13 Dicembre 2011: LA MIA 24 ORE DI TELETHON A SAN BENEDETTO DEL TRONTO
di Adriano Arzenton
"Ci vuole passione nelle cose... Solo quella conta". Erano parole pronunciate da un ragazzo giovane, di colore e idealista fino allo sfinimento, tanto da portarlo ai margini della società di allora. Quel giovane aveva un talento innato e anche qualcosa in più, ma più di ogni altra cosa, possedeva "passione", una virtù che non si raccoglie tra i campi dell'indiffrenza e del qualunquismo, ma che si coltiva con la personale abnegazione e l'ottimismo che contraddistingue coloro che portano con onore il proprio nome in alto. Quel ragazzo lo cambiò perfino, il suo nome, tanto era forte il credo che lo spingeva ad andare avanti. Ognuno di noi nel suo piccolo microcosmo coltiva sogni che affondano le proprie radici sempre nella medesima terra dove quel giovane di allora raccolse le sue vittorie. Ad ognuno di noi, quell'uomo, anche oggi, anche dopo che la vita gli ha sputato addosso una sentenza tremenda, anche ora continua ad insegnare quello che tanti ancora non comprendono essere l'unico vero segreto per ottenere un risultato: LA PASSIONE.
Forse anche il nostro amico Adriano si è ricordato delle parole di Cassius Clay, qualche minuto prima di raccogliere il suo, di sogno... (Andrea Accorsi)
UN SOGNO DURATO DUEMILACENTONOVANTA GIORNI di Arzenton Adriano
"Vincere una competizione sportiva per un atleta è una impresa sempre notevole, ma vincere a quasi 54 anni una gara, non una mezzamaratona, una maratona o una 100 km, ma una 24 ore, una delle gare più massacranti e infernali nel panorama dell’ultramaratona è una soddisfazione immensa.
Anche se ho faticato molto nella mia vita fin da giovane, ho la fortuna di avere tutto (una bella famiglia, tre figli, un lavoro che mi piace).
Ho sempre fatto sport ma mi è mancata sempre una vittoria, un arrivare primo, un vincere qualcosa.
Esattamente sei anni fa (nel dicembre del 2005) ho cominciato a correre quasi per caso, poi mi sono appassionato e non ho più smesso.
Ho ottenuto qualche buon risultato nelle gare brevi (1/2 maratona in 1h21', maratona in 3h03').
Poi nel 2008 (complice il sodalizio con Luca Speciani) sono passato alle ultramaratone e alle corse a tappe. Ho corso in vari deserti, ho cominciato a vincere le classifiche di categoria.
Poi la convinzione di poter essere competitivo nella 24 ore.
Un primo tentativo a Fano 2010 fallito per un infortunio e a Fano quest'anno (ritiro dopo 14 ore per un temporale pazzesco).
Lo scorso 3 dicembre alle ore 11.00 nel centro di San Benedetto del Tronto sono al via nella 24 ore abbinata a Telethon.
Circuito di 1200 mt da percorrere appunto per 24 ore in gran parte in un parco immerso in migliaia di palme.
Dopo varie esperienze, errori e delusioni, questa volta interpreto la gara perfetta, con una andatura regolare, senza mai strappi ed accelerazioni, senza fermarsi mai e camminando il meno possibile.
Mi ritrovo 1° verso la 15 ora senza accorgermene e la cosa non mi ha per assurdo fatto piacere perché non ho potuto concedermi pause. No era troppo per me solo pensare di vincere una gara, dopo alcuni buoni piazzamenti e vittorie di Categoria. Mi sembrava quasi impossibile poter vincere davvero. Così per 9 ore sono dovuto stare concentrato cercando il più possibile di distanziare il 2° che inseguiva giro dopo giro.
La notte interminabile rischiarata dalle luci del percorso e le migliaia di palme tutto intorno mi fanno compagnia.
Fortunatamente ad un certo punto non sento più il corpo e nemmeno i dolori, sento solo la mente che pensa a tutto e a niente, solo a correre, ad andare avanti ripetendo continuamente un percorso ormai completamente memorizzato, come quando si guida in autostrada e non ci si accorge nemmeno di fare strada.
Ad un certo punto lo stomaco si rifiuta di mangiare e anche di bere, e inizia a far male, ma non è niente penso, ho sopportato di peggio.
Finalemnte arriva dopo 14 ore l'alba e il sole.
Il percorso comincia ad animarsi di vari podisti, mancano “solo” quattro re alla fine.
Ho accumulato 6 giri di vantaggio sul secondo e comincia a pensare che ce la farò. Così l’ ultima ora posso rilassarmi e vincere in scioltezza tra i complimenti di tutti, i flash dei fotografi e l’intervista ad una televisione locale” .
Centosettantottochilometri e 995 metri la distanza percorsa, davvero niente male in una giornata con il sole ed una temperatura di circa 18° di giorno ed eccezionalmente mite la notte (13°).
Improvvisamente 6 anni di fatiche, 30.000 km percorsi, ore ed ore lontano dalla famiglia per vincere, nonostante l’età, una competizione, sono svaniti.
Alzatacce alle 5 della mattina (tutti i giorni compresi Natale, Capodanno, Ferragosto etc.) e poi spesso 2^ allenamento in serata. Sabato e domenica lunghissimi di 30-40 km
Ci ho creduto, ho aspettato 2190 giorni ma alla fine ce l'ho fatta!!!"
