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IMPRESSIONI IN CORSA

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I VOSTRI ARTICOLI - MONDOULTRA
17 OTTOBRE 2011: IL MIO UTMB, UN SOGNO CHE SI E' AVVERATO
di Gianluca Di Meo

Gianluca Di Meo è un ragazzo che mette passione nelle cose che fa. Corre da alcuni anni e da qualche tempo ha trovato una sua dimensione nelle corse in natura e nel confronto con ciò che ama fin da ragazzo: la montagna. Di qui ad inseguire un sogno, come arrivare in fondo all'UTMB di tempo e di chilometri ne sono passati. Nell'allegato c'è tutto questo tempo e le emozioni che in esso si sono condensate. C'è anche quello che gli occhi ed il cuore della persona a lui vicina nella vita, Lucia, hanno visto e sentito. A volte ciò che chi ci ama riesce a leggere nei nostri occhi, diventa il vero sguardo del nostro viso. Ma solo loro sono capaci di leggerlo.
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I VOSTRI ARTICOLI - MONDOULTRA
13 Dicembre 2011: LA MIA 24 ORE DI TELETHON A SAN BENEDETTO DEL TRONTO
di Adriano Arzenton

"Ci vuole passione nelle cose... Solo quella conta". Erano parole pronunciate da un ragazzo giovane, di colore e idealista fino allo sfinimento, tanto da portarlo ai margini della società di allora. Quel giovane aveva un talento innato e anche qualcosa in più, ma più di ogni altra cosa, possedeva "passione", una virtù che non si raccoglie tra i campi dell'indiffrenza e del qualunquismo, ma che si coltiva con la personale abnegazione e l'ottimismo che contraddistingue coloro che portano con onore il proprio nome in alto. Quel ragazzo lo cambiò perfino, il suo nome, tanto era forte il credo che lo spingeva ad andare avanti. Ognuno di noi nel suo piccolo microcosmo coltiva sogni che affondano le proprie radici sempre nella medesima terra dove quel giovane di allora raccolse le sue vittorie. Ad ognuno di noi, quell'uomo, anche oggi, anche dopo che la vita gli ha sputato addosso una sentenza tremenda, anche ora continua ad insegnare quello che tanti ancora non comprendono essere l'unico vero segreto per ottenere un risultato: LA PASSIONE.
Forse anche il nostro amico Adriano si è ricordato delle parole di Cassius Clay, qualche minuto prima di raccogliere il suo, di sogno... (Andrea Accorsi) 

UN SOGNO DURATO DUEMILACENTONOVANTA GIORNI di Arzenton Adriano
 
 
"Vincere una competizione sportiva per un atleta è una impresa sempre notevole, ma vincere a quasi 54 anni una gara, non una mezzamaratona, una maratona o una 100 km, ma una 24 ore, una delle gare più massacranti e infernali nel panorama dell’ultramaratona è una soddisfazione immensa.
Anche se ho faticato molto nella mia vita fin da giovane, ho la fortuna di avere tutto (una bella famiglia, tre figli, un lavoro che mi piace).
Ho sempre fatto sport ma mi è mancata sempre una vittoria, un arrivare primo, un vincere qualcosa.
Esattamente sei anni fa (nel dicembre del 2005) ho cominciato a correre quasi per caso, poi mi sono appassionato e non ho più smesso.
Ho ottenuto qualche buon risultato nelle gare brevi (1/2 maratona in 1h21', maratona in 3h03').
Poi nel 2008 (complice il sodalizio con Luca Speciani) sono passato alle ultramaratone e alle corse a tappe. Ho corso in vari deserti, ho cominciato a vincere le classifiche di categoria.
Poi la convinzione di poter essere competitivo nella 24 ore.
Un primo tentativo a Fano 2010 fallito per un infortunio e a Fano quest'anno (ritiro dopo 14 ore per un temporale pazzesco).
Lo scorso 3 dicembre alle ore 11.00 nel centro di San Benedetto del Tronto sono al via nella 24 ore abbinata a Telethon.
Circuito di 1200 mt da percorrere appunto per 24 ore in gran parte in un parco immerso in migliaia di palme.
Dopo varie esperienze, errori e delusioni, questa volta interpreto la gara perfetta, con una andatura regolare, senza mai strappi ed accelerazioni, senza fermarsi mai e camminando il meno possibile.
Mi ritrovo 1° verso la 15 ora senza accorgermene e la cosa non mi ha per assurdo fatto piacere perché non ho potuto concedermi pause. No era troppo per me solo pensare di vincere una gara, dopo alcuni buoni piazzamenti e vittorie di Categoria. Mi sembrava quasi impossibile poter vincere davvero. Così per 9 ore sono dovuto stare concentrato cercando il più possibile di distanziare il 2° che inseguiva giro dopo giro.
La notte interminabile rischiarata dalle luci del percorso e le migliaia di palme tutto intorno mi fanno compagnia.
Fortunatamente ad un certo punto non sento più il corpo e nemmeno i dolori, sento solo la mente che pensa a tutto e a niente, solo a correre, ad andare avanti ripetendo continuamente un percorso ormai completamente memorizzato, come quando si guida in autostrada e non ci si accorge nemmeno di fare strada.
Ad un certo punto lo stomaco si rifiuta di mangiare e anche di bere, e inizia a far male, ma non è niente penso, ho sopportato di peggio.
Finalemnte arriva dopo 14 ore l'alba e il sole.
Il percorso comincia ad animarsi di vari podisti, mancano “solo” quattro re alla fine.
Ho accumulato 6 giri di vantaggio sul secondo e comincia a pensare che ce la farò. Così l’ ultima ora posso rilassarmi e vincere in scioltezza tra i complimenti di tutti, i flash dei fotografi e l’intervista ad una televisione locale” .
Centosettantottochilometri e 995 metri la distanza percorsa, davvero niente male in una giornata con il sole ed una temperatura di circa 18° di giorno ed eccezionalmente mite la notte (13°). 
Improvvisamente 6 anni di fatiche, 30.000 km percorsi, ore ed ore lontano dalla famiglia per vincere, nonostante l’età, una competizione, sono svaniti.
Alzatacce alle 5 della mattina (tutti i giorni compresi Natale, Capodanno, Ferragosto etc.) e poi spesso 2^ allenamento in serata. Sabato e domenica lunghissimi di 30-40 km
Ci ho creduto, ho aspettato 2190  giorni ma alla fine ce l'ho fatta!!!"
 

 

