Per la prima volta in Europa, si è corso a Serre Chevalier il Campionato del Mondo di Ultra-Trail, ovvero corsa in montagna su distanza superiore alla maratona. La disciplina trae origine dall'usanza americana di cimentarsi spesso sulle 50 miglia (circa 80 chilometri) in ambiente naturale. Non sempre i percorsi nord-americani prevedono scalate in quota, ma invariabilmente sono collocati nei più bei siti naturali del Paese.
L'esordio europeo può dirsi riuscito, anche se la presenza americana era scarsa e poco qualificata. Molto buona invece la presenza europea, con alcuni dei maggiori protagonisti di UM collaudate. Per noi italiani questa manifestazione ha riservato una piacevolissima sorpresa, ovvero il titolo mondiale conquistato dalla maestrina piemontese Cecilia Mora.
L'abbiamo contattata per cercare di conoscerla meglio e lei, con squisita gentilezza, ci ha rilasciato le dichiarazioni che riportiamo.
Allora Cecilia, raccontaci come è cominciata questa avventura: quando sei stata contattata, da chi, e cosa hai pensato quando hai capito che avresti vestito la maglia azzurra in un campionato del mondo.
È cominciata dopo la bella gara al Fenera. Mi ha contattato Enrico Vedilei, penso che gli abbiano parlato bene di me gli amici Nico Valsesia e Maurizio Scilla. Dico la verità in un primo momento volevo rifiutare, ma Nico mi ha consigliato di cogliere questa opportunità. Quando mi è arrivata la conferma ero felice e l'ho detto a tutti, ma non mi sono resa conto dell’importanza di vestire quella maglia, e credo che quella spensieratezza sia stata la mia arma vincente.
E poi vi siete ritrovati per andare in Francia a fare quella corsa: quali erano i tuoi pensieri prima di partire?
Credo di non essere mai stata così tranquilla, mi sono stupita anch’io della mia serenità, e la cosa a cui pensavo di più era l’opportunità di essere lì e poter correre su quelle belle montagne, e poi su tutti noi della squadra italiana non c’era nessuna pressione, e ancor meno su di me.
Sapevi di avere avversarie molto forti e famose?
No, non avevo la più pallida idea di chi fossero le mie avversarie, molti nomi mi erano sconosciuti, l’unico che ricordavo era Angela Mudge, ma Virginia mi ha ben delucidato sulla grandezza delle altre.
Passiamo al racconto della gara: sei partita bene, ma all'inizio non eri in testa...
Ero ben consapevole della lunghezza della gara, e una partenza tranquilla mi permette di carburarmi nel modo adeguato e di tenere più a lungo; non mi aspettavo nulla, volevo solo fare la mia gara e soprattutto correre bene senza patire troppo.
Poi hai cominciato a rimontare...
Quando mi hanno confermato la terza posizione ero già molto soddisfatta della mia prestazione e credevo le mie avversarie molto più avanti di me. Poi, quando ho saputo che erano a solo due minuti e poi le ho viste a pochi metri, ho cominciato a sognare e a rendermi conto che poteva essere mia quella vittoria: poi sapete come è andata.
Infine, l'arrivo!
Credo che gli arrivi abbiano sempre qualcosa di misterioso, la gioia finalmente di tagliare il traguardo, la stanchezza che svanisce, la consapevolezza di una vittoria, ma c’è un attimo in cui ti prende la paura: di essere raggiunti, di crollare li a pochi metri dalla fine, è solo un attimo e quando senti che ti incitano, ti incoraggiano, svanisce tutto, poi ecco che alzi le mani, come per arrenderti, ma non è un arrendersi, è un esultare!
Che sensazioni hai avuto sul podio, quando ti hanno proclamato "Champion du Monde"?
Ero felice, serena, non riuscivo nemmeno a piangere, mi sembrava tutto cosi naturale… Forse nella mia scala dei valori i “Champion du Monde” sono altri, io in fondo ho solo fatto ciò che amo fare, riuscendo a farla bene divertendomi.
Dicci qualcosa della tua storia. Hai cominciato tardi con lo sport....
Io sono prima di tutto una moglie e una mamma con un lavoro, ho dedicato molto alla mia famiglia e quando i figli (quattro maschi) hanno cominciato a crescere ho sentito la necessità di prendermi degli spazi. Ho iniziato così come molti, per stare in forma, per scaricare le tensioni, e poi sono venute, quasi per gioco, le prime gare amatoriali, poi le corse in montagna, gli sky-race, sky-marathon, e poi anche le belle vittorie fino a quella di Serre Chevalier. In questo percorso si è sempre più affermata la mia passione per la corsa nella natura. Ho fatto anche delle gare su asfalto, maratone e mezze con anche un buon tempo, vista la più non giovane età (3:00:17 in maratona), solo pochi secondi sopra il muro delle tre ore, ho fatto un periodo in cui avrei voluto battere quel muro, ma la corsa nei boschi, su e giù per le mie montagne, appaga più di qualsiasi risultato, per me è libertà, e si addice di più alle mie caratteristiche fisiche.
Ma, da ragazzina, possibile che nessuno si fosse accorto delle tue doti?