15 Ottobre 2011: LA MIA 1^ 24 ORE
di Ciro Di Palma
Il fine settimana scorso ha visto correre, nella bella cittadina marchigiana di Fano, il campionato italiano Fidal della 24 ore. Un evento da me preparato scrupolosamente curando oltre che l’aspetto fisico e mentale, anche particolari come l’alimentazione, i ristori, i cambi vestiario e tutto quello che una gara del genere prevede. Tutto fatto con molta cura essendo, questa manifestazione, uno dei miei tre obiettivi stagionali, dopo la 100km di Seregno e la Nove colli running. A questa gara, però, tenevo particolarmente per vari motivi. Il primo è perché l’avevo voluta correre fortissimamente e da qui poi doveva nascere la stagione agonistica prossima, che prevedeva “l’attacco” ad una convocazione nella nazionale della 24h, oppure ottenere come risultato minimo un chilometraggio tale da permettermi almeno la domanda di partecipazione alla Badwater ultramarathon (come da accordi presi con gli organizzatori americani). L’altro motivo era il non voler deludere il mio allenatore, la mia società, l’equipe che mi assiste e tutti gli amici che mi seguono con ricambiata simpatia e affetto. Ciò non è accaduto e di questo mi è dispiaciuto fortemente appena conclusa la corsa. Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere questa cronaca perché a mente lucida si riesce sempre a ragionare meglio, valutando ciò che a caldo, altri fattori come la tristezza, lo sconforto e la stanchezza, non ti fanno vedere. Appena tagliato il traguardo agli amici ho detto che era stata una debacle clamorosa, una Caporetto in terra marchigiana, insomma una disfatta clamorosa. Tantissimi messaggi e telefonate di stima, insieme a qualche giorno di riposo, mi hanno aiutato a fare chiarezza su tutto. Ciò che però mi ha permesso di vedere il classico “bicchiere mezzo pieno” - e per questo lo ringrazio -, è stata una lunga chiacchierata con Andrea Accorsi, uno dei pochi che veramente capisce il mio modo di vedere e di vivere le corse. Una persona ”profonda” che va oltre le apparenze, oltre la superficie delle cose, vede in me atleta quello che veramente sono e non quella immagine che purtroppo appare a tanti, cioè quella di un fanatico all’eccesso. Dopo aver parlato con lui sono molto più carico e pronto a ripartire con nuovi stimoli, proiettato già a progettare una 24h da correre in primavera sicuramente all’estero e poi, siccome il mondiale dovrebbe essere a settembre, … I giorni che hanno preceduto il viaggio per Fano mi hanno visto molto attento a quelle che potevano essere le condizioni meteo durante la gara, in modo da non trovarmi impreparato di fronte a niente. Tutto sembrava ok, solo sabato mattina era prevista un po’ di pioggia e davano una bassissima percentuale di precipitazione durante la notte: non è stato propriamente così alla luce dei fatti. Una giornata fantastica alla partenza, ma durante la notte una tempesta di acqua e grandine si è abbattuta sul circuito Enzo Marconi di Fano facendo saltare i piani di tutti gli atleti, ma con questo non voglio dire che per lo specifico sia stato un risultato falsato, chi ha vinto lo ha fatto con merito, chi mi è arrivato avanti è stato più bravo di me e chi comunque ha visto la fine -ma anche chi si è fermato - è stato un grande e a tutti vanno i miei complimenti e la mia stretta di mano. Potrei aver da ridire su alcuni altri particolari, ma se i giudici non hanno visto oppure hanno ritenuto regolari certi comportamenti, non sarò certamente io a polemizzare ma sarà la coscienza degli stessi atleti che ogni tanto si farà sentire ed una “vocina” ricorderà loro che certe cose non andavano fatte e ciò sarà molto più duro da mandare giù rispetto ad un giudice di gara che ti sanziona. Venerdì 07, vigilia della gara, un’ acquazzone si abbatte su Reggio Emilia facendo cambiare i piani per la partenza, non più in treno ma in macchina col mio amico Andrea, il quale aveva pure prenotato una camera doppia in albergo facendomi desistere dal mio intento di dormire sulle brande messe a disposizione dagli organizzatori. La pioggia ci accompagna per tutto il viaggio ed una volta arrivati, sistemati in albergo, andiamo a ritirare i pettorali. Ho subito una buona impressione di tutto, del circuito tutto chiuso, transennato ed asfaltato in un bel parco, dell’organizzazione e dell’accoglienza riservataci. I fratelli Aiudi, con il loro staff, si prodigano affinché tutto vada per il verso giusto mentre un’atmosfera familiare regna all’interno dell’area. Mi viene indicato dove sono posti i ristori lungo il percorso e quanti ne sono presenti; sono due nelle ore che portano all’imbrunire, mediamente ogni chilometro e cento metri circa, diventeranno uno quando calerà la sera e purtroppo non ce ne saranno quando il nubifragio si accanirà su Fano, fermo restando che si poteva utilizzare (l’ho saputo dopo) il ristoro posto vicino alla tenda dove si potevano fare i massaggi, al quale però si doveva giungere da un percorso obbligato e non da altre parti del circuito pena la squalifica. Mi indicano dove saranno ubicati i ristori personali, dove poter fare i massaggi, dove eventualmente riposare, i vari punti del percorso dove si può uscire e tante altri particolari. La sera, un bel pasta party anche abbondante, e la presenza di tanti amici con i quali si scherza e ci si diverte, faranno da viatico alla notte che precederà la gara. Il sabato mattina ha un cielo sereno ed una temperatura piacevole a dispetto delle previsioni. Arriviamo al parco dove tutta l’organizzazione si sta mettendo di nuovo in moto, i giudici controllano i loro dettagli e noi atleti prepariamo la nostra postazione personale nell’area lungo i cento metri che precedono il traguardo che ci servirà lungo le ventiquattro ore di gara. Dispongo così i miei ristori, i miei cambi e poi piazzo lì anche il bandierone dell’Inter in modo che da lontano io possa vedere subito a quale distanza sia il mio posto senza sbagliare. Siamo tutti all’opera e tutti ignari della sorpresa che Dio Pluvio ha in serbo per noi tra una dozzina d’ore. Il tempo trascorre, per quello che mi riguarda, come al solito nella più totale tranquillità, conscio delle mie possibilità di far bella figura e di raggiungere uno dei risultati che mi ero preposto alla vigilia che derivavano dal sapere il modo col quale mi ero allenato e dal modo d’approcciare alla gara. Mi tiene compagnia il mio i-pod con la megacuffia che mi isola da tutti. Mancano circa quindici minuti e i giudici iniziano a fare la spunta dei partecipanti. Ormai, ci siamo. Andiamo in una parte del percorso dove è prevista la partenza e che permetterà agli atleti che correranno la cento chilometri di avere il loro fine gara proprio al passaggio sul traguardo, si, perché oltre alla ventiquattrore si correrà la corsa testé citata, la sei ore e la dodici ore; io la definirei una festa dell’ultrarunning, ma si vede che Dio Pluvio non era tanto d’accordo, oppure non era stato messo al corrente. Ore 10.00: parte la kermesse. Lungo la pista si vede subito e chiaramente quale atleta partecipa ad una gara ben precisa. Le velocità sono diverse e diminuiscono man mano che la gara d’appartenenza s’allunga. Vedo due treni che mi doppiano ogni tanto e sono Marco Boffo e Francesca Marin, anche se poi lei nel finale avrà un piccolo rallentamento. Io e tanti altri facciamo corsa tranquilla visto il numero di ore che abbiamo da correre. Il mio ritmo al giro è abbastanza regolare, 12’ alti e 13’ bassi con giri di 14’ ogni ora quando mi fermo per prendere il gel ed il piccolo pezzo di pane con bresaola oppure con olio al ristoro personale, questo fino al quarantesimo giro (oltre 88km, circa 08h 45’). In queste ore mi sono divertito come un matto senza