15 Ottobre 2011: LA MIA 1^ 24 ORE
di Ciro Di Palma

Il fine settimana scorso ha visto correre, nella bella cittadina marchigiana di Fano, il campionato italiano Fidal della 24 ore. Un evento da me preparato scrupolosamente curando oltre che l’aspetto fisico e mentale, anche particolari come l’alimentazione, i ristori, i cambi vestiario e tutto quello che una gara del genere prevede. Tutto fatto con molta cura essendo, questa manifestazione, uno dei miei tre obiettivi stagionali, dopo la 100km di Seregno e la Nove colli running. A questa gara, però, tenevo particolarmente per vari motivi. Il primo è perché l’avevo voluta correre fortissimamente e da qui poi doveva nascere la stagione agonistica prossima, che prevedeva “l’attacco” ad una convocazione nella nazionale della 24h, oppure ottenere come risultato minimo un chilometraggio tale da permettermi almeno la domanda di partecipazione alla Badwater ultramarathon (come da accordi presi con gli organizzatori americani). L’altro motivo era il non voler deludere il mio allenatore, la mia società, l’equipe che mi assiste e tutti gli amici che mi seguono con ricambiata simpatia e affetto. Ciò non è accaduto e di questo mi è dispiaciuto fortemente appena conclusa la corsa. Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere questa cronaca perché a mente lucida si riesce sempre a ragionare meglio, valutando ciò che a caldo, altri fattori come la tristezza, lo sconforto e la stanchezza, non ti fanno vedere. Appena tagliato il traguardo agli amici ho detto che era stata una debacle clamorosa, una Caporetto in terra marchigiana, insomma una disfatta clamorosa. Tantissimi messaggi e telefonate di stima, insieme a qualche giorno di riposo, mi hanno aiutato a fare chiarezza su tutto. Ciò che però mi ha permesso di vedere il classico “bicchiere mezzo pieno” - e per questo lo ringrazio -, è stata una lunga chiacchierata con Andrea Accorsi, uno dei pochi che veramente capisce il mio modo di vedere e di vivere le corse. Una persona ”profonda” che va oltre le apparenze, oltre la superficie delle cose, vede in me atleta quello che veramente sono e non quella immagine che purtroppo appare a tanti, cioè quella di un fanatico all’eccesso. Dopo aver parlato con lui sono molto più carico e pronto a ripartire con nuovi stimoli, proiettato già a progettare una 24h da correre in primavera sicuramente all’estero e poi, siccome il mondiale dovrebbe essere a settembre, … I giorni che hanno preceduto il viaggio per Fano mi hanno visto molto attento a quelle che potevano essere le condizioni meteo durante la gara, in modo da non trovarmi impreparato di fronte a niente. Tutto sembrava ok, solo sabato mattina era prevista un po’ di pioggia e davano una bassissima percentuale di precipitazione durante la notte: non è stato propriamente così alla luce dei fatti. Una giornata fantastica alla partenza, ma durante la notte una tempesta di acqua e grandine si è abbattuta sul circuito Enzo Marconi di Fano facendo saltare i piani di tutti gli atleti, ma con questo non voglio dire che per lo specifico sia stato un risultato falsato, chi ha vinto lo ha fatto con merito, chi mi è arrivato avanti è stato più bravo di me e chi comunque ha visto la fine -ma anche chi si è fermato - è stato un grande e a tutti vanno i miei complimenti e la mia stretta di mano. Potrei aver da ridire su alcuni altri particolari, ma se i giudici non hanno visto oppure hanno ritenuto regolari certi comportamenti, non sarò certamente io a polemizzare ma sarà la coscienza degli stessi atleti che ogni tanto si farà sentire ed una “vocina” ricorderà loro che certe cose non andavano fatte e ciò sarà molto più duro da mandare giù rispetto ad un giudice di gara che ti sanziona. Venerdì 07, vigilia della gara, un’ acquazzone si abbatte su Reggio Emilia facendo cambiare i piani per la partenza, non più in treno ma in macchina col mio amico Andrea, il quale aveva pure prenotato una camera doppia in albergo facendomi desistere dal mio intento di dormire sulle brande messe a disposizione dagli organizzatori. La pioggia ci accompagna per tutto il viaggio ed una volta arrivati, sistemati in albergo, andiamo a ritirare i pettorali. Ho subito una buona impressione di tutto, del circuito tutto chiuso, transennato ed asfaltato in un bel parco, dell’organizzazione e dell’accoglienza riservataci. I fratelli Aiudi, con il loro staff, si prodigano affinché tutto vada per il verso giusto mentre un’atmosfera familiare regna all’interno dell’area. Mi viene indicato dove sono posti i ristori lungo il percorso e quanti ne sono presenti; sono due nelle ore che portano all’imbrunire, mediamente ogni chilometro e cento metri circa, diventeranno uno quando calerà la sera e purtroppo non ce ne saranno quando il nubifragio si accanirà su Fano, fermo restando che si poteva utilizzare (l’ho saputo dopo) il ristoro posto vicino alla tenda dove si potevano fare i massaggi, al quale però si doveva giungere da un percorso obbligato e non da altre parti del circuito pena la squalifica. Mi indicano dove saranno ubicati i ristori personali, dove poter fare i massaggi, dove eventualmente riposare, i vari punti del percorso dove si può uscire e tante altri particolari. La sera, un bel pasta party anche abbondante, e la presenza di tanti amici con i quali si scherza e ci si diverte, faranno da viatico alla notte che precederà la gara. Il sabato mattina ha un cielo sereno ed una temperatura piacevole a dispetto delle previsioni. Arriviamo al parco dove tutta l’organizzazione si sta mettendo di nuovo in moto, i giudici controllano i loro dettagli e noi atleti prepariamo la nostra postazione personale nell’area lungo i cento metri che precedono il traguardo che ci servirà lungo le ventiquattro ore di gara. Dispongo così i miei ristori, i miei cambi e poi piazzo lì anche il bandierone dell’Inter in modo che da lontano io possa vedere subito a quale distanza sia il mio posto senza sbagliare. Siamo tutti all’opera e tutti ignari della sorpresa che Dio Pluvio ha in serbo per noi tra una dozzina d’ore. Il tempo trascorre, per quello che mi riguarda, come al solito nella più totale tranquillità, conscio delle mie possibilità di far bella figura e di raggiungere uno dei risultati che mi ero preposto alla vigilia che derivavano dal sapere il modo col quale mi ero allenato e dal modo d’approcciare alla gara. Mi tiene compagnia il mio i-pod con la megacuffia che mi isola da tutti. Mancano circa quindici minuti e i giudici iniziano a fare la spunta dei partecipanti. Ormai, ci siamo. Andiamo in una parte del percorso dove è prevista la partenza e che permetterà agli atleti che correranno la cento chilometri di avere il loro fine gara proprio al passaggio sul traguardo, si, perché oltre alla ventiquattrore si correrà la corsa testé citata, la sei ore e la dodici ore; io la definirei una festa dell’ultrarunning, ma si vede che Dio Pluvio non era tanto d’accordo, oppure non era stato messo al corrente. Ore 10.00: parte la kermesse. Lungo la pista si vede subito e chiaramente quale atleta partecipa ad una gara ben precisa. Le velocità sono diverse e diminuiscono man mano che la gara d’appartenenza s’allunga. Vedo due treni che mi doppiano ogni tanto e sono Marco Boffo e Francesca Marin, anche se poi lei nel finale avrà un piccolo rallentamento. Io e tanti altri facciamo corsa tranquilla visto il numero di ore che abbiamo da correre. Il mio ritmo al giro è abbastanza regolare, 12’ alti e 13’ bassi con giri di 14’ ogni ora quando mi fermo per prendere il gel ed il piccolo pezzo di pane con bresaola oppure con olio al ristoro personale, questo fino al quarantesimo giro (oltre 88km, circa 08h 45’). In queste ore mi sono divertito come un matto senza accusare la benché minima fatica. Correre con Angela Gargano, Giuliana, Paola, Adele, Marinella e tantissimi altri amici, era sempre uno spunto per una battuta, per un incitamento e per una risata, tutto fantastico così come il pomeriggio sotto un pallido sole con tutti gli accompagnatori che facevano il tifo e prendevano la tintarella. Corro il quarantunesimo giro un po’ più lentamente per dare un po’ di conforto ad un amico, prima che atleta, che era in difficoltà, sempre però come prevede il regolamento affiancandolo per qualche metro e poi tenendomi a debita distanza, e poi continuo così fino alla quarantacinquesima tornata (circa 100km in 10 ore). Un particolare, però, mi balza agli occhi, poi confermato anche da altri partecipanti, il Garmin segna 3 km in più...mah?! Seguono due giri mediamente intorno ai 15’ e decido di fermarmi per un massaggio. La sosta mi fa percorrere il quarantottesimo giro in 29’, però non ci sono problemi, continuo ad essere nel gruppo di testa di una gara che vede al comando il reggiano Stefano Verona. Proseguo tranquillamente a girare tra i 13’ alti e 15’ bassi, questo dovuto al fatto che mi fermo ad entrambi i ristori che intanto già avevano fornito pasta a chi ne voleva. Il cinquantasettesimo e il cinquantottesimo giro sono lenti perché mi distraggo a studiare le condizioni del cielo che, dall’esperienza che mi deriva dall’essere un ex navigante, mi sembra non promettere niente di buono. Anche col buio riesco chiaramente a vedere dei nuvoloni carichi di pioggia e così, come nei migliori gran premi di Formula Uno, dove anche la tattica e la strategia la si adegua a volte agli imprevisti e va studiata al momento, cerco d’anticipare tutti gli altri e mi preparo alla pioggia, consapevole che sul breve avrei perso qualcosa, ma che alla lunga questa scelta m’avrebbe premiato. Ancora qualche giro ed ecco giungere la pioggia che nel volgere di qualche decina di minuti si tramuta prima in un acquazzone poi in violenta grandinata. Non c’è più il ristoro, non ho la possibilità di bere qualcosa di caldo e a questo punto decido di fermarmi perché temo per la mia incolumità fisica. Pochi temerari restano fuori, qualcuno pagherà dazio dopo, altri invece vedranno premiata la loro caparbietà e si piazzeranno nelle prime posizioni in classifica finale. Anche chi era in testa alla gara, Stefano Verona, si ritira e da quel momento Tallarita prende la testa della gara, ma poi anche lui alzerà bandiera bianca dopo il temporale, rientrando in gara all’alba quando i giochi saranno ormai fatti ma comunque in tempo per vincere un bell’argento master. La mia sosta dura circa un’ora e dieci, ho il tempo d’asciugarmi, mettermi degli indumenti asciutti e di mangiare un po’ di pane con bresaola. Intanto, fuori un forte vento gelido spazza via tutto facendo tabula rasa. Riparto compiendo altri cinque giri, di cui due un po’ lenti, ma ormai la gara è compromessa, il freddo si è impossessato del mio corpo, il fisico cerca di combattere, la mente lucida invece mi consiglia di rientrare ancora cercando di riscaldarmi e di riprendermi. Altra sosta di un’ora steso sulla panca dei massaggi con una coperta addosso. Mi ridesto e parto ancora, compio un altro giro ma camminando ad passo lentissimo quasi 30’ per percorrere un po’ più di due chilometri. Sono una nave alla deriva, ho freddo. Angela Gargano, vedendomi, mi chiede se ho bisogno di una felpa, di guanti o di quant’altro, purtroppo le dico che ormai è andata così e che sto cercando un motivo per uscire da questa crisi e mi rifermo ancora. Sosta di un’ora e mezza questa volta senza stendermi e senza coperta, solo sotto la tenda seduto. Ad un certo punto, una voce mi dice: “Dai Ciro, forza proviamo!”. Questa non è la voce della coscienza, ma è Adele Di Lorenzo, un’altra atleta che fino al patatrac si stava giocando la vittoria della gara. Prendo un busta dell’immondizia e la metto sotto il k-way cercando di “sigillarmi” sempre di più e vado convinto di camminare fino allo scadere della ventiquattresima ora. Questo mio camminare mi dà la conferma di un dato che già era in mio possesso e che aveva solo bisogno di essere avvalorato: purtroppo, quando cammino, sono molto più lento rispetto agli altri che fanno la mia stessa cosa. Questo aspetto sarà da migliorare nei prossimi mesi con allenamenti specifici. Ancora una volta fuori e, dopo questa ulteriore sosta, ancora un giro a camminare, poi all’improvviso s’accende la luce: forse il pensiero che qualche amico ha percorso un po’ di chilometri per venire a fare il tifo per me e che qualcun altro ancora mi ha promesso la sua presenza verso la fine della gara mi mette le ali ai piedi . Compio il settantatreesimo giro in 11’46’’, molto veloce rispetto agli altri e rispetto al mio inizio gara. Ormai il treno è partito. Mi rifermo, però adesso per spogliarmi della roba che avevo addosso, mi metto a correre in canottiera e pantaloncino corto, credo di essere stato l’unico ad essere vestito così. La settantaquattresima tornata (ultima sosta) sarà l’ultima di 18’. Sono le sette e mezza del mattino mancano due ore e trenta alla fine ed i miei giri successivi saranno : 75 – 10’41’’ ; 76 – 11’08’’ ; 77 – 10’42’’ ; 78 – 10’16’’ ; 79 - 10’48’’ ; 80 – 10’42’’ ; 81 – 10’53’’. Ormai senza cronometro, lasciato nel borsone e senza riferimento sui giri compiuti corro libero da ogni pensiero, sono leggero e felice. Vedo gli amici soffrire di una sofferenza che non m’appartiene più, stringono i denti ed i loro fisici sono molto provati. Guardo il cronometro solo al passaggio sul traguardo, il monitor che era li il giorno prima non era stato più in grado di funzionare dopo la bufera notturna. In questa mia folle corsa riesco a recuperare tre giri all’atleta che è in testa alla gara, recupero su tutti e alla grande, al punto che chi mi è davanti, quando lo passo mi chiede, forse temendomi, che giro io stia correndo. Una cosa che mi ha fatto piacere è stato vedere un atleta come Fatatis, fresco vincitore della 6 ore di Seregno, anche lui nuovo a questo tipo di gara e ritiratosi, fare il tifo per me e farmi i complimenti ogni volta che passavo vicino a lui. A questo punto un giudice di gara mi dice che sono sesto, non ho possibilità di prendere il quinto che è Vito Intini, anche lui corre ad un buon ritmo anche se più lento di me, perché alla ricerca del podio e che il settimo uomo è dietro di me di una dozzina di chilometri. Così gli ultimi tre giri saranno un po’ più lenti : 82 – 11’28’’; 83 - 12’06’’; 84 - 14’09’’. Controllando le ultime due ore e mezza di gara credo di essere stato in assoluto il più veloce. Prima di concludere l'ultimo giro, mi fermo ancora alla tenda per prendere una maglietta che avevo preparato in onore di un mio amico, Efisio, anche lui giovane maratoneta, prematuramente scomparso poco tempo fa. Dopo la gara,una bella doccia e un ricco pasta party. Resto lì anche per le premiazioni in modo da onorare e dare il giusto e meritato tributo a chi è stato più bravo di me. A mente fredda mi resta dentro la felicità d’aver vissuto una fantastica esperienza, dopo di tutto era la mia prima prova in una 24 ore su un circuito, la consapevolezza d’aver dato spettacolo verso il finire della gara e di aver regalato delle emozioni a chi era li a guardare questo ometto che, dopo 23h30’ di corsa, correva come un ossesso. Domenica scorsa ho detto: “E’ tutto da buttare”. Dopo la telefonata con Accorsi dico: “Da qui si parte e sicuramente ne vedremo delle belle”. Adesso un po’ di vacanza a casa mia a Rio de Janeiro, poi si ricomincerà con la testa bassa a macinare dei chilometri, riprendendo la rotta verso quel sogno che sicuramente non è li per non essere raggiunto. Sono sicuro, ce la farò!



