I fratelli Kunst: un giro del mondo a piedi, prima di Jesper Olsen
di Franco Anichini
Cinue anni orsono l’ultra-maratoneta danese Jesper Olsen portò a termine il primo giro del mondo a piedi, certificato e verificato dall’Osservatorio di Greenwich, luogo di partenza e di arrivo dell’impresa. Dopo le polemiche suscitate qualche anno prima da una pretesa simile impresa ad opera dell’inglese Garside, rivelatasi poi una bufala bella e buona, questa avventura del danese venne celebrata come il primo tentativo riuscito di fare il giro del pianeta a piedi.
Jesper Olsen è d’altra parte un ultramatoneta conociuto, che ha partecipato e partecipa regolarmente a competizioni di lunghissima durata, ed i suoi spostamenti furono tutti rigorosamente documentati.
Il sito norvegese
www.kondis.no, molto aggiornato e bene informato su tutte le cose relative alla corsa di durata, ci informa adesso in un articolo di Lars Saetran, che in precedenza c’era stata un’altra impresa dello stesso tipo, avvenuta fra il 1970 ed il 1974 ad opera dell’americano David Kunst. In quel tempo la tecnologia satellitare esistente oggi non era ancora diffusa, per cui il controllo era demandato ai tradizionali mezzi d’informazione, alle ambasciate e consolati sparsi per il mondo e… alla buona fede dei protagonisti.
Non c’è dubbio tuttavia che l’impresa risulta registrata nel Guinness dei primati e che la società storica dell’Università Statale del Minnesota ha certificato l’evento.
Dunque, David Kunst partì il 20 giugno 1970 dalla sua città di residenza, Waseca nel Minnesota, accompagnato dai fratelli John e Pete e dalla moglie Jenni Samuel, un’insegnante australiana, come insegnante era lo stesso David. Il trasporto dei bagagli era assicurato dall’uso di una mula, portoghese di nascita, ma che rispondeva solo al comando in italiano: “mula!”
Attraversarono gli Stati Uniti senza grandi problemi, fino a New York, dove si traferirono in Europa, che cominciarono ad attraversare dal Portogallo verso la Turchia.
Durante il viaggio si fermavano regolarmente presso le ambasciate del loro Paese e presso le autorità locali, sindaci, borgomastri o quant’altro fossero. Loro stessi narrano alcuni episodi gustosi, come quando, emozionatissimi, furono invitati a cena, nel suo ristorante, niente meno che da Thor Heyerdahl, il grande viaggiatore norvegese autore dell’impresa del Kon-Tiki, o come quando furono multati perché il loro mezzo di trasporto aveva fatto i propri naturali bisogni in Piazza San Marco, a Venezia. Saputa la cosa il sindaco della città volle sdebitarsi ricevendoli ufficialmente. Non sappiamo però se pagarano la multa!
Giunti ad Istanbul, su suggerimento del sindaco della città e con l’aiuto del loro consolato, si attrezzarono con un piccolo carretto, sempre trainato dalla mula, che consentì di provvedersi di un’attrezzatura più adatta al difficile percorso che li attendeva. Giunti in Persia, le autorità iraniane suggerirono (ma praticamente imposero) l’aggiunta di un cammello, indispensabile per superare le montagne dell’Hindukush che li attendevano.
Putroppo in questa zona incontrarono non solo le consuete e previste difficoltà, ma il dramma vero e proprio. Il 21 ottobre 1972, in territorio afgano, furono infatti assaliti dai banditi: la moglie di David venne ferita ma suo fratello John venne ucciso a fucilate.
Interrotto il viaggio, rientrarono negli Usa, per tributare a John gli onori funebri e curarsi le ferite.
Chiunque altro avrebbe desistito. Invece, nel 1973, David e Peter ripartirono dall’esatto punto dove si era verificata la sparatoria, dopo evere inalzato un rudimentale cippo in memoria di John. Il cippo venne poi distrutto in seguito alle guerre successive. Il 21 febbraio 1973 lo stato del Minnesota proclamò una “giornata della memoria” in onore di John Kunst.
Terminaro senza altri incidenti la traversata dell’Asia, ma, giunti in Australia, dovettero superare un’altra difficoltà, stavolta d’ordine burocratico. Infatti le autorità locali (giustamente) all’epoca proibivano tassativamente l’ingresso ad animali non autoctoni, non importa quali, ed imposero quindi di sostituire la gloriosa mula portoghese con una australiana. A tal proposito forse qualcuno ricorderà che all’epoca delle Olimpiadi di Melbourne 1956, per tale motivo, le gare ippiche dovettero svolgersi in Europa.
Compiuto il giro dell’Australia, durante il quale il fratello Pete venne sostituito dalla moglie di David, si traferirono direttamente negli States e portarono a termine l’impresa il 5 ottobre 1974, nella stessa cittadina di Waseca, Minnesota, dalla quale erano partiti.
Dei cinque esseri partiti quattro anni prima (quattro persone ed una mula) David era stato l’unico ad aver coperto l’intero percorso e quindi il record venne attribuito a lui.
David Kunst aveva camminato per 14450 miglia (pari 23.255 chilometri), attraverso venti Paesi, consumando 21 paia di scarpe.
Vent’anni più tardi, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta, David Kunst venne inserito nella lista dei 100 “eroi” dello sport abilitati, per tale motivo, a compiere una frazione della staffetta della fiaccola olimpica.
La misteriosa, umana pulsione di andare a vedere cosa c’è dietro la collina…