accusare la benché minima fatica. Correre con Angela Gargano, Giuliana, Paola, Adele, Marinella e tantissimi altri amici, era sempre uno spunto per una battuta, per un incitamento e per una risata, tutto fantastico così come il pomeriggio sotto un pallido sole con tutti gli accompagnatori che facevano il tifo e prendevano la tintarella. Corro il quarantunesimo giro un po’ più lentamente per dare un po’ di conforto ad un amico, prima che atleta, che era in difficoltà, sempre però come prevede il regolamento affiancandolo per qualche metro e poi tenendomi a debita distanza, e poi continuo così fino alla quarantacinquesima tornata (circa 100km in 10 ore). Un particolare, però, mi balza agli occhi, poi confermato anche da altri partecipanti, il Garmin segna 3 km in più...mah?! Seguono due giri mediamente intorno ai 15’ e decido di fermarmi per un massaggio. La sosta mi fa percorrere il quarantottesimo giro in 29’, però non ci sono problemi, continuo ad essere nel gruppo di testa di una gara che vede al comando il reggiano Stefano Verona. Proseguo tranquillamente a girare tra i 13’ alti e 15’ bassi, questo dovuto al fatto che mi fermo ad entrambi i ristori che intanto già avevano fornito pasta a chi ne voleva. Il cinquantasettesimo e il cinquantottesimo giro sono lenti perché mi distraggo a studiare le condizioni del cielo che, dall’esperienza che mi deriva dall’essere un ex navigante, mi sembra non promettere niente di buono. Anche col buio riesco chiaramente a vedere dei nuvoloni carichi di pioggia e così, come nei migliori gran premi di Formula Uno, dove anche la tattica e la strategia la si adegua a volte agli imprevisti e va studiata al momento, cerco d’anticipare tutti gli altri e mi preparo alla pioggia, consapevole che sul breve avrei perso qualcosa, ma che alla lunga questa scelta m’avrebbe premiato. Ancora qualche giro ed ecco giungere la pioggia che nel volgere di qualche decina di minuti si tramuta prima in un acquazzone poi in violenta grandinata. Non c’è più il ristoro, non ho la possibilità di bere qualcosa di caldo e a questo punto decido di fermarmi perché temo per la mia incolumità fisica. Pochi temerari restano fuori, qualcuno pagherà dazio dopo, altri invece vedranno premiata la loro caparbietà e si piazzeranno nelle prime posizioni in classifica finale. Anche chi era in testa alla gara, Stefano Verona, si ritira e da quel momento Tallarita prende la testa della gara, ma poi anche lui alzerà bandiera bianca dopo il temporale, rientrando in gara all’alba quando i giochi saranno ormai fatti ma comunque in tempo per vincere un bell’argento master. La mia sosta dura circa un’ora e dieci, ho il tempo d’asciugarmi, mettermi degli indumenti asciutti e di mangiare un po’ di pane con bresaola. Intanto, fuori un forte vento gelido spazza via tutto facendo tabula rasa. Riparto compiendo altri cinque giri, di cui due un po’ lenti, ma ormai la gara è compromessa, il freddo si è impossessato del mio corpo, il fisico cerca di combattere, la mente lucida invece mi consiglia di rientrare ancora cercando di riscaldarmi e di riprendermi. Altra sosta di un’ora steso sulla panca dei massaggi con una coperta addosso. Mi ridesto e parto ancora, compio un altro giro ma camminando ad passo lentissimo quasi 30’ per percorrere un po’ più di due chilometri. Sono una nave alla deriva, ho freddo. Angela Gargano, vedendomi, mi chiede se ho bisogno di una felpa, di guanti o di quant’altro, purtroppo le dico che ormai è andata così e che sto cercando un motivo per uscire da questa crisi e mi rifermo ancora. Sosta di un’ora e mezza questa volta senza stendermi e senza coperta, solo sotto la tenda seduto. Ad un certo punto, una voce mi dice: “Dai Ciro, forza proviamo!”. Questa non è la voce della coscienza, ma è Adele Di Lorenzo, un’altra atleta che fino al patatrac si stava giocando la vittoria della gara. Prendo un busta dell’immondizia e la metto sotto il k-way cercando di “sigillarmi” sempre di più e vado convinto di camminare fino allo scadere della ventiquattresima ora. Questo mio camminare mi dà la conferma di un dato che già era in mio possesso e che aveva solo bisogno di essere avvalorato: purtroppo, quando cammino, sono molto più lento rispetto agli altri che fanno la mia stessa cosa. Questo aspetto sarà da migliorare nei prossimi mesi con allenamenti specifici. Ancora una volta fuori e, dopo questa ulteriore sosta, ancora un giro a camminare, poi all’improvviso s’accende la luce: forse il pensiero che qualche amico ha percorso un po’ di chilometri per venire a fare il tifo per me e che qualcun altro ancora mi ha promesso la sua presenza verso la fine della gara mi mette le ali ai piedi . Compio il settantatreesimo giro in 11’46’’, molto veloce rispetto agli altri e rispetto al mio inizio gara. Ormai il treno è partito. Mi rifermo, però adesso per spogliarmi della roba che avevo addosso, mi metto a correre in canottiera e pantaloncino corto, credo di essere stato l’unico ad essere vestito così. La settantaquattresima tornata (ultima sosta) sarà l’ultima di 18’. Sono le sette e mezza del mattino mancano due ore e trenta alla fine ed i miei giri successivi saranno : 75 – 10’41’’ ; 76 – 11’08’’ ; 77 – 10’42’’ ; 78 – 10’16’’ ; 79 - 10’48’’ ; 80 – 10’42’’ ; 81 – 10’53’’. Ormai senza cronometro, lasciato nel borsone e senza riferimento sui giri compiuti corro libero da ogni pensiero, sono leggero e felice. Vedo gli amici soffrire di una sofferenza che non m’appartiene più, stringono i denti ed i loro fisici sono molto provati. Guardo il cronometro solo al passaggio sul traguardo, il monitor che era li il giorno prima non era stato più in grado di funzionare dopo la bufera notturna. In questa mia folle corsa riesco a recuperare tre giri all’atleta che è in testa alla gara, recupero su tutti e alla grande, al punto che chi mi è davanti, quando lo passo mi chiede, forse temendomi, che giro io stia correndo. Una cosa che mi ha fatto piacere è stato vedere un atleta come Fatatis, fresco vincitore della 6 ore di Seregno, anche lui nuovo a questo tipo di gara e ritiratosi, fare il tifo per me e farmi i complimenti ogni volta che passavo vicino a lui. A questo punto un giudice di gara mi dice che sono sesto, non ho possibilità di prendere il quinto che è Vito Intini, anche lui corre ad un buon ritmo anche se più lento di me, perché alla ricerca del podio e che il settimo uomo è dietro di me di una dozzina di chilometri. Così gli ultimi tre giri saranno un po’ più lenti : 82 – 11’28’’; 83 - 12’06’’; 84 - 14’09’’. Controllando le ultime due ore e mezza di gara credo di essere stato in assoluto il più veloce. Prima di concludere l'ultimo giro, mi fermo ancora alla tenda per prendere una maglietta che avevo preparato in onore di un mio amico, Efisio, anche lui giovane maratoneta, prematuramente scomparso poco tempo fa. Dopo la gara,una bella doccia e un ricco pasta party. Resto lì anche per le premiazioni in modo da onorare e dare il giusto e meritato tributo a chi è stato più bravo di me. A mente fredda mi resta dentro la felicità d’aver vissuto una fantastica esperienza, dopo di tutto era la mia prima prova in una 24 ore su un circuito, la consapevolezza d’aver dato spettacolo verso il finire della gara e di aver regalato delle emozioni a chi era li a guardare questo ometto che, dopo 23h30’ di corsa, correva come un ossesso. Domenica scorsa ho detto: “E’ tutto da buttare”. Dopo la telefonata con Accorsi dico: “Da qui si parte e sicuramente ne vedremo delle belle”. Adesso un po’ di vacanza a casa mia a Rio de Janeiro, poi si ricomincerà con la testa bassa a macinare dei chilometri, riprendendo la rotta verso quel sogno che sicuramente non è li per non essere raggiunto. Sono sicuro, ce la farò!