21 febbraio 2011: LA MIA 50 KM SULLA SABBIA
di Ciro di Palma

Bravo Francé e grazie ancora di tutto! Francesco Capecci è un atleta facilmente riconoscibile dal suo copricapo particolare, dal baffo e dall’andatura un po’ caracollante, ma sempre fiera;lo incontri tutte le domeniche in qualche maratona in giro per l’Italia. La sua simpatia, i suoi modi gentili e la particolare parlata picena lo rendono uno dei personaggi più originali del panorama podistico nostrano. Questo signore riesce ad organizzare un evento podistico che attira tanti atleti e camminatori da svariate parti d’Italia; lo fa con passione, dedizione e cura avendo a disposizione un budget non proprio ricco, anzi direi proprio ridotto all’osso. Non avendo l’aiuto di grandissimi sponsor e la collaborazione di un’organizzazione mastodontica, lavora alacremente tutto l’anno affinché la sua “creatura” possa vedere la luce ogni anno, verso la metà di febbraio, sulla Riviera delle Palme. Sto parlando della manifestazione che ha in sé due anime: la maratona e la 50km sulla sabbia di San Benedetto del Tronto. L’avevo scoperta per caso l’anno scorso e vi avevo preso parte più per curiosità che per altro; quest’anno, invece, son tornato di proposito e volentieri perché in questo arco temporale ne ho fatto mio lo spirito ed ho avuto modo di conoscere meglio Francesco. Sapevo di non sbagliare e così è stato. Leggendo qua e la su qualche blog è spuntato pure qualche giudizio negativo sulla manifestazione, opinioni rispettabilissime ma che non condivido assolutamente se non forse per l’assenza dei bagni chimici lungo il percorso, ma Francesco, da persona seria ed intelligente, saprà fare sua questa critica e trasformarla in suggerimento prezioso migliorando così la qualità dell’evento. Quando leggo: “Ho pagato trenta euro e poi non c’erano le docce, il ristoro a fine gara era scarso, il ritiro dei pettorali era in un posto stretto, ho dovuto pagare sette euro per il pasta party…, sicuramente una manifestazione da non fare più”, resto dispiaciuto perché secondo me queste persone - pur rispettandone, ripeto, l’opinione - hanno girato poco. Allora, è meglio pagare quaranta, cinquanta euro e poi arrivare al traguardo sentendosi dire, dopo un acquazzone allucinante: “Vai avanti, vai avanti, muoviti che arrivano gli altri…”. Avere il deposito borse lontano due chilometri e poi magari trovare il bagaglio semiaperto o rotto perché buttato lì alla rinfusa o, per concludere, trovare solo pochi biscotti come ristoro finale! No, mi spiace,non ci sto! Io voglio oltrepassare la finish line e trovare Francesco, l’organizzatore, che mi abbraccia ed è più felice di me. Voglio trovare il borsone integro dove l’ho lasciato. Voglio arrivare al sabato a ritirare il pettorale e trovare il Capecci che mi accoglie ringraziandomi, con le lacrime agli occhi, solo per il fatto di essere lì, felice di avermi a casa sua dopo che mi aveva iscritto senza fax, senza alcun bonifico e dandogli la conferma solo il giorno prima della mia presenza. Voglio andare a ritirare il premio del decimo arrivato della 50km e sentirmi dire: “Ciro,questa è una taglia L, troppo grande per te, aspetta un attimo che provvedo subito a cambiarti il premio”. Voglio trovare nel pacco gara una maglietta tecnica ed uno scaldacollo che all’occorrenza diventa anche copricapo (un grazie va anche allo sponsor tecnico).Voglio pagare sette euro per il pasta party e stare in compagnia di un’allegra brigata che si diverte come se fosse una famiglia, invece di avere un misero piatto di pasta, magari scotta, come purtroppo accade spesso. Se poi alla fine non c’è la doccia “chissenefrega!”, attraverso la strada, vado in albergo e la faccio lì, dove ho pagato trentacinque euro per una camera singola e non cinquanta,sessanta o settanta come è accaduto in altre città e dove non ho neanche avuto questa possibilità nonostante fossero convenzionati. Questi sono i motivi per i quali, impegni lavorativi permettendo, tornerò sempre a San Benedetto del Tronto. Come faccio sempre, sono arrivato sabato pomeriggio nella ridente località balneare marchigiana, però dal mattino ho dentro di me una strana sensazione,come se mi mancasse qualcosa o qualcuno, non lo so, non me lo so spiegare. Strano, non mi succede mai, mi dicevo… E’ il primo pomeriggio, m’incammino verso l’albergo dove riposerò un po’; dopo qualche ora ed una passeggiata a piedi nudi sulla spiaggia vado a ritirare il pettorale, quattro chiacchiere col responsabile dello sponsor tecnico e poi una camminata in centro, un modo come un altro per far trascorrere il tempo e visitare la città. Al mio ritorno ormai le luci del giorno stanno sfumando nelle tonalità più calde del tramonto, che a loro volta mutano dopo un po’ in quelle più fredde della sera, da lì a poco una volta di un colore blu scurissimo avvolgerà tutti noi ed allora sarà notte. Incontro l’amico Filippo ed insieme ci rechiamo al ristorante per il pasta party dove ad attenderci c’è una miriade d’amici che, come sempre, è un piacere rivedere. Ci siamo quasi tutti e c’è aria di festa. Qualcosa però sempre mi manca, quella strana sensazione del mattino è sempre lì, la sua presenza sarà mia compagna indesiderata per l’intera serata, ma cerco di non darle importanza. In giro c’è Denise che saluta tutti e, con la sua macchina fotografica, come un’ape di fiore in fiore, salta da un tavolo all’altro, ci punzecchia con i suoi scatti. Con piacere rivedo anche Maurizio Crispi che non incontravo da tanto tempo e col quale mi metto a parlare dei miei progetti per l’anno che si è spalancato davanti a noi. Sono le Venti e l’allegra brigata si sposta dall’altra parte per la cena; la festa ha inizio. Ho modo di conoscere nuove persone, ognuno a modo suo attore protagonista del film della sua passione sportiva e con tante storie diverse da raccontare. Tutti però con la stessa gioia da condividere, la Corsa! Nonostante l’aria di festa, dopo cena, torno subito in albergo sperando che, dopo una bella dormita, avrei smesso quel velo di tristezza che m’ammantava. E’ domenica mattina, è presto ed il cielo plumbeo ci guarda dall’alto minaccioso quanto mai, in strada già tanti atleti colorano la città ancora un po’ sonnecchiante. Mi reco alla partenza della gara, manca ancora mezz’ora e allora vado a sedermi in riva al mare, l’aria è serena e prelude ad una bella giornata. Pieno d’energia e carico, ritorno in gruppo dove c’è ancora tempo per parlare e scherzare un po’ con gli amici come al solito. Mancano cinque minuti, ci portiamo sotto il gonfiabile dello start, la musica dagli altoparlanti esce alta, attraversa i nostri timpani e si perde nell’atmosfera. Ormai ci siamo, via! Il serpentone inizia a muoversi, sull’arenile prende vita la corsa. La sabbia più soffice e meno compatta rispetto all’anno scorso, quando l’intero litorale fu vittima di mareggiate e cattivo tempo, sembra come rapire i nostri passi. Si notano fin dai primi chilometri i diversi tipi di atleti che popolano la gara: c’è chi è lì per fare la corsa e lottare per la vittoria ponendosi subito alla testa del gruppone; c’è chi, provvisto di camel bag, sta provando l’assetto per la cento chilometri del Sahara che si terrà tra poco; c’è chi, come me, è lì per effettuare un buon allenamento e c’è, infine, chi è presente per fare una semplice e salutare passeggiata. Una delle cose belle di questa corsa è che, essendo un circuito da ripetersi più volte, hai la possibilità d’incrociarti con gli altri atleti, all’inizio tutti felici e sorridenti, poi, man mano che passano i chilometri, quella felicità degrada fino ad assumere connotati di fatica con contorni sempre più marcati di sofferenza pura. Le mie gambe vanno benissimo, giro con tempi costanti ed il mio incedere è tranquillo, mi diverto a giocare col mare, lo sfido, lo irrido. Lui cerca di bagnarmi ed io lo schivo, allora per vendicarsi di questo mio affronto, come un bimbo capriccioso che vuole sempre averla vinta, cancella le tracce del mio passaggio rendendo invisibile la mia presenza. Si va avanti, batto il cinque con tanti amici, alcuni sono in netta difficoltà e li incito, altri mi guardano con aria stravolta facendomi solo un cenno col capo, tanti mi ringraziano, tutti però stringono i denti e vanno avanti indomiti. Sono talmente contento di come stia andando la mia corsa che proprio mi sembra di vivere in un’altra dimensione, catapultato lì quasi per caso e solo per dar man forte a tutti. Verso la metà o poco più del tragitto doppio l’amica Angela, nel passarla mi urla: “Mi hai fatto piangere quando ho letto il tuo articolo sulla maratona di Napoliiiii”, resto un attimo stupefatto, piacevolmente colpito, mi volto, la guardo e cambio la direzione della mia corsa. La raggiungo, l’abbraccio, la ringrazio del bel complimento che mi ha fatto e le chiedo di fare qualche chilometro insieme. Lei, da grande atleta qual è, mi urla,quasi rimbrottandomi, d’andare, consapevole della differenza di passo che c’è tra noi. Mi allontano riprendendo il mio ritmo, però - devo essere sincero - quell’attestato di stima mi ha colto piacevolmente di sorpresa. Stavolta sono stato io ad essere emozionato. Vado avanti leggero ed in beata solitudine, la mente viaggia libera ed i pensieri, fondendosi con la risacca del mare, si perdono all’orizzonte e sempre più lontani da me,un leggero venticello freddo che spira da sud mi accarezza, m’inebria e risveglia i sensi. I miei occhi ad un certo punto vengono rapiti da un’immagine: due uccellini che sono lì per i fatti loro sulla spiaggia. Uno mi vede arrivare e si sposta un po’, ’altro mi viene incontro e mi segue come se volesse dirmi qualcosa, noto qualcosa di particolare sulla testa di quel simpatico pennuto, è una leggerissima imperfezione che lo rende però molto originale. All’improvviso, però, vola via e se ne va in compagnia dell’altro, portandosi via quella sensazione di solitudine che avvertivo e che mi opprimeva. Ormai manca un giro e mezzo alla fine, dal traguardo ormai disto dodici chilometri, ho ancora da correre meno di un’ora, bene. Mancano cinquecento metri, il gonfiabile è ben visibile, tiro fuori il mio bandierone dell’Inter e sventolandolo l’oltrepasso, mettendo la parola fine alla mia corsa. Una gentile signora mi consegna la medaglia e poi il solito show ad uso e consumo dei fotografi e per il mio divertimento. Ecco che ancora una volta rivedo quei due uccellini e la scena di prima si ripete, come se fossi andato indietro col nastro, pigiando il tasto del rewind. Il volatile col neo mi viene incontro e mi segue fin dove ho lasciato il borsone poi, come se volesse salutarmi, resta immobile, mi guarda e dopo qualche attimo prende a volteggiare nel cielo e vola verso chissà quali lidi e quali avventure. Quell’istantanea mi resterà nitida nella mente ed il verso di quel simpatico animaletto, come le parole dolci che solo una mamma o una donna innamorata sanno proferire, riecheggerà come una soave melodia nelle mie orecchie fino al ritorno a casa.

 

