Un escursione attraverso la storia della nascita dell’Ultramaratona italiana e una breve analisi del movimento attuale in Italia, con un ringraziamento particolare agli storici Franco Ranciaffi e a Marco Martini
BREVI CENNI SULLA STORIA DELL’ULTRAMARATONA ITALIANA
Per capire come nacque l’ultramaratona, occorre collegarsi alla nascita dell’atletica leggera moderna italiana, collocabile nella seconda metà dell’ “Ottocento”.
A differenza dell’atletica anglo-sassone, di estrazione notoriamente studentesca, quella italiana in particolare e quella latina in generale trassero origine dall’attività ginnica e dal professionismo.
Di fatto la differenza tra mondo latino ed anglo-sassone è, sotto questo aspetto, ancora oggi notevole.
ATTIVITA’ GINNICA
Dal 15 al 19 marzo 1869 a Venezia si disputò il Primo Convegno Ginnastico Italiano, che può essere considerato il primo campionato italiano di ginnastica. Ebbene tra le gare disputate, i ginnasti si cimentarono anche nei salti in alto ed in lungo, con e senza rincorsa, nell’asta (con un attrezzo di faggio lungo 3 metri), nel lancio da fermi di una palla di ferro del peso di 15 kg e nei 200 metri.
Le palestre erano allora all’aperto, in ampi spazi attrezzati con sbarra fissa, cavallina, parallele, anelli, cavallo, fune, pertica, manubri, ecc. I ginnasti erano non solo dei dilettanti, ma pagavano quote non troppo popolari per poter usufruire delle palestre. I programmi delle competizioni ginniche rimasero ricchi di gare di atletica fino alla prima guerra mondiale e molti dei migliori atleti furono, all’inizio del secolo XX, in realtà dei ginnasti. Poi negli anni Venti la ginnastica andò gradatamente assumendo la fisionomia a tutti nota.
PROFESSIONISMO
La seconda origine dell’atletica in Italia fu quella podistica, nata sul piano della sfida o dell’esibizione professionistica. L’iniziatore di questo tipo di attività in Italia fu Achille Bargossi, un piccolo e nerboruto forlivese che il 21 agosto del 1873, a 26 anni di età, vinse una scommessa ammontante a 120 Lire riuscendo nell’impresa di coprire una distanza di 15 km circa in meno di un’ora. Negli anni a seguire fece assai meglio, vincendo somme rilevanti, imitato poi da tanti altri suoi emuli. Ci troviamo qui di fronte ad una realtà piuttosto diffusa all’epoca, quella dell’uomo-fenomeno. La maggior parte di questi giramondo che si esibivano sulle piazze, come Bargossi e soci, finì per confluire nel circo, mentre il podismo fu incanalato sui binari di un dilettantismo sportivo che si inserì di prepotenza nelpanorama agonistico aprendosi anche alle gare su pista.
Dal 1897 al 1910 furono diverse in Italia le Federazioni podistiche nazionali che si succedettero nel governo di una attività che era appunto per lo più pedestre. Il cambio di nome della Federazione Podistica in Federazione Italiana Sports Atletici, avvenuto nel 1910, indica come ormai si stessero raccogliendo attorno a quel polo anche un po’ tutti quei tipi di gare che fino ad allora erano stati gestiti dalla Federginnastica, ma che in realtà non erano propriamente ginniche.
Stava nascendo così l’atletica leggera italiana, anche se il nome del massimo organismo nazionale che la governa fu definitivamente fissato in FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) solamente nel 1926. Naturalmente il confluire del podismo e di un ramo della ginnastica in un unico sport, appunto l’atletica leggera, richiese anche la costruzione di impianti adeguati. Fino allora si era gareggiato in ampie palestre, su circuiti stradali o sfruttando impianti di altri sport (ippodromi, velodromi, ecc). Nacquero così i campi specificamente costruiti per club di atletica leggera e gli stadi. I primi veri e propri stadi progettati tenendo presenti le necessità dell’atletica furono quelli di Verona (1910), Torino (1911) e Roma (1911), oggi tutti demoliti.
Perché abbiamo preso spunto dalla nascita dell’Atletica Leggera Italiana per collegarci all’origine dell’Ultramaratona ed in particolare di quella su strada? Perché il fondatore riconosciuto dell’Ultramaratona italiana è proprio lo stesso Achille Bargossi, che tra le sue imprese annoverò infatti anche alcune spettacolari sfide sulle lunghe distanze, la più famosa delle quali è senza dubbio una 24 ore corsa all’Ippodromo di Villa Massani di Roma, dove riportò quella che noi riconosciamo la prima miglior prestazione italiana sulla 24 ore: 165,000 km. Era il 1879, esattamente il 9 e 10 giugno. In quell’occasione si trattò di una sfida tra il Bargossi e una cavalla, montata da un rinomato fantino di nome Napoleoni.