21 febbraio 2011: LA MIA 50 KM SULLA SABBIA
di Ciro di Palma
Bravo Francé e grazie ancora di tutto! Francesco Capecci è un atleta facilmente riconoscibile dal suo copricapo particolare, dal baffo e dall’andatura un po’ caracollante, ma sempre fiera;lo incontri tutte le domeniche in qualche maratona in giro per l’Italia. La sua simpatia, i suoi modi gentili e la particolare parlata picena lo rendono uno dei personaggi più originali del panorama podistico nostrano. Questo signore riesce ad organizzare un evento podistico che attira tanti atleti e camminatori da svariate parti d’Italia; lo fa con passione, dedizione e cura avendo a disposizione un budget non proprio ricco, anzi direi proprio ridotto all’osso. Non avendo l’aiuto di grandissimi sponsor e la collaborazione di un’organizzazione mastodontica, lavora alacremente tutto l’anno affinché la sua “creatura” possa vedere la luce ogni anno, verso la metà di febbraio, sulla Riviera delle Palme. Sto parlando della manifestazione che ha in sé due anime: la maratona e la 50km sulla sabbia di San Benedetto del Tronto. L’avevo scoperta per caso l’anno scorso e vi avevo preso parte più per curiosità che per altro; quest’anno, invece, son tornato di proposito e volentieri perché in questo arco temporale ne ho fatto mio lo spirito ed ho avuto modo di conoscere meglio Francesco. Sapevo di non sbagliare e così è stato. Leggendo qua e la su qualche blog è spuntato pure qualche giudizio negativo sulla manifestazione, opinioni rispettabilissime ma che non condivido assolutamente se non forse per l’assenza dei bagni chimici lungo il percorso, ma Francesco, da persona seria ed intelligente, saprà fare sua questa critica e trasformarla in suggerimento prezioso migliorando così la qualità dell’evento. Quando leggo: “Ho pagato trenta euro e poi non c’erano le docce, il ristoro a fine gara era scarso, il ritiro dei pettorali era in un posto stretto, ho dovuto pagare sette euro per il pasta party…, sicuramente una manifestazione da non fare più”, resto dispiaciuto perché secondo me queste persone - pur rispettandone, ripeto, l’opinione - hanno girato poco. Allora, è meglio pagare quaranta, cinquanta euro e poi arrivare al traguardo sentendosi dire, dopo un acquazzone allucinante: “Vai avanti, vai avanti, muoviti che arrivano gli altri…”. Avere il deposito borse lontano due chilometri e poi magari trovare il bagaglio semiaperto o rotto perché buttato lì alla rinfusa o, per concludere, trovare solo pochi biscotti come ristoro finale! No, mi spiace,non ci sto! Io voglio oltrepassare la finish line e trovare Francesco, l’organizzatore, che mi abbraccia ed è più felice di me. Voglio trovare il borsone integro dove l’ho lasciato. Voglio arrivare al sabato a ritirare il pettorale e trovare il Capecci che mi accoglie ringraziandomi, con le lacrime agli occhi, solo per il fatto di essere lì, felice di avermi a casa sua dopo che mi aveva iscritto senza fax, senza alcun bonifico e dandogli la conferma solo il giorno prima della mia presenza. Voglio andare a ritirare il premio del decimo arrivato della 50km e sentirmi dire: “Ciro,questa è una taglia L, troppo grande per te, aspetta un attimo che provvedo subito a cambiarti il premio”. Voglio trovare nel pacco gara una maglietta tecnica ed uno scaldacollo che all’occorrenza diventa anche copricapo (un grazie va anche allo sponsor tecnico).Voglio pagare sette euro per il pasta party e stare in compagnia di un’allegra brigata che si diverte come se fosse una famiglia, invece di avere un misero piatto di pasta, magari scotta, come purtroppo accade spesso. Se poi alla fine non c’è la doccia “chissenefrega!”, attraverso la strada, vado in albergo e la faccio lì, dove ho pagato trentacinque euro per una camera singola e non cinquanta,sessanta o settanta come è accaduto in altre città e dove non ho neanche avuto questa possibilità nonostante fossero convenzionati. Questi sono i motivi per i quali, impegni lavorativi permettendo, tornerò sempre a San Benedetto del Tronto. Come faccio sempre, sono arrivato sabato pomeriggio nella ridente località balneare marchigiana, però dal mattino ho dentro di me una strana sensazione,come se mi mancasse qualcosa o qualcuno, non lo so, non me lo so spiegare. Strano, non mi succede mai, mi dicevo… E’ il primo pomeriggio, m’incammino verso l’albergo dove riposerò un po’; dopo qualche ora ed una passeggiata a piedi nudi sulla spiaggia vado a ritirare il pettorale, quattro chiacchiere col responsabile dello sponsor tecnico e poi una camminata in centro, un modo come un altro per far trascorrere il tempo e visitare la città. Al mio ritorno ormai le luci del giorno stanno sfumando nelle tonalità più calde del tramonto, che a loro volta mutano dopo un po’ in quelle più fredde della sera, da lì a poco una volta di un colore blu scurissimo avvolgerà tutti noi ed allora sarà notte. Incontro l’amico Filippo ed insieme ci rechiamo al ristorante per il pasta party dove ad attenderci c’è una miriade d’amici che, come sempre, è un piacere rivedere. Ci siamo quasi tutti e c’è aria di festa. Qualcosa però sempre mi manca, quella strana sensazione del mattino è sempre lì, la sua presenza sarà mia compagna indesiderata per l’intera serata, ma cerco di non darle importanza. In giro c’è Denise che saluta tutti e, con la sua macchina fotografica, come un’ape di fiore in fiore, salta da un tavolo all’altro, ci punzecchia con i suoi scatti. Con piacere rivedo anche Maurizio Crispi che non incontravo da tanto tempo e col quale mi metto a parlare dei miei progetti per l’anno che si è spalancato davanti a noi. Sono le Venti e l’allegra brigata si sposta dall’altra parte per la cena; la festa ha inizio. Ho modo di conoscere nuove persone, ognuno a modo suo attore protagonista del film della sua passione sportiva e con tante storie diverse da raccontare. Tutti però con la stessa gioia da condividere, la Corsa! Nonostante l’aria di festa, dopo cena, torno subito in albergo sperando che, dopo una bella dormita, avrei smesso quel velo di tristezza che m’ammantava. E’ domenica mattina, è presto ed il cielo plumbeo ci guarda dall’alto minaccioso quanto mai, in strada già tanti atleti colorano la città ancora un po’ sonnecchiante. Mi reco alla partenza della gara, manca ancora mezz’ora e allora vado a sedermi in riva al mare, l’aria è serena e prelude ad una bella giornata. Pieno d’energia e carico, ritorno in gruppo dove c’è ancora tempo per parlare e scherzare un po’ con gli amici come al