14 dicembre 2010: LA MIA BOA VISTA ULTRAMARATHON
di Giacomino Barbacetto

È la decima edizione quest’anno e ormai si possono trovare tanti racconti su questa bellissima gara.
Non mi va di ripetermi nel narrare passaggi ai vari checkpoint, tempi di percorrenza, distacchi, classifiche ecc.
Voglio raccontare la mia Boa Vista Ultramarathon 2010 in un modo un po’ insolito, cioè come vorrei rimanesse nei miei ricordi, descrivendone alcuni paesaggi e ricordando alcune persone che ho incontrato in questa Avventura.
La corsa è di 150 km no-stop, in autosufficienza alimentare. L’organizzazione fornisce solo acqua e assistenza medica, il percorso è segnalato ma è bene sapersi anche orientare con il road book fornitoci alla partenza. L’isola non è molto grande, circa trenta km da nord a sud ed altrettanti da est a ovest e poterla girare in lungo e in largo a piedi è davvero un privilegio per pochi eletti in quanto racchiude una natura ancora incontaminata che credo si possa trovare tale solo in pochissimi posti su questo pianeta. Io che provengo da un paesino di montagna sono rimasto forse più stupito degli altri nel vedere queste immense spiagge vergini ed incontaminate costeggiate da un mare trasparente color turchese. A bocca aperta anche quando, al primo punto di controllo, si incontra il più grande relitto esistente al mondo, nella spiaggia di Boa Esperanca, a nord dell’isola, che spunta possente dall’acqua a pochi metri dalla riva e mi fa precipitare in un attimo dentro un romanzo di pirati.
È il deserto di Viana... che sembra impossibile ma inizia senza preavviso. Sto calpestando delle sterpaglie di piante apparentemente secche cresciute tra i sassi rosso mattone e mi trovo di fronte, in un batter d’occhio, ad una distesa infinita di sabbia color cipria nella quale perfino le foto diventano chiare, quasi sbiadite e di color pastello e capisco che sto entrando in un mondo che non è il mio, è misterioso ma non incute paura, anzi, mi dà un senso di pace.
Non ci sono serpenti, per fortuna e questo mi ha tranquillizzato: era l’unico timore che mi ero portato appresso. Di spaventi, comunque, ne ho presi, soprattutto la notte, mentre si costeggia la salina, quando una miriade di grandissimi granchi mi vengono incontro salterellando come se fossero sui trampoli, si avvicinano incuriositi, attratti forse dalla luce frontale. Poi si allontanano di scatto col tipico movimento laterale e pare che il terreno si sposti facendomi perdere l’equilibrio. Di giorno gli unici esseri viventi con cui faccio confidenza sono le zanzare e gli stormi di libellule coloratissime dal rosso al blu, alcuni piccoli somari pelosi e qualche cane randagio apparentemente innocuo e tranquillo. I pochissimi alberi che mi appaiano lungo il cammino sono le palme: molte di esse sembrano degli scheletri piegati dal vento altre, invece, si ereggono maestose come delle torri. Sotto le due più grandi ci hanno fatto il checkpoint numero 3, che posso facilmente vedere da lontano e mi indica la retta via per l’uscita dal deserto. Ci sono dune più modeste anche dalle parti di Espingueira, cumuli sabbiosi ricoperti da una misera vegetazione di piante grasse e sterpi, io le ho attraversate di notte e non capivo se il terreno fosse in salita o in discesa, e mi hanno ingannato anche sulla percezione della distanza che stavo
percorrendo. È tutto magico, alle volte mi sembra di volare, altre corro corro e mi sembra di essere fermo (questa non è magia però, è stanchezza...)
Ero solo ma non avevo paura, poco prima avevo incontrato Francesco a cavallo del suo quod il quale mi aveva confermato che stavo procedendo nella giusta direzione e che aveva appena controllato le balise di segnalazione lungo la pista. La spiaggia a sud, che si percorre circa a metà gara, è una distesa di sabbia bianchissima e uno dei tratti più impegnativi mentalmente. Quel luogo è stato testimone di un fatto che merita di essere raccontato perché, secondo me, racchiude lo spirito con il quale ogni podista amatore dovrebbe affrontare queste imprese.
Angelo è un ultrarunner non più giovanissimo ma dal fisico asciutto e scattante, con una lunga barba che gli copre mezzo volto e due occhi brillanti da bambino che gli conferiscono un’aria simpatica. Tutte le mattine che precedevano la gara si faceva la sua bella corsetta fino al primo checkpoint oppure usciva con la montain bike a scrutare i posti nascosti dell’isola. Io mi dicevo: cavolo, questo è uno forte, nemmeno prima di una gara così dura si concede un minimo di riposo!
Alla fine dei lunghissimi venti chilometri di spiaggia è giunto assieme ad altri tre atleti: probabilmente l’idea era di continuare assieme.
Arrivato al punto di controllo sì è tolto zaino, scarpe, maglietta, pantaloncini e mutande, adagiando tutto questo stomachevole materiale puzzolente su una pietra. Poi si è girato verso gli altri, sbigottiti da quella vista, e ha pronunciato queste parole:
“Io non ho scuse, com’è consuetudine giustificarsi in questi casi, non ho dolori atroci, crampi allo stomaco o altre magagne che mi impediscono di proseguire, ho fatto abbastanza oggi, sono troppo stanco e sorridente”. Terminato il breve “discorso”, in un baleno si getta, con un agile tuffo, nell’oceano.
Quando esce pimpante e rigenerato si rivolge a Piergiorgio, il “guru” super abbronzato dai lunghi capelli nonché ideatore della manifestazione e si mette a completa disposizione per aiutare lo staff nelle lunga notte che sta per giungere. L’ho incontrato poi all’arrivo, mentre a squarciagola mi incitava, in gruppo con un nutrito pubblico,
forse una ventina di persone. E, sempre sorridente, mi porge una freschissima bottiglietta d’acqua.
E qui che entra in scena un altro angelo, che di nome fa Mario, uno dei medici dell’organizzazione, anche lui atleta, ed è stata la persona che dopo mia moglie ho più desiderato di trovare ad aspettarmi perché i miei piedi sanguinanti urlavano di dolore. Con una gentilezza non comune, mi ha resuscitato dallo svenimento provocato da un calo di pressione, cosa che succede spesso nelle gare lunghe. Di solito risolvo questo inconveniente sdraiandomi coi piedi in alto, mentre stavolta me ne sono dimenticato e quindi, poco dopo, giunsi all'hotel attaccato ad una flebo con tutto il mondo che girava intorno a me.
Senza guanti e maschera antigas si è anche prodigato ad alleviarmi il dolore acutissimo ai piedi, completamente maciullati dalle scarpe che forse non erano particolarmente adatte a questi terreni pietrosi. Come gesto di riconoscenza gli ho appena spedito a sua insaputa una pregiata bottiglia di grappa alle erbe di montagna. Non ho mai visto un dottore astemio, io sono fatto così...
Chissà se anche Gianfranco, il giornalista, sta scrivendo il suo racconto in questo momento. L’ho conosciuto due sere prima della partenza ed è stata una piacevole compagnia durante la cena a base di aragosta nel locale del mio compaesano Luca.
È strano come ad entrambi una brutta malattia fortunatamente risolta ci abbia catapultato, in tarda età, nel mondo del podismo.
Forse anche per questa insolita coincidenza abbiamo notato subito che c’era un certo feeling tra noi ed oltre che abbuffarci di ogni ben di Dio abbiamo parlato senza sosta fino a tarda sera. Mi disse che era un po’ intimorito da questa competizione perché fuori della sua portata in quanto non si era mai cimentato su distanze così lunghe e che sicuramente non sarebbe stato in grado di concluderla. È stata una grande gioia quando ci hanno comunicato il suo arrivo assieme ad altri due atleti, e mi è dispiaciuto non poterli applaudire all’arrivo. Per me, percorrere anche quelle poche centinaia di metri che distavano dall’hotel, sarebbe risultato impossibile nelle condizioni fisiche in cui mi trovavo. Mai come in questi casi la consumata frase “volere è potere” si è rivelata perfetta per tutta quella situazione.
Boa Vista Ultramarathon non è solo una sfida contro te stesso, non è solo fatica e dolori, è una lezione di vita che ti conduce nei momenti di maggior difficoltà ad essere quello che veramente sei, non ti puoi imbrogliare, se sei sincero con te stesso sei anche in pace e corri sereno fin dove la mente ti vuole portare.
Ne ho fatte diverse di Ultra, molte perfettamente organizzate e stupende, ma questa ha qualcosa in più oltre all’incantevole paesaggio. Sarà il fascino esotico, l’atmosfera familiare che si respira, sarà che ho anche un conto in sospeso con lei, comunque, alla prossima edizione, ci sarò e spero con me tanti altri, perché merita davvero un più ampio riconoscimento rispetto a quello che gode attualmente.

29 luglio 2010: LA MIA 2^ 100 KM RIMINI EXTREME
di Marco Mazzi

E' la mia seconda partecipazione a questa ultra , quest’anno volevo e dovevo esserci per onorare una corsa che nella passata edizione mi ha regalato molte emozioni.
È stata la corsa che un anno fa mi ha fatto capire il significato di cosa voglia dire ultramaratona.
Mi ha fatto rinascere agonisticamente e mi ha trasmesso nuovi stimoli e nuove motivazioni, che si erano improvvisamente distaccate da me e dal mio modo di vedere il podismo.
 
Quindi esserci quest’anno era quasi un obbligo prima di tutto morale e poi sportivamente volevo fare un grande risultato.
Poi a due mesi dalla Spartathlon la trovavo una corsa perfetta ,fare un bel lungo di notte in previsione di essa.
 
Quest’anno niente famiglia al seguito ,perciò nel tardo pomeriggio mi metto in auto e raggiungo Rimini alle 19.30 sono alla darsena ritiro il pettorale , mangio e mi preparo per la corsa.
 
Si ritrovano vecchi amici ,ormai bene o male ci si conosce tutti, le facce che si vedono sono sempre quelle.
Quest’anno con mia grande sorpresa trovo altri due componenti del   nostro gruppo podistico Stefano e Paola, mi sembra strano non essere da solo ad una ultra è quasi un evento straordinario.
 
Alle 21 solita camminata fino all’ arco di Augusto e poi Start.
Volendo non solo attaccare il mio personale ma bensì sfondare il muro delle 9h parto con ritmo sostenuto per sfruttare i primi Km pianeggianti per poi limitare i danni in salita e recuperare nella seconda parte di gara che si snoda su un tracciato più veloce.e più congeniale alle mie caratteristiche .
 
Cosicché fin da subito mi trovo da solo tra il gruppo dei più forti che però è impossibile stare e gli altri dietro.
 
La notte è limpida la luna piena e pensare che l’istinto mi induceva a partire senza frontale ed affidarmi al chiaro della luna, fortuna che ho seguito la razionalità perché dopo pochi Km nonostante la frontale ,non mi accorgo dei lavori in corso su un marciapiede e mi ci infogno dentro insabbiandomi fino alle ginocchia.
 
Strada facendo arriva la lunga salita ed anziché rallentare come avevo previsto continuo la mia andatura sostenuta, che stavo andando bene lo capivo dai parziali che mantenevo ,dal fatto che i Km volavano via e come prova inconfutabile che al 42° km al traguardo della maratona c’erano si e no 10 concorrenti arrivati tutti gli altri che per questa notte avevano scelto di fermarsi a questa distanza erano indietro,
al passaggio dei 50 Km sono in ventesima posizione , arrivo al famigerato bivio di dove l’anno scorso ero partito per la tangente e andato fuori rotta . quest’anno qui è impossibile sbagliare conto non meno di 35 cartelli di svolta a destra ed inoltre ci sono disegnate sull’asfalto delle “malefiche” frecce bianche.
 
Le ho chiamate con quel nome non a caso perché saranno coloro che mi trarranno in inganno più avanti infatti passato san Leo sono sulla parte sinistra della strada rivedo che ci sono ancora frecce bianche a sinistra e seguo quelle ,non accorgendomi che c’era un piccolo cartello della rimini estreme che diceva di proseguire su strada principale.
 
Le frecce bianche stavolta erano appunto quelle della nove colli running corsa due mesi prima, con l’andare dei Km piano piano me ne rendo conto sempre di più, ma ormai la frittata è fatta . fermo in continuazione le auto che mi vengono incontro per rassicurarmi di essere sul percorso , a volte le risposte non sono rassicuranti in quanto mi sento rispondere “si ci sono dei podisti che stanno correndo più avanti” io mi dico mah saranno altri che hanno sbagliato strada , ma comunque non sentendomi proprio solo vado avanti su quella strada , finche dopo molti Km mi ricongiungo con il percorso della gara, arrivo al ristoro e la prima cosa che chiedo è:” a che Km siamo?”,mi sento rispondere al 65 Km controllo il mio GPS e mi segna poco meno di 69Km , beh mi consolo quest’anno sono neanche 4 Km di gap, rispetto all’anno scorso sono migliorato notevolmente.
 
È inutile dire che in quel tratto di circa 19 Km senza l’ausilio dei ristori e con la paura di essere chissà dove la media e il mio intento sono andati letteralmente a farsi fottere.
E pensare che fino al 50à km ero ancora in quasi perfetta media ,ero leggermente in ritardo ,ma con la lunga salita era auspicabile ,da li in poi sarebbe partito l’assalto vero e proprio su un tracciato più congeniale alla mia stazza.
Poi purtroppo quando qualcosa ti va storto ,il morale e lo stimolo agonistico ne risentono andando ad incidere sulla prestazione ,ti lasci un pò andare non ti curi più del cronometro e cosi perdi sempre più tempo ,ai ristori scambi qualche chiacchiera e cosi via.
Comunque sono molto soddisfatto della mia prestazione 9h47’ che con un dislivello positivo di circa 2800 Mt , vale molto di più del 9h27’ di Seregno.
Tra due mesi la Spartahlon il mio sogno ,so che la sarà molto dura e difficile ho preventivato tutto fatica e sofferenza ed in primo piano la possibilità di non riuscire a portarla a casa al primo tentativo   ma sullo stesso piano metto anche la grande motivazione gli stimoli e la grande forza di volontà che mi pervadono per poter raggiungere e conquistare questo grande sogno.
 
