Pulsa di vita la cittadina di Grieskirchen, in festa per una gara podistica della durata di 12 ore. E’ una splendida giornata di agosto, e sono un inno alla vita l’atmosfera gioiosa, i colori dell’estate austriaca e l’esuberanza degli atleti. Andrea Verse, alias Andrea Accorsi, è uno dei concorrenti: adesso è un uomo nuovo. Era sul punto di perderla, la vita, e la ama come non mai. Il ricavato della competizione sarà devoluto in beneficenza, proprio come la vita che è sempre un dono.
La corsa, gesto atletico naturale e solitario, gli permette di interrogarsi e di ripercorrere il suo passato. Con inventiva ed abilità tecnica riesce a trovare spunti per raccontare la sua vicenda umana: 12 ore sono un’intera giornata, dall’alba al tramonto, metafora della vita. I personaggi lungo il percorso gli ricordano quelli che hanno interagito con la sua esistenza e, servendosi dell’analessi (narrazione retrospettiva), ne recupera momenti e volti.
Vien dato il via. In grande forma, corre spinto dagli occhi azzurri di Monica che gli lancia dolci sguardi d’incoraggiamento. Finestre si aprono nei suoi ricordi: la madre premurosa, il difficile rapporto con il padre, il nonno adorato e mai conosciuto, il legame con lo zio, la goliardica e profonda amicizia con il DOC, la nascita di Alice.
Poi le forze vengono a mancare, e precipita nelle ultime posizioni. Ed ecco un altro parallelismo con la vita: il matrimonio sbagliato, il disastroso divorzio, il rifugio nel lavoro, la scoperta di tragedie familiari tenute a lui nascoste, la crisi esistenziale, lo portano ad una rottura con la vita.
Andrea Verse giace ora a terra sul circuito della cittadina austriaca. Sarà un misterioso vecchio con un bastone di montanaro che lo farà rialzare e lo incoraggerà a riprendere la corsa. Come pure lascerà il letto dell’ospedale e, attraverso un duro lavoro personale e sorretto dall’amore delle persone che gli sono vicine, riacquisterà la gioia di vivere.
Nel romanzo i vari racconti non diventano mai frammento, sono tessere di un mosaico in cui domina l’amore per la vita ed, allo stesso tempo, la sua precarietà. Sottile è il limite fra la vita e la morte, e “basta poco” per risorgere o cadere nel baratro. Siamo come foglie d’autunno sugli alberi, ma dobbiamo lottare per rimanere adesi il più a lungo possibile. Dura è la vita, “è una scalata in cui abbiamo il dovere di saper trovare gli appigli migliori nei momenti peggiori”.
Aleggia l’ottimismo nell’opera di Andrea Accorsi, né poteva essere diversamente perché nessuno è in grado di apprezzare la vita più di chi è stato sul punto di perderla. Ed in tal senso è un aiuto terapeutico al gran male di vivere della società moderna. Una sana laicità pervade il racconto, in cui s’intravede un flebile accenno all’oraziano “non omnis moriar”(non morrò del tutto).
L’amore è l’altro grande tema che fa da motore al romanzo. La vita è bella e degna di essere vissuta interamente anche per fare del bene agli altri, anzi nel dare amore se ne riceve molto di più. Questo sentimento è presente anche quando non è descritto, come nel caso dell’incomunicabilità con il padre, portatore di un dramma grande quanto un macigno. Commovente e tragica è la figura di nonno Ivo: il più forte di tutti viene sopraffatto dalle pene d’amore! Ma sarà lui, travestito da vecchio con bastone, in quel caldo pomeriggio d’agosto, a fargli portare a termine la corsa, che metaforicamente è la vittoria della vita.
La prosa è calda e scorrevole, ed il racconto, pur con i numerosi flash back, procede fluido. Le similitudini e le metafore sgorgono spontanee come un fiume in piena. Alla intrinseca liricità fanno da sottofondo musicale brani di cantautori e testi letterari
Il romanzo è autobiografico, ma l’autore dimostra il suo TALENTO perché le sue inquietudini, delusioni, sventure, passioni, gioie e speranze sono quelle di tutti noi.