solito. Mancano cinque minuti, ci portiamo sotto il gonfiabile dello start, la musica dagli altoparlanti esce alta, attraversa i nostri timpani e si perde nell’atmosfera. Ormai ci siamo, via! Il serpentone inizia a muoversi, sull’arenile prende vita la corsa. La sabbia più soffice e meno compatta rispetto all’anno scorso, quando l’intero litorale fu vittima di mareggiate e cattivo tempo, sembra come rapire i nostri passi. Si notano fin dai primi chilometri i diversi tipi di atleti che popolano la gara: c’è chi è lì per fare la corsa e lottare per la vittoria ponendosi subito alla testa del gruppone; c’è chi, provvisto di camel bag, sta provando l’assetto per la cento chilometri del Sahara che si terrà tra poco; c’è chi, come me, è lì per effettuare un buon allenamento e c’è, infine, chi è presente per fare una semplice e salutare passeggiata. Una delle cose belle di questa corsa è che, essendo un circuito da ripetersi più volte, hai la possibilità d’incrociarti con gli altri atleti, all’inizio tutti felici e sorridenti, poi, man mano che passano i chilometri, quella felicità degrada fino ad assumere connotati di fatica con contorni sempre più marcati di sofferenza pura. Le mie gambe vanno benissimo, giro con tempi costanti ed il mio incedere è tranquillo, mi diverto a giocare col mare, lo sfido, lo irrido. Lui cerca di bagnarmi ed io lo schivo, allora per vendicarsi di questo mio affronto, come un bimbo capriccioso che vuole sempre averla vinta, cancella le tracce del mio passaggio rendendo invisibile la mia presenza. Si va avanti, batto il cinque con tanti amici, alcuni sono in netta difficoltà e li incito, altri mi guardano con aria stravolta facendomi solo un cenno col capo, tanti mi ringraziano, tutti però stringono i denti e vanno avanti indomiti. Sono talmente contento di come stia andando la mia corsa che proprio mi sembra di vivere in un’altra dimensione, catapultato lì quasi per caso e solo per dar man forte a tutti. Verso la metà o poco più del tragitto doppio l’amica Angela, nel passarla mi urla: “Mi hai fatto piangere quando ho letto il tuo articolo sulla maratona di Napoliiiii”, resto un attimo stupefatto, piacevolmente colpito, mi volto, la guardo e cambio la direzione della mia corsa. La raggiungo, l’abbraccio, la ringrazio del bel complimento che mi ha fatto e le chiedo di fare qualche chilometro insieme. Lei, da grande atleta qual è, mi urla,quasi rimbrottandomi, d’andare, consapevole della differenza di passo che c’è tra noi. Mi allontano riprendendo il mio ritmo, però - devo essere sincero - quell’attestato di stima mi ha colto piacevolmente di sorpresa. Stavolta sono stato io ad essere emozionato. Vado avanti leggero ed in beata solitudine, la mente viaggia libera ed i pensieri, fondendosi con la risacca del mare, si perdono all’orizzonte e sempre più lontani da me,un leggero venticello freddo che spira da sud mi accarezza, m’inebria e risveglia i sensi. I miei occhi ad un certo punto vengono rapiti da un’immagine: due uccellini che sono lì per i fatti loro sulla spiaggia. Uno mi vede arrivare e si sposta un po’, ’altro mi viene incontro e mi segue come se volesse dirmi qualcosa, noto qualcosa di particolare sulla testa di quel simpatico pennuto, è una leggerissima imperfezione che lo rende però molto originale. All’improvviso, però, vola via e se ne va in compagnia dell’altro, portandosi via quella sensazione di solitudine che avvertivo e che mi opprimeva. Ormai manca un giro e mezzo alla fine, dal traguardo ormai disto dodici chilometri, ho ancora da correre meno di un’ora, bene. Mancano cinquecento metri, il gonfiabile è ben visibile, tiro fuori il mio bandierone dell’Inter e sventolandolo l’oltrepasso, mettendo la parola fine alla mia corsa. Una gentile signora mi consegna la medaglia e poi il solito show ad uso e consumo dei fotografi e per il mio divertimento. Ecco che ancora una volta rivedo quei due uccellini e la scena di prima si ripete, come se fossi andato indietro col nastro, pigiando il tasto del rewind. Il volatile col neo mi viene incontro e mi segue fin dove ho lasciato il borsone poi, come se volesse salutarmi, resta immobile, mi guarda e dopo qualche attimo prende a volteggiare nel cielo e vola verso chissà quali lidi e quali avventure. Quell’istantanea mi resterà nitida nella mente ed il verso di quel simpatico animaletto, come le parole dolci che solo una mamma o una donna innamorata sanno proferire, riecheggerà come una soave melodia nelle mie orecchie fino al ritorno a casa.
14 dicembre 2010: LA MIA BOA VISTA ULTRAMARATHON
di Giacomino Barbacetto
È la decima edizione quest’anno e ormai si possono trovare tanti racconti su questa bellissima gara.
Non mi va di ripetermi nel narrare passaggi ai vari checkpoint, tempi di percorrenza, distacchi, classifiche ecc.
Voglio raccontare la mia Boa Vista Ultramarathon 2010 in un modo un po’ insolito, cioè come vorrei rimanesse nei miei ricordi, descrivendone alcuni paesaggi e ricordando alcune persone che ho incontrato in questa Avventura.
La corsa è di 150 km no-stop, in autosufficienza alimentare. L’organizzazione fornisce solo acqua e assistenza medica, il percorso è segnalato ma è bene sapersi anche orientare con il road book fornitoci alla partenza. L’isola non è molto grande, circa trenta km da nord a sud ed altrettanti da est a ovest e poterla girare in lungo e in largo a piedi è davvero un privilegio per pochi eletti in quanto racchiude una natura ancora incontaminata che credo si possa trovare tale solo in pochissimi posti su questo pianeta. Io che provengo da un paesino di montagna sono rimasto forse più stupito degli altri nel vedere queste immense spiagge vergini ed incontaminate costeggiate da un mare trasparente color turchese. A bocca aperta anche quando, al primo punto di controllo, si incontra il più grande relitto esistente al mondo, nella spiaggia di Boa Esperanca, a nord dell’isola, che spunta possente dall’acqua a pochi metri dalla riva e mi fa precipitare in un attimo dentro un romanzo di pirati.
È il deserto di Viana... che sembra impossibile ma inizia senza preavviso. Sto calpestando delle sterpaglie di piante apparentemente secche cresciute tra i sassi rosso mattone e mi trovo di fronte, in un batter d’occhio, ad una distesa infinita di sabbia color cipria nella quale perfino le foto diventano chiare, quasi sbiadite e di color pastello e capisco che sto entrando in un mondo che non è il mio, è misterioso ma non incute paura, anzi, mi dà un senso di pace.