Perciò come vuole la tradizione appuntamento all’ultimo venerdi di settembre , ossia il giorno 24/09/2010 dove dall’ Acropoli di Atene alle 7.00 in punto verrà dato il via ufficiale .
Quest’anno ci sarò anch’io il mio numero di pettorale sarà il 304 e per chi volesse sapere l’evolversi della corsa per sapere se sono ancora in gara oppure se sono schiattato prima lo può fare direttamente da questo LINK    http://www.spartathlon.gr/resultslive.php
 
 
                Ciao a tutti e a presto e mi raccomando fate il tifo per me

24 giugno 2010: LA MIGLIORE PRESTAZIONE ITALIANA FEMMINILE DELLA 6 GIORNI
di Michele Rizzitelli

E’ di 562,330 km, il nuovo record femminile italiano della “6 Giorni”, stabilito da Angela Gargano ad Antibes dal 6 al 12 giugno.
 La prima, ad armarsi di coraggio ed a cimentarsi in un tal tipo di gara, è stata Monica Moling, che, nel 2002, a New York, si fece una passeggiata di 484,413 km. Il ghiaccio era rotto. L’anno seguente, Maria Teresa Nardin, in Germania, se la fece più lunga, prolungandola fino a 505,248 km. Il superamento del muro dei 500 km mise un po’ di timore alle ragazze italiche, per cui ci vollero 5 anni per metabolizzare fisicamente e mentalmente una simile fatica. Il divertimento ricominciò nel 2008 con Carmen Fiano, che corse, in sei giorni e sei notti, per ben 522,835 km.
Angela Gargano è giunta in Francia determinata a conseguire il risultato, pur consapevole di non avere effettuato una preparazione specifica. Febbraio è stato un mese di assoluto riposo. Ha eseguito, poi, blandi allenamenti infrasettimanali di 10 km, e partecipato a tutte le gare domenicali offerte dal calendario: Federico II Marathon, Roma, Martinsicuro, Russi, Milano, Boston, 50 km di Romagna, 6 Ore di Banzi, Porto San Giorgio, 120 km alla Nove Colli, 100 km del Passatore. Le ultime due gare, portate a termine 14 e 7 giorni prima di partire per Antibes - roba da far rabbrividire i compilatori di tabelle -, sono state inserite per acquistare fiducia nella lunga distanza, non avendo potuto partecipare alle annullate 100 km di Sicilia e 24 Ore di Termini Imerese e Ciserano. Una certa sicurezza psicologica le derivava dalle 480 gare del suo curriculum, alcune delle quali corse in giorni consecutivi.
Se la preparazione atletica è stata approssimativa, la gestione delle gara è stata curata nei minimi particolari. Tutto è andato come programmato, ed ai pochi imprevisti è stata trovata la soluzione giusta sul campo.
Il primo obiettivo è stato quello di non stravolgere le sue abitudini: colazione con caffè, latte e biscotti; pasta, carne, insalata e frutta a pranzo e cena; a letto, dalle 1:30 alle 6:00.
Ha rispettato il chilometraggio giornaliero stabilito (100 km), evitando di strafare il primo giorno, in cui era eccitatissima. Sistematicamente, ad ogni giro (1295 m), ha bevuto ad una bottiglia d’acqua in cui erano sciolti sali minerali e due zollette di zucchero, ed assunto uno spicchio di arancia, o di banana, o di mela. Per venire incontro ad esigenze gustative ed integrare i consumi energetici, ha sciolto in bocca liquirizia, preso marmellata alla melacotogna, ed anche qualche “Kinder delice”, di cui è ghiotta. Angela non è abituata ad assumere i molto propagandati prodotti commerciali specifici. Non è stato fatto nessun uso di analgesici-antinfiammatori.
Contro il vento, che ha spirato a 100 km orari per due giorni, non c’era nulla da fare. Per difendersi dal sole, è stata usata crema protettiva, ed un berretto sempre bagnato in testa.
Dato il percorso sassoso e polveroso, massima cura è stata riservata all’igiene dei piedi: protezione preventiva sulla parti maggiormente sollecitate dal carico, irritazioni cutanee trattate sul nascere, pediluvi, immersione in acqua molto fredda per combattere le sensazioni urenti.
La Gargano s’è gestita con sicurezza, anche da un punto di vista psicologico. Ha fatto in modo che, nel suo cervello, non si affacciassero quei 522,835 km da superare, che  avrebbero fatto vacillare quest’organo nobile e fragile allo stesso tempo. Ha diviso la grande fatica in 6 piccole fatiche, ed è stata tutta intenta a portare diligentemente a termine il lavoro giornaliero. La lunga distanza, somministrata per così dire in dosi omeopatiche (100 km!), non ha scoraggiato il direttore d’orchestra: la mente, capace d’innalzarti sull’altare, o di scaraventarti nella polvere! Gli altri componenti della banda, articolazioni, muscoli, tendini, ligamenti, ben diretti, non hanno steccato.
Sono gare difficili, queste, in cui è improbabile che fili tutto liscio per sei lunghi giorni. La crisi e l’abbandono sono sempre dietro l’angolo. Ad Angela è andato tutto per il verso giusto, ed ha concluso la gara in perfette condizioni: sette giorni dopo era alla Maratona del Gargano, e domenica prossima parteciperà alla Pistoia-Abetone. La consapevolezza di non essere in possesso di una preparazione adeguata, l’ha portata ad una gestione oculata della fatica.
Il record italiano di questa specialità è stato portato ad un livello accettabile. Per dargli dignità europea deve superare i 600 km. Si può fare. Bisogna avere la voglia di sottoporsi ad un grande sacrificio per ottenere in cambio un riconoscimento ideale.
 
Barletta, 24/6/2010                             Michele Rizzitelli
 

01 Giugno 2010: CORRENDO TRA IL SOGNO E L'INCUBO, IL MIO PASSATORE
di Ciro Di Palma

Iniziamo col dire:" Secondo Voi e' normale una persona scelga di correre ,per fare un allenamento,una gara di 100km e poi che gara...IL PASSATORE e sperare di andare in crisi qualche km per gestire l'emergenza?" Secondo me non tanto !!! Come dice sempre mio padre in dialetto napoletano :"Chell ca' vo' Maria 'o trov pa' via( Quello che Maria vuole lo trova per strada facendo),in questo "Passatore" ho proprio trovato quello che volevo,solo che la crisi e' stata ben piu' lunga del previsto,circa 32/33km.Un mese e mezzo fa subito dopo aver smaltito la 100km di Seregno ho deciso col mio allenatore di provare a correre questa corsa storica,affacinante,UNA PIETRA MILIARE del pianeta 100km...QUINDI CORRERE IL SOGNO!!! Il sogno del Passator cortese attraverso un itinerario appenninico che partendo da Firenze ,s'inerpica sugli appennini per poi ridiscendere a Faenza dopo 100km,tutto tra la natura e borghi caratteristici.L'avventura inizia sabato mattina.L'arrivo a Firenze,l'incontro con l'amico Dino che gia' aveva ritirato pure il mio pettorale.Piazza Santa Croce sembrava vivere due realta'diverse: quella della corsa,con gli atleti,i loro riti pre gara,gli stand ecc.e quella dei turisti che erano un po' allibiti dall'inconsueta e multicolore realta' della piazza. Data l'ora della partenza,primo pomeriggio,c'era il tempo per le foto di rito,c'era il tempo per trovare ed incontrare i tantissimi amici che attraverso il tam tam mediatico di facebook si sapeva di trovare li.Si c'erano proprio tutti gli amici,Andrea Accorsi con la Sua Monica Barchetti,la mitica Carlin,il grande Enrico Vedilei,Emanuele,Mauro,Stefano,Gianluca,la Sabry,Marco,Fabio(uno di quei "pazzi",ma non era l'unico che aveva partecipato alla Nove colli la settimana prima). Ci spostiamo tutti verso piazza della Signoria da dove poi in una strada adiacente si sarebbe partiti..C'era gente sdraiata,persone sulla fontana,tutti erano venuti li da ogni dove con la propria motivazione che li spingeva a correre questa avventura.Ore 15.00 . Si Parte. Il serpentone si lancia per le strade di Firenze,qualche km e poi s'inizia a salire.Strada facendo mi raggiunge il mio amico Claudio,una splendida persona ,un grande atleta,il quale ancora molto nervoso mi racconta di alcune sue peripezie nell'arrivare in tempo per la partenza.I primi km come sempre servono per i saluti,per le chiacchiere.C'e' chi mi riconosce dall'immancabile bandiera dell'Inter,chi mi conosce personalmente,solite battute,insomma tutto bello.Con l'amico Claudio decidiamo di andare insieme per un po' poi la differenza di fisico fa in modo che io lo stacchi in salita e che lui mi riprenda in discesa.Arrivo al 42 imo km,sento che c'e' qualcosa che non va,per arrivare alla Colla mancano ancora 6 km,stringo i denti alternando passo svelto e corsa . Arrivo su scherzando con delle persone in macchina della mia regione che "accompagnavano" un atleta...pero' la crisi era gia' sbocciata e stava per prendere corpo...VIVERE L'INCUBO.Arrivo su,sempre molto lucido e cerco con lo sguardo il cambio indumenti,non lo vedo...allora penso"Va bene,ho lasciato un altro cambio a Marradi faro' tutto li'" Inizia la discesa,i metri che prima correvo adesso li cammino,i metri che prima camminavo adesso correvo,la cosa stava per precipitare...niente avanti cosi'.Mi si avvicina Gianluca ,un amico di Reggio Emilia che accompagnava Dino per chiedermi se avessi dei problemi,gli rispondo che era quasi tutto ok e che riuscivo a gestire il tutto.Su un tratto di discesa si avvicina Andrea Accorsi,corre con me 50m e mi dice che giu' c'e' un temporale ma che probabil

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01 Agosto 2011: LA MIA BADWATER 2011
di Carmelo Nucifora

