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I MIEI LAVORI

I MIEI LAVORI - MONDOULTRA
Questo è un piccolo spazio dedicato alle mie pubblicazioni ...
L’uomo del temporale
pubblicato sul mensile Runners World
Sono figlio di un temporale.                                                                                                      Venuto al mondo una notte in cui si osservava ancora il colore del vento e si annusava il profumo del letame d’inverno.                                                                                   Sono figlio della terra, della campagna e serbo le mie radici pregne di polvere e sassi, come un gioiello prezioso, un dono divino.  Ho pochi pensieri, ma fissi.                                                                                                              Ora che la bocca ha perso i denti, mangio poco e a stento, ma mi nutro in maggior misura con gli occhi. Un giorno un dentista mi ha visitato e dopo pochi secondi mi ha detto : “ lei è senza speranza … Ci vorrebbero un sacco di soldi . “ Gli ho risposto che la mia speranza conta anche sul suo sorriso, su quello dei bambini che hanno ancora i denti buoni e che se vivo in una società dove si conosce il prezzo di tutte le cose, ma il valore di nessuna, forse non mi rimane tempo a sufficienza per masticare con la bocca. E’ proprio così, mi piace guardare la gente, la natura in movimento e le movenze degli animali.                                                                                                                Dicono che sono matto.                                                                                                                        Non ho un tetto, ma vivo in un parco rigoglioso e abito vicino ad un ponte. Oggi.                                                                                                                                  Sono cresciuto tra i filari delle vigne, tra i profumi del mosto e gli aromi delle erbe selvatiche. Era un universo semplice, a volte molto più crudele e bieco di quanto non si racconti, ma nella povertà c’era dignità.                   Tutt’ora  conservo intatti i sentori di quel tempo e me ne cibo nelle sere d’inverno, nelle notti buie. A volte, quando il sonno mi fa paura, scendo tra gli orti dei pensionati, quelli sull’argine del fiume, e mi siedo tra i solchi nella terra. E’ come ricongiungersi con la propria madre, respirare il sapore dell’infanzia. Esiste un patto tra l’uomo e la terra, una promessa solenne che fu sancita perfino da Noè.                                                                            Non è un caso, infatti, che scampato dal Diluvio e sceso dall’Arca, la prima cosa che fece, fu proprio piantare una vigna. Seminare un campo per far nascere un filare di vite non è come coltivare un fiore. Ci vuole tempo, anni, cura, amore, tanto amore. E’ un impegno, una promessa.                                                     Quando ero piccolo, trascorrevo ore ad osservare i vignaioli tra i filari.                               Forse è proprio da loro che ho ereditato la paura del temporale, il rispetto del cielo. Un solo istante può distruggere tutto il lavoro di un anno; un solo palpito ti può cambiare la vita.                                                                                                   Sempre.                                                                                                                                                                           In quelle notti, mi prendo cura di un piccolo vigneto. Dieci file disordinate che separano gli orti più grandi da quelli più miseri.                                                                            Poto le cime inutili, quelle che hanno già dato tanto e che ora, come un buon padre, sono costretto a recidere. Ma è un gesto d’amore, pur con sofferenza, ma sempre un gesto d’amore. Un modo per rinnovare la speranza, per curare quei dieci piccoli figli della terra, che un giorno, quando il sole li avrà accarezzati, daranno il frutto del loro cuore e del nostro impegno. Il padrone della vigna deve aver capito qualcosa, perché mi lascia sempre un paio di buone cesoie sul tavolo di pietra.                                             Una volta ho trovato anche un cartoccio con un pezzo di pane e qualche fetta di salame, accanto ad un fiasco di vino rosso.                                                                Non ho toccato nulla. Mi è sembrato triste, in quella circostanza, farlo da solo. Avrei voluto condividerlo con lui, unirci a tavola per scambiarci una parola. Mangiare, ai miei tempi, quando ancora avevo i denti, non significava nutrirsi, ma vivere. La tavola raccoglieva gli umori, i debiti con il mondo perduto e gli impegni con quello a venire, come null’altro.                                 Me sono andato senza mangiare. Con la bocca.                                                          Allora mi nutro spesso con gli occhi ed è proprio con quelli che l’ho rapita.                                    Lei sopraggiunge sempre all’alba, quando le prime luci del mattino mettono in moto il giorno.                                                                                                                                  Corre sul prato, quello grande che porta al bosco. Sembra una lepre, un cerbiatto sbarazzino che non teme il freddo e non cerca la compagnia.                              Corre sola con il corpo che si muove d’incanto, come la brezza tra le foglie. Mi ricorda le primavere in fiore, i fiori nei campi e sento la sua fragranza che stempera il chiarore. La scruto di nascosto, occultato dalla vegetazione del mio parco, seduto all’ombra di un olmo.                                               Ha un volto sereno, un sorriso disincantato e mi sembra di sentirla parlare in quel suo movimento fatto di semplicità. Corre con i suoi capelli, che volano come piume al vento. Si muove lentamente, non si agita.                                        Una volta l’ha vista anche Mario e mi ha detto : “ chissà dove va, da cosa scappa. “                                                                                                                                         Gli ho risposto che forse non fugge, ma va incontro. Verso se stessa, in una direzione che porta all’interno e non all’esterno. I suoi occhi celesti non guardano nulla e nessuno, volano come i suoi capelli.                                                             Vorrei fermarla e sentire la sua voce, anche se credo di conoscerlo quel suono. E’ l’eco della felicità. E’ il rumore del suo cuore quando batte, del suo corpo che si muove nella luce del mattino, della sua anima che balla con gli alberi, con le foglie, con i fiori.                                                                              Corre quell’angelo dorato e mi regala un risveglio in movimento che entra a far parte del mio piccolo mondo come un asterisco luminoso nel firmamento. E’ la mia stellina e inconscia del dono che mi rende, fila agile nel verde del mio parco.                                                                                                         Poi ad un tratto una goccia cade dal cielo, poi un’altra ancora.                                                       Mario bestemmia e dice che sono proprio l’uomo del temporale e corre anche lui sotto al ponte, al riparo.                                                                                                        Io esco, invece e mi lascio bagnare dall’acqua del cielo, come facevo da bambino nei campi, mentre mio padre bestemmiava col dito rivolto verso l’alto e l’occhio ribalto sulla vigna. Vorrei correre anch’io, accanto a lei per sentire il sapore della pioggia sulla pelle sudata e il rumore dei piedi che s’inzuppano di fango.                                                                                                            Piove.                                                                                                                                                                Lei attraversa di nuovo il sentiero e mi sfiora come un alito di giovinezza, che nutre questo mio tempo imbiancato dalla fatica di una vita al vento e dagli anni che corrono più forte di me.                                                                                                   Corri, stella, corri che l’uomo del temporale aspetta.                                                                        Fino a domani mattina.           

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