Non ci sono serpenti, per fortuna e questo mi ha tranquillizzato: era l’unico timore che mi ero portato appresso. Di spaventi, comunque, ne ho presi, soprattutto la notte, mentre si costeggia la salina, quando una miriade di grandissimi granchi mi vengono incontro salterellando come se fossero sui trampoli, si avvicinano incuriositi, attratti forse dalla luce frontale. Poi si allontanano di scatto col tipico movimento laterale e pare che il terreno si sposti facendomi perdere l’equilibrio. Di giorno gli unici esseri viventi con cui faccio confidenza sono le zanzare e gli stormi di libellule coloratissime dal rosso al blu, alcuni piccoli somari pelosi e qualche cane randagio apparentemente innocuo e tranquillo. I pochissimi alberi che mi appaiano lungo il cammino sono le palme: molte di esse sembrano degli scheletri piegati dal vento altre, invece, si ereggono maestose come delle torri. Sotto le due più grandi ci hanno fatto il checkpoint numero 3, che posso facilmente vedere da lontano e mi indica la retta via per l’uscita dal deserto. Ci sono dune più modeste anche dalle parti di Espingueira, cumuli sabbiosi ricoperti da una misera vegetazione di piante grasse e sterpi, io le ho attraversate di notte e non capivo se il terreno fosse in salita o in discesa, e mi hanno ingannato anche sulla percezione della distanza che stavo
percorrendo. È tutto magico, alle volte mi sembra di volare, altre corro corro e mi sembra di essere fermo (questa non è magia però, è stanchezza...)
Ero solo ma non avevo paura, poco prima avevo incontrato Francesco a cavallo del suo quod il quale mi aveva confermato che stavo procedendo nella giusta direzione e che aveva appena controllato le balise di segnalazione lungo la pista. La spiaggia a sud, che si percorre circa a metà gara, è una distesa di sabbia bianchissima e uno dei tratti più impegnativi mentalmente. Quel luogo è stato testimone di un fatto che merita di essere raccontato perché, secondo me, racchiude lo spirito con il quale ogni podista amatore dovrebbe affrontare queste imprese.
Angelo è un ultrarunner non più giovanissimo ma dal fisico asciutto e scattante, con una lunga barba che gli copre mezzo volto e due occhi brillanti da bambino che gli conferiscono un’aria simpatica. Tutte le mattine che precedevano la gara si faceva la sua bella corsetta fino al primo checkpoint oppure usciva con la montain bike a scrutare i posti nascosti dell’isola. Io mi dicevo: cavolo, questo è uno forte, nemmeno prima di una gara così dura si concede un minimo di riposo!
Alla fine dei lunghissimi venti chilometri di spiaggia è giunto assieme ad altri tre atleti: probabilmente l’idea era di continuare assieme.
Arrivato al punto di controllo sì è tolto zaino, scarpe, maglietta, pantaloncini e mutande, adagiando tutto questo stomachevole materiale puzzolente su una pietra. Poi si è girato verso gli altri, sbigottiti da quella vista, e ha pronunciato queste parole:
“Io non ho scuse, com’è consuetudine giustificarsi in questi casi, non ho dolori atroci, crampi allo stomaco o altre magagne che mi impediscono di proseguire, ho fatto abbastanza oggi, sono troppo stanco e sorridente”. Terminato il breve “discorso”, in un baleno si getta, con un agile tuffo, nell’oceano.
Quando esce pimpante e rigenerato si rivolge a Piergiorgio, il “guru” super abbronzato dai lunghi capelli nonché ideatore della manifestazione e si mette a completa disposizione per aiutare lo staff nelle lunga notte che sta per giungere. L’ho incontrato poi all’arrivo, mentre a squarciagola mi incitava, in gruppo con un nutrito pubblico,
forse una ventina di persone. E, sempre sorridente, mi porge una freschissima bottiglietta d’acqua.
E qui che entra in scena un altro angelo, che di nome fa Mario, uno dei medici dell’organizzazione, anche lui atleta, ed è stata la persona che dopo mia moglie ho più desiderato di trovare ad aspettarmi perché i miei piedi sanguinanti urlavano di dolore. Con una gentilezza non comune, mi ha resuscitato dallo svenimento provocato da un calo di pressione, cosa che succede spesso nelle gare lunghe. Di solito risolvo questo inconveniente sdraiandomi coi piedi in alto, mentre stavolta me ne sono dimenticato e quindi, poco dopo, giunsi all'hotel attaccato ad una flebo con tutto il mondo che girava intorno a me.
Senza guanti e maschera antigas si è anche prodigato ad alleviarmi il dolore acutissimo ai piedi, completamente maciullati dalle scarpe che forse non erano particolarmente adatte a questi terreni pietrosi. Come gesto di riconoscenza gli ho appena spedito a sua insaputa una pregiata bottiglia di grappa alle erbe di montagna. Non ho mai visto un dottore astemio, io sono fatto così...
Chissà se anche Gianfranco, il giornalista, sta scrivendo il suo racconto in questo momento. L’ho conosciuto due sere prima della partenza ed è stata una piacevole compagnia durante la cena a base di aragosta nel locale del mio compaesano Luca.
È strano come ad entrambi una brutta malattia fortunatamente risolta ci abbia catapultato, in tarda età, nel mondo del podismo.
Forse anche per questa insolita coincidenza abbiamo notato subito che c’era un certo feeling tra noi ed oltre che abbuffarci di ogni ben di Dio abbiamo parlato senza sosta fino a tarda sera. Mi disse che era un po’ intimorito da questa competizione perché fuori della sua portata in quanto non si era mai cimentato su distanze così lunghe e che sicuramente non sarebbe stato in grado di concluderla. È stata una grande gioia quando ci hanno comunicato il suo arrivo assieme ad altri due atleti, e mi è dispiaciuto non poterli applaudire all’arrivo. Per me, percorrere anche quelle poche centinaia di metri che distavano dall’hotel, sarebbe risultato impossibile nelle condizioni fisiche in cui mi trovavo. Mai come in questi casi la consumata frase “volere è potere” si è rivelata perfetta per tutta quella situazione.
Boa Vista Ultramarathon non è solo una sfida contro te stesso, non è solo fatica e dolori, è una lezione di vita che ti conduce nei momenti di maggior difficoltà ad essere quello che veramente sei, non ti puoi imbrogliare, se sei sincero con te stesso sei anche in pace e corri sereno fin dove la mente ti vuole portare.
Ne ho fatte diverse di Ultra, molte perfettamente organizzate e stupende, ma questa ha qualcosa in più oltre all’incantevole paesaggio. Sarà il fascino esotico, l’atmosfera familiare che si respira, sarà che ho anche un conto in sospeso con lei, comunque, alla prossima edizione, ci sarò e spero con me tanti altri, perché merita davvero un più ampio riconoscimento rispetto a quello che gode attualmente.
29 luglio 2010: LA MIA 2^ 100 KM RIMINI EXTREME
di Marco Mazzi
E' la mia seconda partecipazione a questa ultra , quest’anno volevo e dovevo esserci per onorare una corsa che nella passata edizione mi ha regalato molte emozioni.
È stata la corsa che un anno fa mi ha fatto capire il significato di cosa voglia dire ultramaratona.
Mi ha fatto rinascere agonisticamente e mi ha trasmesso nuovi stimoli e nuove motivazioni, che si erano improvvisamente distaccate da me e dal mio modo di vedere il podismo.
Quindi esserci quest’anno era quasi un obbligo prima di tutto morale e poi sportivamente volevo fare un grande risultato.
Poi a due mesi dalla Spartathlon la trovavo una corsa perfetta ,fare un bel lungo di notte in previsione di essa.
Quest’anno niente famiglia al seguito ,perciò nel tardo pomeriggio mi metto in auto e raggiungo Rimini alle 19.30 sono alla darsena ritiro il pettorale , mangio e mi preparo per la corsa.