Tre anni fa, tornato ad Atene dopo aver concluso la mia prima Spartathlon, in una viuzza dei mercatini della città antica, comprai una maglietta con una stampa che faceva riferimento proprio alla città di Sparta; su di essa una scritta recitava così: “Never retreat, never surrender” mai ritirarsi, mai arrendersi. Da quel giorno, nelle gare, di questa massima ne ho fatto la mia filosofia di corsa.
Nemmeno un’ora di corsa, quattro cinque miglia di strada, e già in testa mi scorrevano le immagini del mio ritiro. Le gambe erano pesantissime, impossibile pensare di riuscire a correre per due giorni. So bene che in una gara così lunga i momenti buoni e le crisi si alternano, che le forze vanno e vengono, ma partire già subito così sfinito non è proprio normale, indubbiamente sono incappato nella classica giornata sbagliata. Pensavo a tutto quello che l’abbandono della gara avrebbe comportato; a quanto tempo avevo impiegato ad organizzarla, a quanti soldi stavo buttando al vento, all’occasione persa per essere stato selezionato a parteciparvi e per aver trovato un validissimo equipaggio, compresi i due americani recuperati negli ultimissimi giorni con un fitto scambio di mail fino a notte tarda.
 Fino alle foto di rito sulla linea di partenza tutto, un po’ alla volta, si era incastrato alla perfezione. Dei tre box di partenza , 06.00 - 08.00 - 10.00 del mattino, mi viene assegnato quello centrale; si parte in trenta circa alla volta. La prima parte di gara alterna ombra e sole, non è ancora caldissimo, e quindi parto non troppo coperto; calzoncini corti e canottiera….quella regalatami un paio di mesi fa da Valmir Nunes, primatista della corsa. È un privilegio per me indossarla, qui tutti lo conoscono, ma ovviamente accanto alla bandiera brasiliana avevo fatto cucire il nostro tricolore. Anche l’abbigliamento dell’arrivo non è scelto a caso: la maglia della società , anche questa con tanto di tricolore, è d’obbligo.
Durante la giornata la temperatura sale; alla fine mi diranno che ho corso sotto il sole fino a 49°. Per assurdo bisogna coprirsi di più, è il solo modo per non bruciarsi; ma nei mesi precedenti avevo preparato e testato tutto l’abbigliamento alla perfezione, così con una specie di collare e cappello farciti di ghiaccio riesco a sconfiggere il gran caldo, il nemico più pericoloso alla Badwater. Purtroppo , nonostante tutto questo, nonostante il buon allenamento, nonostante l’aver studiato e programmato ogni particolare, facendo un passo indietro, mi trovo come dicevo privo di ogni forza dopo pochi chilometri di gara. Forse il fuso orario non ancora smaltito, forse la stanchezza accumulata nei due giorni precedenti ad organizzare il tutto: dalla spesa per l’attrezzatura mancante (frighi, ghiaccio, acqua, torce…..) alle scritte adesive sulle auto, dall’incontro con l’equipaggio americano (di cui ancora non avevo la certezza di avere con me) ai check-in e meeting pre gara. Dopo una quarantina di chilometri decido di sfruttare la possibilità concessa dal regolamento di poter piantare un picchetto a bordo strada facendomi così accompagnare dal mio equipaggio al km 68 dove si trova una piscina che mi aiuterà ad abbassare la temperatura ed un centro di controllo medico dove verrò imbottito di sali per eliminare gli atroci crampi che nel frattempo mi avevano colto. Nicola, il capo equipaggio, solo nei giorni successivi mi dirà che, oltre me, anche lui aveva perso le speranze di vedermi all’arrivo vedendomi rotolare per terra mentre urlavo dal dolore.
Ma questa mini cura mi fa bene, e dopo essere tornato al punto esatto in cui avevo lasciato la corsa, riprendo di buon ritmo nonostante il caldo atroce. Incredibile di quanto poco ci si possa accontentare in certi momenti, per quasi due interi giorni ho sognato ad occhi aperti di essere davanti al frigo di casa mia e di poter bere direttamente dalla bottiglia della semplicissima acqua frizzante e ghiacciata. Questa sosta mi costerà quasi tre ore sul tempo finale, ma forse se non avessi fatto così, anche l’esito della gara sarebbe stato diverso. Di questo devo fin d’ora ringraziare Ken, uno dei due americani, che mi ha convinto ad optare per questa soluzione, oltre ad avermi accompagnato di corsa per molti chilometri. Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta tutto il resto dell’equipaggio; Patrizia pronta ad assistermi ad ogni sosta con integratori, ghiaccio e gli spruzzatori di acqua fresca, così come Michela e Nicola, ed infine Carine, l’altra ragazza americana; tutti alla fine avranno percorso un pezzo di strada correndo assieme a me; addirittura Carine al momento dei saluti mi ringrazierà dicendomi: “grazie per avermi dato la possibilità di correre insieme a te”. Incredibile! In alcuni momenti mi sembra di essere un top runner, come il giorno pre gara quando un corridore indiano mi chiede di poter fare una foto insieme a me.
Ma torniamo alla gara. Giunto di nuovo a Stovepipe Wells, al miglio 42, questa volta non in auto ma correndo, mi affretto a farmi vedere al punto di controllo essendo arrivato solo quindici minuti prima del tempo massimo; subito dopo faccio un altro velocissimo tuffo in piscina per smaltire tutto il caldo accumulato nelle ore pomeridiane. Qui inizia una salita non troppo ripida, ma dritta e lunghissima, oltre venti chilometri. Così passa la prima notte e, con finalmente una bella discesa, presto arriva l’alba. Fisicamente sto bene, ma devo scacciare dalla mente i calcoli di quanto manca all’arrivo, non tanto in chilometri, ma quante ore; probabilmente serviranno ancora un giorno ed una notte. Nel pomeriggio del secondo giorno la temperatura è ancora alta e la strada nei pressi del novantesimo miglio è tutta dritta, infinita, l’occhio umano non arriva a scorgerne la fine; una mazzata per la mente! È così infatti che arrivo a Lone Pine, miglio 122, in preda alla seconda grande crisi prima di affrontare l’ultima grande salita. Questa ha una pendenza veramente impegnativa; la stanchezza supera ogni cosa, e non riesco nemmeno ad abbozzare un sorriso per la quasi certezza del fatto che stavo per compiere l’opera. Anzi distratto, in senso buono, dal chiacchierare con i miei accompagnatori che si alternavano qualche chilometro a testa, sto per arrivare al traguardo privo di emozioni e il mio avanzare è sempre più lento; non ho il mio solito passo di camminata in salita, quello che so tirar fuori anche nei momenti più difficili e che tante volte mi consente di superare anche chi sta correndo. È così che chiedo di scusarmi e di restare solo. Adesso si; i miei pensieri scorrono veloci e ripenso a tutta quest’avventura tanto cercata e tanto voluta. Mi commuovo e le gambe cominciano a divorare la salita quasi come non avessi corso per 39 ore. Un po’ più su ritrovo tutto il mio equipaggio, mi scendono le lacrime, adesso finalmente me ne rendo conto, il mio sogno si sta realizzando. Chiedo di prepararmi la bandiera. Mancherà ancora mezz’ora forse, ma non voglio rischiare di restare senza come a Sparta, la porto con me.
Continuo a salire con un buon ritmo, ma il buio e i chilometri non segnalati non mi fanno capire quanto manca al traguardo, c’è un silenzio surreale, credo addirittura di essermi perso proprio adesso. Di colpo delle voci, due tre fari puntati dritti in faccia, riconosco quel posto che avevo visto tante volte in internet. Patrizia, Ken, Michela e Nicola mi corrono dietro filmandomi, fotografandomi, urlando e sventolando bandiere. Anch’io finalmente posso sventolare la mia, strettissima in pugno!!
 
Nelle mondo delle ultramaratone raramente ho dato consigli, ho sempre preferito ascoltare ed accettare suggerimenti, ma una cosa mi sento di dirla: ragazzi, non ritiratevi…. mai !!
Never retreat, never surrender!!
 
Carmelo

18 Maggio 2011: LA MIA 6 GIORNI RUNNING
di Andrea Accorsi

LA MIA 6 GIORNI RUNNING: “NESSUNO SI SALVA DA SOLO”
 Di rientro da quest'esperienza unica, restano vive sulla pelle le mille e mille emozioni che si sono susseguite nell'arco di quelle interminabili 144 ore. Difficile l'operazione di darne descrizione senza cadere nel retorico, schivando gli ostacoli del patetico. Sono davvero troppi i momenti di enfasi che si sono alternati a quelli di scoramento; le immagini colorite alternate a quelle con tonalità assai più cupe, quando la fatica e la sofferenza toccavano note molto alte. Ma se è vero che tutto questo condensato di suggestioni ha provocato uno Tsunami emozionale di potenza incomparabile, non potrei prescindere da una verità assodata, assaporata, nel tentare di descrivere la mia esperienza: "NESSUNO SI SALVA DA SOLO".
 Eppure il contesto di gara appare come qualcosa di magico, unico. Per 6 lunghi giorni i miei occhi hanno guardato e riguardato gli stessi alberi, le stesse foglie, il medesimo lago, ed i volti delle stesse persone che, come me, all'interno di quel circuito correvano e camminavano. Ma quel che più emerge da questa esperienza è la constatazione di come per 144 ore ognuno di noi sia stato in contatto con l'esterno, pur essendo in conflitto con l'interno. Capita raramente nella vita di un uomo l'opportunità di rimanere solo con se stesso per un tempo tanto lungo. Ecco allora che la vita per quel periodo subisce una metamorfosi unica, uno straordinario cataclisma che ti catapulta in una dimensione nuova: non sei più tu, il solito Andrea di tutti i giorni, ma devi imparare a conoscere un uomo nuovo, a difenderti da situazioni nuove, a capire dove e quando i tuoi limiti diventano segnali ed i tuoi bisogni necessità. Il tutto in relazione al fatto che condividi questi momenti con altri che hanno le tue stesse difficoltà e che cercano, come te, ancore di salvataggio. Ho imparato come siano limitate le visioni di noi stessi che abbiamo nella quotidianità, frutto per lo più di luoghi comuni dei quali siamo diventati inesorabilmente vittime e schiavi, fino al punto di assumerli come verità. In situazioni estreme emergono invece le verità, quelle che il più delle volte tendiamo a sommergere con le bugie che ci fanno comodo, quelle che aiutano a sopportare meglio l'indolenza generale che manda avanti il mondo. Ma in corsa impari che nemmeno l'illusione ha un senso, figuriamoci la menzogna. Arriva il momento in cui qualcosa non funziona più, così all'improvviso. prima era sereno ed ora il temporale. Prima era gioia ed ora dolore. Prima era caldo ed ora è freddo. In quel preciso momento ti restano solo due possibilità, senza mediazione, senza scorciatoie e la scelta tra una di esse è qualcosa di urgente: fermarsi o resistere. Fermarsi è l'urgenza di sempre, quella che ci fa incazzare di fronte alle ingiustizie della vita, ai problemi in famiglia, alle diatribe sul lavoro, ai mali del mondo e a quelli che affiggono noi e i nostri cari. Fermarsi è il vaffanculo a tutto, è il "che cazzo me ne frega", è "tanto è lo stesso", è "la prossima volta...". Fermarsi è la strada più breve, la fatica migliore, il senso che ammorbidisce, il respiro che consola. FERMARSI E' LA BUGIA. Resistere è la voglia di scoprirsi, e di farlo là dove il territorio cambia e dove tu sei uno straniero che si confronta con un popolo che parla una lingua nuova, quella della sofferenza. Il popolo sono le tue ferite, i tuoi dolori, i tuoi piedi, le tue gambe, i tuoi occhi che si chiudono, le tue speranze che se ne vanno a puttane, le tue aspettative che s'infrangono su di un muro troppo alto, le tue lacrime che sanno di sconfitta. La lingua straniera è quella che arriva al tuo cervello alle tue orecchie stanche di avere un rumore, da ore, e non una musica. Ti siedi al bordo di questo mondo nuovo per un momento e guardi la proiezione di quello che potevi essere, mentre ti passa davanti quello che sei, in quell'istante: sei la sconfitta. Sei quello che non ha più armi per la battaglia, ma che forse, quella battaglia non l'ha nemmeno mai combattuta, perchè hai un vuoto nello stomaco che sa di resa. E tutto si dilata inverosimilmente, tutto prende i connotati dell'immenso. Il dolore è atroce, il sole è accecante, l'avversario è immenso, irraggiungibile; i compagni sono stranieri, i passi diventano chilometri. L'amore? DOV'E' L'AMORE? Siamo talmente piccoli dinnanzi al mondo, talmente rinchiusi nelle nostre convinzioni e talmente barricati nei nostri palazzi di autostima, da riuscire a dimenticare di quanto AMORE ci sia in ogni cosa che facciamo, in ogni singola goccia di sudore che sudiamo, in ogni persona che ci riserva uno sguardo, una carezza, un sorriso. Anche quando dentro tutto è buio.


