi sdraio sopra la slitta. Spengo la frontale e guardo il cielo: la strana sensazione di solitudine torna a farsi strada…mi sento molto piccolo ed indifeso ma anche molto felice di essere li. Chiudo gli occhi proprio mentre fiocchi di neve grossi come monete da un euro cominciano a scendere..il respiro si calma e io non vedo più niente…
Mi sveglio 10 minuti dopo completamente bianco e scosso da brividi micidiali. La neve mi si è gelata addosso a causa del vento. Vivo così il secondo spavento del giorno e comincio a correre per riscaldarmi giurando a me stesso di non essere più così stupido da fermarmi senza usare il sacco a pelo e il sacco da bivacco.
Intorno all'ottantesimo chilometro il bob (se così possiamo chiamarlo) decide che ha lavorato fin troppo e mi abbandona: i ganci che lo reggono alla vita si allentano a causa dell'umidità del mio corpo e non ne vogliono sapere di stare allacciati. Io la prendo con filosofia tanto che tento ripetutamente di tagliarmi le vene: putroppo fa troppo freddo per togliersi i guanti e non riesco ad afferrare bene il mio coltellino svizzero. Con le lacrime agli occhi per la rabbia, sono  costretto a trascinare il bob con le mani anzichè con i fianchi per i successivi 80 km.
Quando arrivo al terzo check point ho in volto la trasfigurazione della morte e al ristoro mi chiedono se voglio mangiare o parlare con un prete: un brontolio che sembra il ruggito di un puma parte dalla mia pancia e al ristoro optano in autonomia per degli Hot Dog caldi.
Ormai si è fatto di nuovo giorno e il cielo diventa completamente bianco a causa delle nevicate incessanti. Senza occhiali (anch'essi in volo sopra Seattle) diventa difficile distinguere il tracciato: più volte finisco fuori strada sprofondando nella neve fino ai fianchi.
Passare dal terzo al quarto check point mi ruba praticamente tutte le ore di luce e affonda ogni mia residua velleità sportiva. Il bob è diventato un aratro e le braccia a furia di trascinarlo sono diventate di marmo. In qualche modo giungo al quarto ed ultimo check point. Ho fame, sonno e freddo, vorrei sdraiarmi, dormire e non pensarci più. Mollo la slitta e con movenze simili a quelle di un primate riesco a raggiungere la cabina rifugio.
Appena entro vengo quasi azzannato da un cane idrofobo che a causa del mio odore mi scambia per un'alce. Dopo esserci presentati posso finalmente accomodarmi e qui scopro che c'è qualcuno che sta peggio di me. Una concorrente che mi è stata davanti tutta la gara, ha l'aria di non essere in forma. Uno dei controllori mi chiede se posso accompagnarla fino all'arrivo, in modo da essere sicuri che non si senta male per strada. Io sono in uno stato psicologico talmente disastrato che avrebbero tranquillamente potuto farmi firmare un assegno per una donazione o affidarmi un quintale di legna da trasportare che non me ne sarei accorto.
Così io e la mia ospite Carol partiamo per le ultime, famigerate 16 miglia che ci separano da Point Mc Hanzie. Parlare di calvario è forse riduttivo: lei ha attacchi di nausea continui, un forte maldigola e, nonostante sia molto più coperta di me, continua ad avere freddo alle mani ed ai piedi. Al contrario io sono fresco come un cadavere di tre giorni e, a dispetto della fame da barracuda, non riesco più a mandar giù più nulla. La conversazione passa dai toni frizzanti dei miei "How old are you?" e "The pen is on the table" a momenti di assoluta assurdità quando ci troviamo a parlare del sistema di reclutamento universitario americano o a commentare la politica urbanistica di Anchorage.
Intanto la strada continua, un lungo infinito canalone di oltre 20 km in mezzo alla foresta: si vede una luce in fondo ma non arriva mai. Comincio nuovamente ad avere sonno. Gli occhi sono pesanti e si chiudono di continuo. Cerco di guardare fisso davanti a me ma non vedo ciò che guardo…immagini assurde continuano ad affollarsi davanti agli occhi sostituendo quelle vere. A un certo punto mi addormento del tutto e non mi accorgo di aver mollato la presa del bob: dopo qualche minuto Carol mi avvisa che non ho più la mia slitta. Torno indietro con immagini di morte e devastazione nella mia testa al pensiero di quello che si è fregato la mia slitta costringendomi a viaggiare con questo surrogato. La luce intermittente che ho piazzato dietro il bob mi consente di individuarlo facilmente.
Riprendiamo la nostra marcia. Io mi riaddormento un'altra volta mentre camminiamo e finisco con i piedi dentro la slitta di Carol: capisco che mi dica qualcosa ma non afferro cosa (credo che avesse a che fare con un "fuck" e un "off" ma non ne sono sicuro).
Finalmente, dopo quasi 43 ore vediamo spuntare le luci del punto d'arrivo: giungiamo a Point Mc.Hanzie in piena notte, in un silenzio surreale, senza anima viva ad accoglierci. Nessun flash, nessun applauso, solo il soffice tocco di qualche lacrima che svivola sulle guance.


Grazie, Roberto.
Ci hai portato sui ghiacciai dell'Alaska, ma le tue parole non ci hanno mai raffreddato ed il senso di calore che ci è giunto dalla tua esperienza sarà un motivo in più per continuare a credere che l'ultramaratona è sempre un'esperienza e mai una gara.

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