Si ritrovano vecchi amici ,ormai bene o male ci si conosce tutti, le facce che si vedono sono sempre quelle.
Quest’anno con mia grande sorpresa trovo altri due componenti del nostro gruppo podistico Stefano e Paola, mi sembra strano non essere da solo ad una ultra è quasi un evento straordinario.
Alle 21 solita camminata fino all’ arco di Augusto e poi Start.
Volendo non solo attaccare il mio personale ma bensì sfondare il muro delle 9h parto con ritmo sostenuto per sfruttare i primi Km pianeggianti per poi limitare i danni in salita e recuperare nella seconda parte di gara che si snoda su un tracciato più veloce.e più congeniale alle mie caratteristiche .
Cosicché fin da subito mi trovo da solo tra il gruppo dei più forti che però è impossibile stare e gli altri dietro.
La notte è limpida la luna piena e pensare che l’istinto mi induceva a partire senza frontale ed affidarmi al chiaro della luna, fortuna che ho seguito la razionalità perché dopo pochi Km nonostante la frontale ,non mi accorgo dei lavori in corso su un marciapiede e mi ci infogno dentro insabbiandomi fino alle ginocchia.
Strada facendo arriva la lunga salita ed anziché rallentare come avevo previsto continuo la mia andatura sostenuta, che stavo andando bene lo capivo dai parziali che mantenevo ,dal fatto che i Km volavano via e come prova inconfutabile che al 42° km al traguardo della maratona c’erano si e no 10 concorrenti arrivati tutti gli altri che per questa notte avevano scelto di fermarsi a questa distanza erano indietro,
al passaggio dei 50 Km sono in ventesima posizione , arrivo al famigerato bivio di dove l’anno scorso ero partito per la tangente e andato fuori rotta . quest’anno qui è impossibile sbagliare conto non meno di 35 cartelli di svolta a destra ed inoltre ci sono disegnate sull’asfalto delle “malefiche” frecce bianche.
Le ho chiamate con quel nome non a caso perché saranno coloro che mi trarranno in inganno più avanti infatti passato san Leo sono sulla parte sinistra della strada rivedo che ci sono ancora frecce bianche a sinistra e seguo quelle ,non accorgendomi che c’era un piccolo cartello della rimini estreme che diceva di proseguire su strada principale.
Le frecce bianche stavolta erano appunto quelle della nove colli running corsa due mesi prima, con l’andare dei Km piano piano me ne rendo conto sempre di più, ma ormai la frittata è fatta . fermo in continuazione le auto che mi vengono incontro per rassicurarmi di essere sul percorso , a volte le risposte non sono rassicuranti in quanto mi sento rispondere “si ci sono dei podisti che stanno correndo più avanti” io mi dico mah saranno altri che hanno sbagliato strada , ma comunque non sentendomi proprio solo vado avanti su quella strada , finche dopo molti Km mi ricongiungo con il percorso della gara, arrivo al ristoro e la prima cosa che chiedo è:” a che Km siamo?”,mi sento rispondere al 65 Km controllo il mio GPS e mi segna poco meno di 69Km , beh mi consolo quest’anno sono neanche 4 Km di gap, rispetto all’anno scorso sono migliorato notevolmente.
È inutile dire che in quel tratto di circa 19 Km senza l’ausilio dei ristori e con la paura di essere chissà dove la media e il mio intento sono andati letteralmente a farsi fottere.
E pensare che fino al 50à km ero ancora in quasi perfetta media ,ero leggermente in ritardo ,ma con la lunga salita era auspicabile ,da li in poi sarebbe partito l’assalto vero e proprio su un tracciato più congeniale alla mia stazza.
Poi purtroppo quando qualcosa ti va storto ,il morale e lo stimolo agonistico ne risentono andando ad incidere sulla prestazione ,ti lasci un pò andare non ti curi più del cronometro e cosi perdi sempre più tempo ,ai ristori scambi qualche chiacchiera e cosi via.
Comunque sono molto soddisfatto della mia prestazione 9h47’ che con un dislivello positivo di circa 2800 Mt , vale molto di più del 9h27’ di Seregno.
Tra due mesi la Spartahlon il mio sogno ,so che la sarà molto dura e difficile ho preventivato tutto fatica e sofferenza ed in primo piano la possibilità di non riuscire a portarla a casa al primo tentativo ma sullo stesso piano metto anche la grande motivazione gli stimoli e la grande forza di volontà che mi pervadono per poter raggiungere e conquistare questo grande sogno.
Perciò come vuole la tradizione appuntamento all’ultimo venerdi di settembre , ossia il giorno 24/09/2010 dove dall’ Acropoli di Atene alle 7.00 in punto verrà dato il via ufficiale .
Quest’anno ci sarò anch’io il mio numero di pettorale sarà il 304 e per chi volesse sapere l’evolversi della corsa per sapere se sono ancora in gara oppure se sono schiattato prima lo può fare direttamente da questo LINK http://www.spartathlon.gr/resultslive.php
Ciao a tutti e a presto e mi raccomando fate il tifo per me
24 giugno 2010: LA MIGLIORE PRESTAZIONE ITALIANA FEMMINILE DELLA 6 GIORNI
di Michele Rizzitelli
E’ di 562,330 km, il nuovo record femminile italiano della “6 Giorni”, stabilito da Angela Gargano ad Antibes dal 6 al 12 giugno.
La prima, ad armarsi di coraggio ed a cimentarsi in un tal tipo di gara, è stata Monica Moling, che, nel 2002, a New York, si fece una passeggiata di 484,413 km. Il ghiaccio era rotto. L’anno seguente, Maria Teresa Nardin, in Germania, se la fece più lunga, prolungandola fino a 505,248 km. Il superamento del muro dei 500 km mise un po’ di timore alle ragazze italiche, per cui ci vollero 5 anni per metabolizzare fisicamente e mentalmente una simile fatica. Il divertimento ricominciò nel 2008 con Carmen Fiano, che corse, in sei giorni e sei notti, per ben 522,835 km.
Angela Gargano è giunta in Francia determinata a conseguire il risultato, pur consapevole di non avere effettuato una preparazione specifica. Febbraio è stato un mese di assoluto riposo. Ha eseguito, poi, blandi allenamenti infrasettimanali di 10 km, e partecipato a tutte le gare domenicali offerte dal calendario: Federico II Marathon, Roma, Martinsicuro, Russi, Milano, Boston, 50 km di Romagna, 6 Ore di Banzi, Porto San Giorgio, 120 km alla Nove Colli, 100 km del Passatore. Le ultime due gare, portate a termine 14 e 7 giorni prima di partire per Antibes - roba da far rabbrividire i compilatori di tabelle -, sono state inserite per acquistare fiducia nella lunga distanza, non avendo potuto partecipare alle annullate 100 km di Sicilia e 24 Ore di Termini Imerese e Ciserano. Una certa sicurezza psicologica le derivava dalle 480 gare del suo curriculum, alcune delle quali corse in giorni consecutivi.
Se la preparazione atletica è stata approssimativa, la gestione delle gara è stata curata nei minimi particolari. Tutto è andato come programmato, ed ai pochi imprevisti è stata trovata la soluzione giusta sul campo.