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Ma mi piace riportare quanto scritto dallo stesso Bargossi nella sua autobiografia “L’uomo locomotiva”:
“La gara ebbe luogo fuori Porta del Popolo ed i patti erano i seguenti: 1) Si dovrà percorrere tanto spazio per 24 ore; 2) Il Napoleoni a cavallo ed il Bargossi a piedi; 3) Il cavallo potrà darsi al galoppo, al trotto, al passo e fermarsi; 4) Altrettanto potrà fare il Bargossi; 5) Il fantino dovrà essere sempre il medesimo; 6) Chi in ore 24 farà più giri nella Villa Massani, sarà vincitore.
La gara durò 23 ore e 35 minuti per parte della cavalla, il proprietario della quale non aveva più diritto al premio promesso di £. 1000 essendosi il cavallo fermato 25 minuti prima che spirassero le 24 ore. Tentai alla mia volta di riguadagnare i sette giri dei quali ero in perdita e ci sarei pervenuto se la folla avendo invaso il terreno non mi avesse posto nella materiale impossibilità di avanzarmi. Aggiungete che ebbi la disavventura di correre su d’un terreno ineguale e ghiajoso, per cui i piedi mi si erano in più parte feriti. Aggiungete ancora che m’era giunta la voce che buona parte degli incassi era stata sottratta per abuso di fiducia delle persone a ciò incaricate, e pensate come fossi disanimato, vedendo altresì che tutti gli incoraggiamenti erano per la bestia. Fu quella però una prova che mi meritò le lodi di tutti i giornali, e se ancor molto non mi restasse a dire vorrei qui riportare le relazioni estesissime dei fogli della capitale.”
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Sembrerebbe quasi leggenda, ma questo risultato appare in cima alla lista cronologica delle migliori prestazioni italiane sulla 24ore. Ne parla anche la stampa specializzata, prima fra tutti la Rivista “Atletica Leggera”, quando il primato su questa distanza fu migliorato nel 1970 dal ventenne Andrea Rossi dell’Atletica Riccardi al Campo Scuola di Brescia. L’eco delle gesta di Bargossi deve aver lasciato un profondo ricordo ai suoi concittadini, perché il Comune di Forlì gli dedicò una via nel 1962. Ancora oggi c’è questa via con il suo nome. Per il Bargossi non fu l’unica esperienza nell’Ultramaratona, nel suo libro cita una esibizione da Milano a Torino (circa 150 km in 14 ore), a Napoli percorse in 28 ore quasi 183 km, in Francia vinse una sfida con il transalpino Dibbelz sulle 5 ore nel 1880. 130 anni fa Bargossi era spinto a tali prestazioni dalla necessità di guadagnare qualcosa per vivere, girando l’Italia in cerca di esibizioni e scommesse, talvolta sfidando appunto dei cavalli. Bargossi fu imitato da altri anche in questa disciplina: lo storico Marco Martini cita nella suo libro “Storia dell’atletica italiana maschile, da Bargossi a Mennea” la sfida di corsa da Verona a Mantova vinta dall’avvocato Ettore Cavallini (6h55:00) su Gustavo Stark (7h09:00).
In breve tempo nacquero anche delle vere e proprie gare di Ultra.
Il 12 marzo del 1887 la storica società sportiva “Pro Patria” organizzò la prima edizione della 100 km, aperta a podisti e marciatori (diventò poi più famosa per la marcia).
Un mese dopo (il 9 aprile 1887), l’altra storica società milanese, la Società Ginnastica Forza e Coraggio la imitò organizzando un’altra 100 km.
Dal 1887 al 1891 Luigi Bertarelli si rese protagonista a più riprese di tentativi di record di 100 km, di 12 ore e di 24 ore tutte sulla marcia.
Un altro famoso podista Carlo Airoldi si rese protagonista sul finire del secolo in diverse gare di ultramaratona (50 km, Torino-Barcellona a tappe, Milano-Torino).
Nel 1898 alla 100 km organizzata dalla società Ginnastica Milanese Forza e Coraggio, partecipano ben 17 concorrenti (questa volta tutti di corsa).
Nel 1902 la Unione Pedestre Italiana (la Federazione) omologa un tentativo di primato di Antonio Tarquini (S.G. Forza e Coraggio Roma): 43h 50:49, 4/5 dei 600 km effettuati a Roma in pista (scaglionati però in 30 giorni).