Nei giorni che precedevano la trasferta ungherese avevo terminato la lettura dell'ultima fatica letteraria di Margaret Mazzantini: "NESSUNO SI SALVA DA SOLO" (Mondadori), una delle autrici capaci di umanizzare, a mio modesto avviso, la cattiveria e la bontà umana, come pochi altri, rendendola lettura di facile comprensione nella complessità dell'argomento.
Parla di rapporti umani la Mazzantini, di come sia assurdo e a volte inspiegabile che quello che fino a ieri era amore, oggi sia diventato all'improvviso odio, sdegno, rigetto, reietto. Per poi avere ancora nuove involuzioni, ritorni di fiamma, ventate di sentimento che veleggiano su piani comuni con la menzogna e la negazione di se stessi fino alla mortificazione del sentimento stesso. Ognuno di noi porta dentro di sè un cuore che non serve soltanto per sopravvivere nelle giornate tutte uguali. Ci passano accanto un'infinità di mondi che ignoriamo in silenzio, rinchiusi all'interno del nostro microcosmo, abbarbicati sulle nostre immense polverose rovine, e mettiamo su delle facce lavorate dalla solitudine come roccia. Il tempo passa, gli anni si sbriciolano nel ricordo di un attimo e ad un tratto ti domandi: come cazzo è possibile che la vita si mangi tutto? Come una risacca brutta. Rotola e sputa su una spiaggia di rottami. E tu sei lì al centro di quella tempesta che ti ha inghiottito, inerme. Ci hai provato, a dire il vero; hai lottato più di quanto ti sia stato riconosciuto, e ti sei sporcato le mani come tutti gli altri, afferrando momenti di gioia e ingoiando bocconi amari, cercando di mantenere un equilibrio improbabile, perché la vita (ma di questo te ne rendi conto solo dopo un po’)è tutto, tranne equilibrio.
E del resto è anche il suo bello, della vita. Perché proprio nella precarietà sta la perfezione. Basti pensare a quei momenti provvisori che precedevano una scelta importante, come al termine degli studi, quando si doveva scegliere cosa fare del dopo… Ecco, in quegli istanti dove tutto era nebuloso, avvolto dal dubbio e dalla voglia di gustare solo l’attimo fine a se stesso, c’era qualcosa che pervadeva il mio animo di assai simile alla perfezione. La stessa percezione che avverto sulla linea di partenza di una corsa, quando sta per partire la gara. Tutto è tremendamente provvisorio: il cuor batte, ma dura il tempo di uno sparo, poi comincia il viaggio. La mente vola oltre il tempo, ma dura un attimo, la frazione di uno sparo, poi inizia il tempo della pazienza. Le gambe esplodono, ma dura il tempo di uno sparo, poi comincia la corsa, la vita che amo sentire scorrere nelle vene. Perfezione provvisoria, l’unica che recapiti il senso del compimento. Ho trovato molte similitudini in questi stati d’animo con quelli decritti dalla Mazzantini, quando narra le vicende di Delia e Gaetano, una coppia che esplode e che deve imparare ad essere, per l’appunto, una coppia esplosa. Ma dove hanno sbagliato? Il fatto è che non lo sanno. La passione dell’inizio e la rabbia della fine sono ancora pericolosamente vicine. Cenere e fiamme convivono e sotto questo cielo d’inquietudine bisogna ritrovare il modo di guardare avanti, per non rischiare di farsi risucchiare del quel maledetto meccanismo della memoria che ci svilisce con immagini di quello che eravamo, ma sempre e solo fotogrammi d’inquietante prosperità emotiva che al momento ci sfugge come un bicchiere unto quando scivola tra le dita della mano. E allora come darsi delle risposte alle domande, come fare a trovare un senso, una ragione ai perché delle cose che sono franate all’improvviso? Come fermare questa montagna che rotola e che ci schiaccia la pelle?
Accade la stessa cosa durante la corsa, in modo particolare nel genere di corsa che pratico io, l’ultramaratona. La condizione è ottimale, il senso del presente diventa qualcosa che visualizzi per tutto il tuo futuro prossimo, come una certezza, una garanzia, una promessa che verrà mantenuta. Il pensiero si alimenta di consistenza, ad ogni passo, e lo nutre l’illusione che questa perfezione provvisoria possa divenire qualcosa di definitivo. Ecco l’inganno… La perfezione, l’avevamo già detto, sta solo nelle cose provvisorie. La forza che occupa i muscoli, che unisce le ossa, che ciba le cartilagini si fa potenza con il passare delle ore, tanto da manifestarsi nelle forme più materiali possibili, come una percezione di sapore dolce sul palato, o di onnipotente vigore della mente e del corpo. L’illusione di averne una riserva infinita di questa forza nutre il cervello più delle malto destrine, più dei sali minerali, più della pasta asciutta. Poi qualcosa esplode proprio come nella vita di due innamorati, come Deilia e Gaetano, e la domanda che ti fai è la stessa: dove ho sbagliato?
Perché devo avere sbagliato qualcosa, qualcosa di maledettamente importante o qualcosa di stupidamente insignificante, ma qualcosa ho sbagliato. S’infiamma un tendine e correre diventa un’agonia che a ogni passo vomita sull’asfalto più dolore di quanto sia possibile immaginare. Esattamente come i giorni che segnano il trapasso dall’amore allo stallo, quei giorni che vorresti solo accelerarli perché diventano peso e turbamento. In quei giorni dimentichi in una frazione tutto quello che è stato e ti senti solo uno straniero al centro di un mondo che parla una lingua sconosciuta: l’amore.
Le cose si sono messe storte e poi si sono annodate storte come rami stregati e tu sei in quella foresta con un tronco che ti preme sul petto. Soffochi
Il male dolore non è più un compagno, ma un nemico che ti opprime e senti il peso della sua spada che penetra la tua resistenza. E soccombi.
“Devi imparare a stare. Semplicemente stare. Tornare dentro la tua vita. Fare un passo avanti, definitivamente.”
Devi imparare a guardarti dentro nuovamente. Semplicemente vederti per quello che sei ora e pensare che rimane solo una cosa da fare: un passo avanti. Anche se lento, anche se claudicante e malfermo, ma solo un passo avanti, definitivamente.
Nella sofferenza accentuata impari una grande lezione: LE PERSONE DIVENTANO SEMPLICEMENTE QUELLO CHE SONO.
Ecco che pensi cose come: e se la vita dev’essere questa frode…Non si può mai immaginare quanta stupida disperazione, quanta incapacità di vivere c’è in fondo alle persone. Ascolti parole come: mi dispiace, non è stata colpa tua (Che schifo pensi mentre le senti, sembrano le parole di una canzonetta)
C’è un po’ di vento che si alza adesso lungo il lago, rotola sull’asfalto fino alle mie gambe, mi raggiunge e mi agita i capelli. Smuove i pensieri, fruga la schiena sudata nella maglietta, mentre io respiro nel mio corpo, andando a caccia di un senso. E’ l’ultimo cerotto che salta in una mattina di maggio. Non sposto lo sguardo, muovo appena le pupille come uno con il glaucoma che cerca il buco dove vederci, per sondare intorno, se qualcuno se n’è accorto.
La psiche , come un mare chiuso, fa i suoi viaggi interni. Propone sempre nuove soluzioni, per salvaguardare i miei inganni. Sono fermo esattamente al bordo della frana e continuo così, a spiarla affacciato sul buco, con il timore di caderci dentro. Da dove è partita la crepa che ha aperto la zona in due? Mi guardo intorno, mi guardo addosso, ma non trovo un vero epicentro. Guardo gli altri, sorrido e penso se vale la pena di ricominciare, esattamente quello che pensano Delia e Gaetano quando si guardano negli occhi: “Vale la pena di infilarsi in una vita fatta di strappi e di rattoppi?”
Dillo, cazzo. Dillo. Solo se lo dici, solo se lo te lo urli nella faccia puoi fartelo scendere. Dillo, porca puttana, dillo che adesso sei in pace. Dillo, fattelo scendere. Nessuna tensione, nessun attrito, nessuna scossa dolorosa.
In quell’istante la vita è un fulmine, un treno in corsa che passa dentro agli occhi e devasta il territorio del cuore, quello dei sensi. Rompe i binari e deraglia impazzito. Avverto di nuovo la sensazione di voler essere ingoiato. Dai miei sbagli, quelli di sempre. Da gli affetti che ho trascurato, da quelli che non ho trovato sulla mia strada. Dalle occasioni mancate, forse solo per distrazione, perché avevo la testa girata altrove mentre il treno passava. Chissà se ci saranno ancora altre stazioni. Qualcosa ho imparato oggi: “NON CI SI SALVA DA SOLI”. E capisco qualcosa, in quel preciso momento, qualcosa che mi era sempre sfuggito in precedenza: sto solo aspettando che qualcuno mi dia una mano per mandare all’aria tutto. C’è un meccanismo che lavora dentro di me, che non dipende dalla sopportazione del dolore, dalla gravità dell’infortunio, ma che esercita la sua pressione solo per effetto di quello che sono: un uomo. Debole e costretto a confrontarsi con la propria debolezza, messo alle corde da delle domande, da delle aspettative, da un tradimento, da tutto quello che, a pensarci bene, è la vita. Da ragazzo volevo essere un artista. Gli artisti erano le sole persone che mi piacevano, gli unici che cercavano di rosicchiare qualcosa oltre la banalità della vita. Sapevo di non avere particolari attitudini, ma rimanevo in attesa di me stesso, ascoltando i Led Zeppelin con gli occhi chiusi. Mi stringevo fisso a un pensiero e non lo mollavo, fino a quando non mi faceva male. Immaginavo che dovesse partire tutto da lì, da una sospensione, da uno stato d’animo irreale. Speravo di raggiungere questa condizione con un salto improvviso. Pensavo che ci fosse bisogno di volare in alto per vedere il basso. Non avevo capito che bastava camminarsi dentro e farlo con le persone che mi passavano a fianco, per vedere tutto quello che c’era da vedere.
Mi prende una mano Monica e dice: “Alzati. Prendi freddo lì seduto.” Dentro a quelle parole c’è tutto quello che mi serve per andare avanti, anche se avanti non sarà vincere, anche se avanti non sarà stringere quello che avevo in mente, anche avanti sarà soffrire, bestemmiare, piangere, morire di notte per rinascere con l’alba al mattino, con il canto del merlo, con gli occhi stanchi degli altri, anche se avanti farà rumore, perché avanti sarà una risposta a quella domanda: “Dove ho sbagliato?”
Monica è una donna, sento la sostanza della sua persona profonda, lo sento come il rumore del mare nelle grotte. Una che ti guarda e non ti lascia. Ti viene a salvare nel fondo dove ti sei impigliato. Ha un coltello in bocca, ti sgancia i pesi, taglia i lacci delle bombole. O muore lì sotto con te o tornate in superficie insieme.
Puoi camminare amore. Anche se fa male, puoi camminare.”
Lei riparte leggera coma una farfalla, una farfalla che vola da 100 ore sull’asfalto e che batte le ali nel mio cuore, che spinge il mio sangue e che abita il mio cervello. Da sempre. Ha un sorriso in bocca. I miei pensieri vanno così veloci su quel sorriso senza turbarlo, succhiano spine e polvere come il vento che soffia sul lago, tra i miei capelli.
La disperazione rende più umani. Però non insegna a vivere. Quello che unisce e che ti porta in alto, di colpo ti separa, ti porta via.”
La guardo mentre si allontana, mentre i suoi capelli danzano nell’aria e la sua figura occupa tutto il mio mondo. La vedo mentre siamo soli, mentre stringo tra le braccia il suo corpo, sento l’odore della sua pelle che scorre dentro. Mi alzo mentre penso: “Sono troppo fragile per vivere e troppo potente per morire”.
Urlo nel vento delle parole. Sento nell’aria delle risposte: “Non ci sono veri responsabili. Puoi ritenerti innocente. E’ semplicemente andata così”.
Quando ripasso dal via butto gli occhi sul display: mancano 40 ore. Il cielo è sereno e l’odore dell’acqua si fa più intenso. Me lo faccio scendere in gola, e sorrido. Mi sento di nuovo parte di questo quadro, di questa 6 giorni. Mi sento unito agli altri, come cose che si sono incontrate sotto il mare. Una farfalla si posa sul bordo di una sedia bianca a lato del circuito, come una chiazza di colore su un lenzuolo bianco. La mia farfalla si fermerà solo dopo 705 km, come un sogno che si avvera. Che bella la vita…
Grazie CLAUDIO, MICHELE, LEO, ANTONELLA, CHIARA, FABIO, CARSTEN, EDIT, GYULA, CATHERINE.