Il primo obiettivo è stato quello di non stravolgere le sue abitudini: colazione con caffè, latte e biscotti; pasta, carne, insalata e frutta a pranzo e cena; a letto, dalle 1:30 alle 6:00.
Ha rispettato il chilometraggio giornaliero stabilito (100 km), evitando di strafare il primo giorno, in cui era eccitatissima. Sistematicamente, ad ogni giro (1295 m), ha bevuto ad una bottiglia d’acqua in cui erano sciolti sali minerali e due zollette di zucchero, ed assunto uno spicchio di arancia, o di banana, o di mela. Per venire incontro ad esigenze gustative ed integrare i consumi energetici, ha sciolto in bocca liquirizia, preso marmellata alla melacotogna, ed anche qualche “Kinder delice”, di cui è ghiotta. Angela non è abituata ad assumere i molto propagandati prodotti commerciali specifici. Non è stato fatto nessun uso di analgesici-antinfiammatori.
Contro il vento, che ha spirato a 100 km orari per due giorni, non c’era nulla da fare. Per difendersi dal sole, è stata usata crema protettiva, ed un berretto sempre bagnato in testa.
Dato il percorso sassoso e polveroso, massima cura è stata riservata all’igiene dei piedi: protezione preventiva sulla parti maggiormente sollecitate dal carico, irritazioni cutanee trattate sul nascere, pediluvi, immersione in acqua molto fredda per combattere le sensazioni urenti.
La Gargano s’è gestita con sicurezza, anche da un punto di vista psicologico. Ha fatto in modo che, nel suo cervello, non si affacciassero quei 522,835 km da superare, che avrebbero fatto vacillare quest’organo nobile e fragile allo stesso tempo. Ha diviso la grande fatica in 6 piccole fatiche, ed è stata tutta intenta a portare diligentemente a termine il lavoro giornaliero. La lunga distanza, somministrata per così dire in dosi omeopatiche (100 km!), non ha scoraggiato il direttore d’orchestra: la mente, capace d’innalzarti sull’altare, o di scaraventarti nella polvere! Gli altri componenti della banda, articolazioni, muscoli, tendini, ligamenti, ben diretti, non hanno steccato.
Sono gare difficili, queste, in cui è improbabile che fili tutto liscio per sei lunghi giorni. La crisi e l’abbandono sono sempre dietro l’angolo. Ad Angela è andato tutto per il verso giusto, ed ha concluso la gara in perfette condizioni: sette giorni dopo era alla Maratona del Gargano, e domenica prossima parteciperà alla Pistoia-Abetone. La consapevolezza di non essere in possesso di una preparazione adeguata, l’ha portata ad una gestione oculata della fatica.
Il record italiano di questa specialità è stato portato ad un livello accettabile. Per dargli dignità europea deve superare i 600 km. Si può fare. Bisogna avere la voglia di sottoporsi ad un grande sacrificio per ottenere in cambio un riconoscimento ideale.
Barletta, 24/6/2010 Michele Rizzitelli
01 Giugno 2010: CORRENDO TRA IL SOGNO E L'INCUBO, IL MIO PASSATORE
di Ciro Di Palma
Iniziamo col dire:" Secondo Voi e' normale una persona scelga di correre ,per fare un allenamento,una gara di 100km e poi che gara...IL PASSATORE e sperare di andare in crisi qualche km per gestire l'emergenza?" Secondo me non tanto !!! Come dice sempre mio padre in dialetto napoletano :"Chell ca' vo' Maria 'o trov pa' via( Quello che Maria vuole lo trova per strada facendo),in questo "Passatore" ho proprio trovato quello che volevo,solo che la crisi e' stata ben piu' lunga del previsto,circa 32/33km.Un mese e mezzo fa subito dopo aver smaltito la 100km di Seregno ho deciso col mio allenatore di provare a correre questa corsa storica,affacinante,UNA PIETRA MILIARE del pianeta 100km...QUINDI CORRERE IL SOGNO!!! Il sogno del Passator cortese attraverso un itinerario appenninico che partendo da Firenze ,s'inerpica sugli appennini per poi ridiscendere a Faenza dopo 100km,tutto tra la natura e borghi caratteristici.L'avventura inizia sabato mattina.L'arrivo a Firenze,l'incontro con l'amico Dino che gia' aveva ritirato pure il mio pettorale.Piazza Santa Croce sembrava vivere due realta'diverse: quella della corsa,con gli atleti,i loro riti pre gara,gli stand ecc.e quella dei turisti che erano un po' allibiti dall'inconsueta e multicolore realta' della piazza. Data l'ora della partenza,primo pomeriggio,c'era il tempo per le foto di rito,c'era il tempo per trovare ed incontrare i tantissimi amici che attraverso il tam tam mediatico di facebook si sapeva di trovare li.Si c'erano proprio tutti gli amici,Andrea Accorsi con la Sua Monica Barchetti,la mitica Carlin,il grande Enrico Vedilei,Emanuele,Mauro,Stefano,Gianluca,la Sabry,Marco,Fabio(uno di quei "pazzi",ma non era l'unico che aveva partecipato alla Nove colli la settimana prima). Ci spostiamo tutti verso piazza della Signoria da dove poi in una strada adiacente si sarebbe partiti..C'era gente sdraiata,persone sulla fontana,tutti erano venuti li da ogni dove con la propria motivazione che li spingeva a correre questa avventura.Ore 15.00 . Si Parte. Il serpentone si lancia per le strade di Firenze,qualche km e poi s'inizia a salire.Strada facendo mi raggiunge il mio amico Claudio,una splendida persona ,un grande atleta,il quale ancora molto nervoso mi racconta di alcune sue peripezie nell'arrivare in tempo per la partenza.I primi km come sempre servono per i saluti,per le chiacchiere.C'e' chi mi riconosce dall'immancabile bandiera dell'Inter,chi mi conosce personalmente,solite battute,insomma tutto bello.Con l'amico Claudio decidiamo di andare insieme per un po' poi la differenza di fisico fa in modo che io lo stacchi in salita e che lui mi riprenda in discesa.Arrivo al 42 imo km,sento che c'e' qualcosa che non va,per arrivare alla Colla mancano ancora 6 km,stringo i denti alternando passo svelto e corsa . Arrivo su scherzando con delle persone in macchina della mia regione che "accompagnavano" un atleta...pero' la crisi era gia' sbocciata e stava per prendere corpo...VIVERE L'INCUBO.Arrivo su,sempre molto lucido e cerco con lo sguardo il cambio indumenti,non lo vedo...allora penso"Va bene,ho lasciato un altro cambio a Marradi faro' tutto li'" Inizia la discesa,i metri che prima correvo adesso li cammino,i metri che prima camminavo adesso correvo,la cosa stava per precipitare...niente avanti cosi'.Mi si avvicina Gianluca ,un amico di Reggio Emilia che accompagnava Dino per chiedermi se avessi dei problemi,gli rispondo che era quasi tutto ok e che riuscivo a gestire il tutto.Su un tratto di discesa si avvicina Andrea Accorsi,corre con me 50m e mi dice che giu' c'e' un temporale ma che probabil