Nel marzo del 1906 sui 100 km, Dante Scotti (un forte marciatore/podista) migliora con 9h 07.00 il record di Arrigo Gamba (5-6 giugno 1897 Milano 9h 13.00) e anche il mondiale del francese Edouard Cibot.
Le vicende delle due guerre rallentano anche il succedersi di questi fenomeni.
Nel 1948, nella 100 km “Monza-Milano” le cronache parlano della partecipazione di Artidoro Berti, nato a Pistoia il 29.07.1920 e noto per aver ideato la Pistoia-Abetone.
Nel 1963 finalmente viene posata la prima pietra dell’Ultramaratona moderna: nasce la Torino Saint Vincent di 100 km. Nel 1971 parte la Bologna-Firenze e poi nel 1973 ecco arrivare la Firenze-Faenza, ovvero la 100 km del Passatore, nel 1974 la Marcia dei Castelli Carraresi di 50 km da Este a Montagnana poi trasformata nel 1975 in 100 km di Montagnana. Ma negli anni seguenti è tutto un fiorire di storiche Ultramaratone: come la Pistoia-Abetone, la 50 km di Romagna, la 100 km dei Gladiatori, la 100 km della Brianza e la Lupatotissima su pista, tanto per citare quelle che hanno totalizzato almeno 10 edizioni.
Oltre alle nostre già citate, è importante ricordare le manifestazioni estere più anziane e più famose, come la “Comrades Marathon” di 56 miglia che si svolge nel Sudafrica dal 1921 (con la sola interruzione dei 5 anni della seconda guerra mondiale); la 100 km svizzera Biel-Bienne nata nel novembre del 1958 e tuttora tra le più partecipate in Europa; la 100 km francese di Millau nata nel 1972, la 100 km olandese di Winschoten.
ANALISI DEL MOVIMENTO ATTUALE IN ITALIA
A) i risultati di vertice
In analogia alla crescita generale del movimento verificatosi in Italia negli anni 70 e 80 - in termini di gare e di partecipanti – ci furono anche buone prestazioni in Italia, che videro protagonisti atleti come Boris Bakmaz, i fratelli Gennari, Erio Rurini, Attilio Liberini, Vito Melito, Claudio Sterpin e poi ancora Cilia, Coletti, Di Gennaro, Viroli, Andreatta, Morelli, Invernizzi, Germani, Lavelli, Picinali. Tra le donne, l’ultramaratona femminile faticò a partire in Italia più ancora rispetto a quanto avveniva all’estero. Tra le atlete che più si sono messe in luce in quegli anni citiamo Anna Zacchi, Renata Ortolani, Simonetta Cartoni, Giuseppina Randi, Amabile Salarino, ma l’unica nostra donna che si sia inserita nelle liste internazionali è stata la trentina Maria Teresa Nardin, in particolare nella 24 ore dove è rimasta l’unica italiana a superare il muro dei 200 km (211,090) fino al 2004.
Dopo una breve stasi e involuzione all’inizio degli anni 90, i risultati, ottenuti fino a quel momento a titolo individuale con tentativi solitari, ritornarono a crescere grazie ad un rinnovato clima di fiducia ed entusiasmo, sorto grazie soprattutto al coordinamento della neonata Associazione IUTA, fondata e guidata dal giornalista, storico e statistico Franco Ranciaffi. Così gli atleti emergenti del periodo, tra cui citiamo Stefano Sartori, Paolo Panzeri, Antonio Mazzeo, Lucio Bazzana, Rosanna Pellizzari, cominciarono a ben figurare anche all’estero e a stimolare tutto l’ambiente, atleti, dirigenti e tecnici. Grazie alla Iuta e ai buoni rapporti con la Federazione, iniziarono le partecipazioni ufficiali ai Campionati del Mondo e d’Europa e nel breve giro di alcuni anni arrivò il primo podio, esattamente nell’agosto 2001 con il bronzo di Monica Casiraghi. Dal giugno 2002 ad oggi si sono susseguiti ben 10 successi individuali, conquistati dai vari Mario Fattore, Mario Ardemagni, Monica Casiraghi e Giorgio Calcaterra, ma anche medaglie importanti con Paola Sanna, Monica Carlin, Antonio Mammoli e Marco Boffo.
