MUORE , NEL PRECISO ISTANTE IN CUI NASCE
E’ la gioia.
Qualcosa di piccolo e frugale ma al contempo immenso e irripetibile che si accende e si spegne senza dare il tempo, veramente, di coglierne ogni sfumatura.
Schopenhauer definiva la vita umana come un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia. Questa potrebbe sintetizzare una figura retorica molto prossima all’atleta professionista.
Attimi.
Nulla che resti più a lungo di un secondo, ma pochi istanti che, in alcuni casi, possono restituire anni di sacrifici, di rinunce.
Perché c’è tantissima solitudine all’interno di un percorso come quello che intraprende chi fa atletica sul serio. Chi decide di tagliare il nastro che lo lega al mondo esterno e tuffarsi a capofitto sul tartan.
Ogni giorno, due volte al giorno. A volte anche tre.
I traguardi che segnano attimi di gioia sono pochi mai, comunque, riconsegnano gli anni in cui si è perso tutto il resto. Non è vero che la decisione di farlo è dipesa solo dalla propria volontà. A volte il talento (o quello presunto tale) diventa una catena da cui è più facile farsi imprigionare piuttosto che esserne padroni.
Allora s’innescano meccanismi per effetto dei quali ci si trova imbrigliati in una vita straniera che ci è piovuta addosso solo per effetto di un consiglio. Dell’insistenza di chi ci circonda, nel momento in cui la padronanza della nostra volontà è ancora ad uno stadio embrionale.
“Devi allenarti, hai talento, puoi arrivare lontano. Non sai quante soddisfazioni puoi toglierti …”
Nessuno, però, o pochi, ti raccontano quante delusioni dovrai provare e quante rinunce dovrai fare per quegli attimi di cui nessuno può farsi realmente profeta. Nessuno saprà mai dirti se e come li vivrai quegli istanti e a quali compromessi dovrai arrivare per raggiungerli. Ma chiunque, pratico dell’ambiente, potrebbe raccontarti con estrema certezza quanto dovrai lasciare sulla strada per fare l’atleta. L’atleta professionista.
Ho conosciuto più di una persona che ha intrapreso questa strada nella vita e che senza troppi giri di parole mi ha svelato solitudini di cui nemmeno immaginavo l’esistenza. Eremi celati da un sorriso tirato, da un falso portamento di soddisfazione che nascondono distanze e paure immense.
Non ultimo quelle di un campione che giunto ad un’età in cui vede spegnersi il suo cammino ai massimi livelli, dichiara una cosa tanto vera quanto terribile nella sua intima sofferenza: “sono certo che tra un anno nessuno si ricorderà più di me”.
Ecco allora che nel mio misero emisfero fatico molto a comprendere la condanna e l’accanimento nei confronti di chi ha commesso degli errori. Di chi ha perso per vincere.
Non giustifico mai l’inganno e sono pienamente concorde con la legge che tutela lo sport pulito, ma l’umana comprensione mi porta anche a comprendere ( e per comprensione intendo una sorta di abbraccio universale) chi non ha la forza di resistere.
Chi cede alla lusinga dopo una vita di solitudine e sacrificio.
Ripeto: non è quasi mai una scelta personale, ma il più della volte una strada obbligata per annusare un altro momento di quella famosa gioia che muore nel preciso istante in cui nasce.
Fabrizio De Andrè era solito dire: “c’è assai poca colpa nello sbaglio, quanto poco merito nel fare le cose giuste”.