Tanti in questo periodo mi dicono: se avessi cominciato da ragazza, ma con i se e con i ma, non si arriva da nessuna parte. Io non ho nessun rimpianto, sono contenta della mia giovinezza, di ragazza semplice cresciuta in campagna, e forse è stata proprio quell’ambiente sano e senza tanti vizi ad allenarmi, su e giù per le mie colline e come unico mezzo di trasporto, fino a 22 anni la bicicletta, col bel tempo o con la pioggia. Di essermi sposata giovane, di aver avuto dei figli, che ora sono già grandi. Sono contenta di prendermi le mie rivincite a più di 40 anni, mi sento libera, non devo dimostrare niente a nessuno, ho già dato (la mia famiglia) e tutto quello che viene è un di più e me lo godo.
Io credo che sia soprattutto un problema culturale, specie nei paesi e specie per delle ragazze. Tu che ne pensi?
Si sono d’accordo, da ragazzina non mi sarebbe mai venuto in mente di andare a fare delle gare, con la scuola ho partecipato ai Giochi della Gioventù e proprio nella corsa campestre e non ero neanche male, ma la cosa è finita lì. Forse il problema è per chi voleva dedicarsi all’atletica in generale (la corsa è quella più semplice, bastano un paio di scarpe…) non c’erano strutture, ma la cosa grave è che c’è ben poco anche adesso, e nei piccoli centri praticamente nulla (pensate a chi vorrebbe dedicarsi al salto in alto, in lungo,ecc.); in un paese, in Italia, dove si investe ben poco per lo sport giovanile e dove nella scuola, soprattutto nella primaria, “ l’ora di ginnastica” è lasciata alla buona volontà degli insegnanti. Dal punto di vista culturale, credo che l’approccio allo sport al di fuori di alcune discipline classiche (pallavolo, ginnastica, nuoto, ecc.) per le donne sia ancora difficoltoso, ma credo anche che le cose stiano cambiando. Siamo noi donne che dobbiamo batterci e soprattutto rivendicare il diritto di poter essere donne di sport senza rinunciare ad essere mogli e madri, sappiamo quanto vengano ancora penalizzate atlete che decidono in carriera di avere una maternità e quanto pesi sulla donna il carico della famiglia e la porti in molti casi a delle rinunce. Ma penso soprattutto che dobbiamo essere noi donne a volerlo, a sradicare alcuni pregiudizi che noi stesse ci portiamo dentro… e siamo sempre in tempo.
Vedo che hai fatto un discreto tempo anche in una maratona tradizionale: non ti viene voglia di provarti in una 100km tradizionale?
No! Come ho già detto ho fatto un periodo in cui avrei voluto migliorare il mio tempo in maratona, sapendo benissimo, viste le mie caratteristiche, che ci riuscirei di poco e forse lo farò un giorno. Ma in una distanza così lunga, come una 100km su strada, non sarei certamente competitiva e rischierei anche di subirla fisicamente. E poi non vedo perché, se riesco bene in una cosa, dovrei cambiare: mi si addicono la salita, i cambi di ritmo, sono migliorata in discesa, ho imparato a gestire al meglio le energie durante la gara, mi piace la montagna… Una 100 solo su sentieri vette e valli.
Quando ti alleni, come riesci a conciliare lavoro, famiglia e sport?
Mi alleno quando posso, come tutti. Quando lavoro (io insegno nella scuola dell’infanzia del mio paese, sono fortunata!) mi organizzo in base ai turni, al mattino o al pomeriggio/sera. Corro un ora o un ora e mezza, nei sentieri di campagna vicino a casa e quando ho un po’ più di tempo vado nel parco del Fenera, dove ho anche qualche salita in più e mi concedo allenamenti anche di 3/ 4 ore in solitaria che durante la preparazione sono anche una volta alla settimana. Quello che non amo sono i lavori specifici: ripetute, ecc. Non corro tutti i giorni, in genere mi tengo un giorno di riposo, a volte anche due, alla settimana, per il recupero e non solo. A casa si sono abituati alle mie uscite e hanno imparato a gestirsi se non ci sono, non pretendo la casa sempre in ordine e i panni da stirare sembrano le montagne da scalare, si danno delle priorità, e poi ci sono anche le volte che faccio le ore piccole (spesso ahimè!) per sistemare la casa, lavare, stirare, ecc., ecc. Gli orari del lavoro mi permettono molto, l’unico problema è quando ho qualche riunione o corso di aggiornamento, e allora mi salta qualche seduta di allenamento, ma poi la corsa non è mica tutto! D’estate le cose sono più semplici, ma ci sono anche le gare e non bisogna esagerare.
Quando ti vedremo ancora in gare importanti?
Quando vado a fare una gara, è perché mi piace il percorso, il paesaggio e mi trovo bene con la gente che incontro: sono sempre gare importanti per me. Se volete una data : 2 agosto, Chaberton Marathon. Quando mi capiterà l’occasione sarò ben lieta (se ne sarò sempre all’altezza) di partecipare alle “ gare importanti” e magari di vestire ancora la maglia azzurra; non nego che ne sono stata orgogliosa e, visto poi come è andata, ne rimarrà sempre un bellissimo ricordo!
Ti ringrazio Cecilia, anche a nome di tutti gli sportivi italiani martoriati ogni giorno dai calciofili televisivi e non solo...