Il primato Italiano della 100 km su strada, considerata la specialità principale dell’Ultramaratona è stato migliorato per le donne dalle 9.26.33 del 1987 (Simonetta Cartoni) alle 7.28.00 di Monica Casiraghi nel 2003. Quello maschile è stato portato dalle 6.37.10 del 1988 (Normanno Di Gennaro) alle 6.18.24 di Mario Ardemagni nel 2004, tuttora primato Europeo.
Anche nella 24 ore si è registrata una forte crescita, notevole soprattutto tra le donne, con la miglior prestazione italiana femminile portata dai 211,080 km di Maria Teresa Nardin (nel 1991) ai 226,130 km conseguiti da Monica Casiraghi nel 2008. Gli uomini non sono stati da meno e la cosiddetta MPI su strada è stata portata a 249,876 km dal toscano Sergio Orsi nel 2005.
Oggi l’Italia è una delle nazioni più temute al mondo nell’Ultramaratona, in particolare nella 100 km. Da rilevare che oltre alle 30 medaglie individuali conquistate dal 2001 ad oggi (di cui 10 d’oro come già detto), sono arrivate altre 28 medaglie di squadra (di cui 10 d’oro).
B) Dove corrono gli Ultramaratoneti
Nell’Ultramaratona le specialità su strada sono legate al fascino e carisma di alcune gare, che - per le loro caratteristiche paesaggistiche e grazie alla gente del territorio che le ospita - fanno la differenza con le specialità della pista, “costretta” a rimanere chiusa in uno stadio. Così sono maturate manifestazioni, che sono rimaste nel cuore della popolazione che le ospita, ma anche di numerosi partecipanti.
Per questo motivo la Pistoia-Abetone, la 50 km di Romagna e la 100 km del Passatore sono le Ultramaratone più frequentate in Italia e rappresentano più di tutte il movimento italiano.
Nelle gare su pista, possiamo e dobbiamo fare un distinguo tra le specialità di breve durata o di limitato chilometraggio (50 km, 6h) ed invece le specialità a tempo di lunga durata (12h, 24h, 48h e 6 giorni), individuando come punto di equilibrio la 100 km. Nel primo caso il senso della sfida con gli altri prevale maggiormente, mentre nel secondo caso a prevalere è il senso della sfida con sé stessi.
C) Possiamo quindi concludere questa lunga risposta alla domanda “Chi è l’Ultramaratoneta?”
Un importante flusso di Ultramaratoneti proviene senz’altro dal bacino della Maratona, bacino in continua crescita negli ultimi 30 anni e dal quale escono atleti che desiderano qualcosa di nuovo e ancora più affascinante.
Non è l’assunto Ultramaratona = maggiore fatica, come qualche volta sento dire, che spinge il maratoneta ad esordire nelle gare più lunghe.
Nella maggior parte dei casi, invece, concludere un’Ultramaratona viene considerata un’impresa, una nuova impresa dopo le maratone percorse, un impresa non necessariamente maggiore o migliore della prima maratona finita. Si tratta di una nuova impresa.
Prima di tutto – in questi casi - è importante la sfida con sé stessi, non contro sé stessi, con l’aspirazione prima di arrivare e poi con il tempo quella di migliorarsi nel risultato.
Come crescere ulteriormente?
Gli atleti ci sono e stanno crescendo nel numero e nella qualità, gli Organizzatori pure; anche le gare stanno crescendo nel numero e qualcuna anche nella qualità; di dirigenti ne abbiamo molti estremamente preparati e stanno lavorando per creare le basi per un ottimo coordinamento.
Ci sarebbe la soluzione OLIMPIADI. Portare la 100 km alle Olimpiadi lancerebbe definitivamente l’Ultramaratona nel quotidiano. Ci sta provando la IAU con impegno e serietà, ma non è facile. Una tappa di avvicinamento può essere considerato l’inserimento delle principali specialità di Ultra, nel programma dei Giochi del Commonwealth, per adesso a titolo di esperimento.
Cosa possiamo fare noi in Italia?
Oltre a cercare di raggiungere uno standard qualitativo medio eccellente nelle gare approvate dalla Federazione e di crescere dal punto di vista promozionale nelle altre, secondo me - e lo affermo da un po’ di tempo - ora serve principalmente raggiungere 2 importanti obiettivi:
- la formazione, con la crescita delle conoscenze tecniche, per mezzo di seminari e convegni;
- l’informazione, con la crescita della visibilità, in modo principale con la diffusione delle conoscenze tecniche ed una costante collaborazione con tutti i mezzi di informazione.
Su questo versante stiamo lavorando di comune accordo, IUTA e Federazione.
Grazie.
Sabato 27 giugno 2009 - Pistoia
Stefano Scevaroli