11 Aprile 2011: LA MIA 100 KM DI SEREGNO
di Ciro Di Palma

FERITO MA NON MORTO

Prima d’iniziare a leggere questo articolo gradirei che gli amici podisti non mi giudicassero male. Mi spiacerebbe pensassero che io sia un esaltato che pensi solo al risultato legato al tempo o un atleta che non conosca quale sia lo spirito della partecipazione a certi eventi che, per noi amatori, è legato più al sano divertimento ed allo stare bene. Sono conscio del significato della parola sport però per sollazzarmi ancora di più e per dare un po’ di brio al mio modo d’essere,ogni anno,mi propongo dei traguardi da raggiungere,a volte anche molto sfidanti però,non impossibili da agguantare e lavoro anche duramente affinché possa farli miei. Il primo obiettivo di quest’anno era correre la 100km di Seregno in meno di otto ore,dopo che l’anno scorso avevo fatto fermare il display a otto ore e sette minuti. Bersaglio difficile da cogliere e per farlo dovevo essere al 100% fisicamente,avere un po’ di fortuna e …correre. Poi se ci fossi riuscito avrei raccontato di belle sensazioni,mi sarei esaltato,avrei ”inondato” di parole i siti podistici ed il mio blog, se,poi com’è successo,ho fallito lo faccio lo stesso ma in toni molto critici con me stesso. Prima di scrivere questa cronaca ho aspettato qualche giorno,l’ho fatto per metabolizzare quella che per me,cronometro alla mano e facendo parlare i soli freddi numeri, è stata una sonora ed umiliante sconfitta…La 100km di Seregno. In questi tre mesi di preparazione ho sempre narrato di maratone e di ultra corse in scioltezza,senza problemi e con sensazioni positive,perché tale erano gli stati d’animo,le risposte del fisico e della testa. Adesso non è così,dopo la gara in Brianza,raccolgo i cocci di una scialba prestazione,li metto insieme e ne faccio tesoro per il futuro. C’è il detto:”Chi vince festeggia ed esulta e chi perde spiega”,potrei farlo mio per giustificare ciò che ho fatto o, meglio,quello che non sono riuscito a fare ma io, sono o bianco o nero ,nel raggiungere l’obiettivo, o vinco o perdo. Grigio non lo sarò mai,perciò parlo di cocente sconfitta senza attenuanti. Nel mio animo e nella mia testa ,poi,ho analizzato i particolari e scoperto le cause ma questi non saranno mai degli alibi,assolutamente! Tanti amici podisti invece,nei giorni che hanno succeduto la corsa, mi hanno fatto capire che a volte bisogna prendere atto che esistono delle tonalità intermedie tra i colori,ci sono le sfumature così come nelle gare ci possono essere delle cause che vanno al di la della volontà dell’atleta e ne possono condizionare la prestazione.Sono stati fantastici nel dirmi che il mio 8h34’53” sia stato un buon risultato perché comunque figlio di enormi sofferenze in gara e alla vigilia. Volendo scherzare un pò posso dire che con un buon avvocato ,con queste attenuanti e la buona condotta potrei anche essere assolto, ma non mi basta. Onestamente sento più mia la frase :”Quello che non t’ uccide,ti fortifica”,nel senso che nonostante i vari problemi che ho avuto e quando sarebbe stato più facile ritirarmi,non l’ho fatto,ho lottato,ho resistito,non ho mollato ed ho tirato avanti e questo mi servirà per il futuro in gare ancora più lunghe e massacranti. Fatto questo lungo preambolo,inizio a raccontare la gara partendo dal sabato quando partito da Reggio Emilia con gli amici Gabriele ed Andrea abbiamo raggiunto Seregno nel tardo pomeriggio. Siamo andati a ritirare i pettorali ed i pacchi gara incontrando e fermandoci a chiacchierare con i tanti atleti che arrivavano un pò alla spicciolata da tutte le regioni d’Italia. Nel frattempo il parco della Porada si preparava alla festa del giorno dopo,si metteva il suo vestito più bello come si faceva una volta e vedeva il lavoro di molti addetti che faticavano alacremente per fare in modo ,come poi è successo,che tutto si svolgesse in modo perfetto e tranquillo all’indomani mattina. Il pomeriggio lucente, trascorre lento e sereno. In serata insieme a Marco andiamo a vedere il derby che avrà un esito per me nefasto. La mattina arriva quasi subito,la solita colazione pre-gara fatta di te,fette biscottate miele ed integratori ed ecco Willy che mi passa a prendere. Fuori è ancora buio, le luci dei lampioni ci fanno ancora compagnia,la notte però sta ormai passando la mano all’alba. Arriviamo in zona partenza corsa e ci rechiamo nel palazzetto per il rito della vestizione, noto come sempre che ognuno di noi ha i suoi gesti scaramantici,i suoi tic pre-gara,tutti siamo alla ricerca della migliore concentrazione. Mancano dieci minuti al via, mi reco alla start line. Son quasi davanti e come sempre si scherza su tutto e specialmente sull’Inter dato che ormai sono il bersaglio di tutti gli amici del circo podistico correndo con una canottiera che ha nella parte posteriore una bandiera dello squadrone nerazzurro campione del mondo. Ore sette. Parte l’avventura,la mattina è fresca,si sta bene,si corre in tranquillità e scioltezza. Dopo qualche chilometro però avverto un qualcosa di strano,mi dico:”Non è possibile, non posso andare al bagno già adesso” ed invece si…,queste soste diventeranno mie compagne di viaggio lungo tutto l’arco della gara. Per ben dieci volte di cui solo otto nei primi cinquanta chilometri di corsa. Questo,insieme al caldo che poi avvolgerà la giornata ammantandola in un’afa opprimente,faranno si che io mi disidrati molto velocemente. Sapendo ciò, cerco di correre ai ripari prevenendo questa situazione e corro con una bottiglietta d’acqua,bevendo spesso non aspettando i ristori ogni cinque chilometri. Nonostante questo handicap la mia corsa è fluida,lungo il percorso scherzo con l’Ilaria che non fa altro che prendermi in giro, Enrico,il grande Vedilei,mi fa i complimenti perché mi vede correre bene. Chiacchiero con Marco che mi segue in scooter e col quale scambio delle impressioni sulla gara. Tutto sembra andar bene, passiamo i vari centri abitati qualche salita ,dei falsipiani e giungiamo al parco di Monza,polmone verde della zona. Il morale è a mille l’andatura è costante,tutto è perfetto. Da lontano vedo una ragazza che dalla sagoma e dal modo di correre mi sembra di conoscere,dopo qualche chilometro l’aggancio e le chiedo se l’anno scorso avesse partecipato alla Spartathlon,cosa che mi confermerà,ci scambiamo dei complimenti sempre in inglese perché è straniera e dopo un po’ la stacco perché abbiamo un passo diverso. Ritorniamo verso Seregno, il primo giro è concluso ed io mi regalo un’altra bella sosta al bagno chimico. Ormai mancano solo cinquanta chilometri,però il sole è già bello alto e fa capire bene quali siano le sue intenzioni per la giornata,ci vuole massacrare,prendendosi la rivincita rispetto all’anno scorso quando non si fece proprio vedere e ci regalò una giornata perfetta per correre. Mieterà molte vittime,basti pensare che nel 2010 nelle prime dieci ore di corsa arrivarono al traguardo circa settantuno atleti,quest’anno quarantotto.Verso il sessantesimo chilometro raggiungo Claudio che ha qualche difficoltà,se ne vedono i segni sul suo volto ma il guerriero di Brugherio non molla. Una signora con la sua auto invade la nostra corsia non tenendo conto dell’alt intimatole dai volontari,solo la mia prontezza di riflessi mi salva dall’essere investito,a questo punto urlando mi permetto di mandarle qualche piccolo accidente. Dopo qualche chilometro inizio a calare di qualche secondo ma la cosa che più mi fa pensare è che la corsa non è più fluida come vorrei,all’improvviso inizio ad avere dei problemi,le gambe si appesantiscono,rallento un pò,ho dei conati di vomito,mi sto rendendo conto che la manifestazione sta prendendo una direzione che non voglio. Sono sempre lucido, rallento volutamente molto in modo da far passare la crisi. In questo momento capisco che la prestazione cronometrica è andata,ho tanta rabbia in corpo che corro piangendo ripensando a tutte le ore d’allenamento fatte per preparare questa 100km. Marco, che mi segue,resta un pò più lontano, rispetta questo mio momento di difficoltà. Cerco di camuffare le lacrime con l’acqua che copiosamente mi verso in testa,spaccherei il mondo! Ad un certo punto faccio avvicinare il mio fido amico e gli dico quello che sto provando in quei drammatici momenti continuando a frignare sulla sua spalla. Come un papà col figlioletto,cerca d’incoraggiarmi,di tirarmi su,mi consiglia di camminare un po’,così farò. Nel frattempo più di qualche atleta mi passa e m’incita. Arriva, col suo passo cadenzato, Corrado,rallenta fa qualche metro con me,gli faccio i complimenti perché è alla sua prima gara del genere,sono molto felice per lui perché lo vedo molto bene. Gli ricordo di rimanere tranquillo che la gara inizia dall’ottantesimo in poi..Ad un certo punto mi raggiunge Andrea,mi dice:”Dai Ciro,andiamo,accodati che facciamo qualche chilometro insieme”. Corriamo per qualche migliaio di metri o poco più spalla a spalla,mi sembro rinato. Il mio compagno di viaggio mi chiede di lasciarlo solo perché ho un altro ritmo rispetto a lui che inizia ad avere dei problemi,lo incito,lo aspetto,gli urlo di non mollare. Con un cenno della mano m’indica d’andare,non ho il coraggio di lasciarlo solo,non è giusto,se lo facessi non sarei io. Lui insiste. Chiamo a me Marco e gli dico di fare assistenza a lui lasciando stare me che ormai avevo recuperato. Niente da fare il romagnolo vuole rimanere da solo…Rispetterò il suo volere. Adesso sto bene,urlo:” Li vado a prendere tutti !”.Nella mia mente adesso solo grida di battaglia,mi carico e riparto lancia in resta come un cavaliere medioevale. Inizio la mia rimonta in quattro chilometri. Facendo fuoco e fiamme e ritornando a correre di nuovo sotto i 4’30”al chilometro un bel numero di atleti vedrò scorrere dietro di me. Tranne l’Ilaria e l’atleta straniera con la quale avevo parlato prima saranno tutti raggiunti. Di nuovo il parco di Monza col suo fresco ma,dura poco,rispetto al giro precedente,il cambiamento di percorso di quest’anno ci fa quasi uscire subito da quest’oasi .I chilometri passano,il mio ritmo si riabbassa perché decido di far andare le gambe senza forzare. Corro,bevo e canto ripassiamo dal centro di Seregno che se al primo giro vedeva poca gente,adesso è praticamente vuoto,una cattedrale nel deserto,è spettrale. Arrivo al novantesimo chilometro circa,all’ingresso del parco ,vedo da lontano una persona che mi saluta e mi chiama. E’ Carmine,un mio contatto di facebook che si materializza. Come m’aveva detto in settimana è lì ad aspettarmi e come promesso vuole fare alcuni chilometri con me,dopo che in mattinata aveva già corso una mezza maratona pure abbastanza dura. M’affianca ed iniziamo a chiacchierare,corriamo ,scattiamo foto insieme,ormai non è più una corsa contro il tempo ma una gita tra amici anche se devo dire la verità stiamo andando con un discreto passo. Affrontiamo la parte nuova del percorso uscendo dal parco,dopo qualche chilometro siamo di nuovo dentro tra l’indifferenza della gente che a dir la verità guarda pure un po’ infastidita perché chiedo di lasciare la strada libera agli atleti;invece di essere incoraggiato non ricevo altro che occhiatacce e qualche cattiva parola. Questa sarà la scia al mio passaggio. Pochi applaudono ed incitano ma sono molto pochi. A tre,quattrocento metri dal traguardo,Carmine mi lascia come d’accordo per andare incontro ad altri atleti. Verso di me corre Andrea,l’amico reggiano,che purtroppo si è ritirato dopo quasi due terzi di gara,mi urla,m’incita,mi fa i complimenti perché ha saputo dei miei problemi durante la corsa.Lo ringrazio esprimendogli però tutta la mia delusione. Srotolo il mio bandierone del Brasile e corro verso il traguardo tra le persone che sono li che applaudono e sono divertite dal fuori programma che sempre mi piace offrire agli spettatori per regalargli un sorriso. Taglio il traguardo in 8h34’53”,un passo di samba come sempre e dico :"Il leone è ferito ma non è morto" ! Corro verso Marco e l’abbraccio,faccio lo stesso con Carmine e poi mi concedo ai fotografi per le foto di rito. Con molto piacere al traguardo c’è la Letizia,moglie di Marco, Mauro ed Alessia con la loro piccola figlia Aurora e nonostante la spossatezza mi fermo a parlare molto volentieri con loro per un bel po’ di tempo. Controllo le classifiche e noto che anche quest’anno se non ci fosse stato un errore nel mio tesseramento alla Fidal avrei vinto la mia categoria migliorando il secondo posto dello scorso anno,annullato dallo stesso inconveniente. Vabbè ,fa niente,solo due coppe in meno. M’incammino verso la doccia incontro Ivan e gli faccio i complimenti per la sua prestazione. Scherzosamente mi fa una battuta sul derby della sera prima,io gli sorrido dicendogli:”Ivan,da te non me l’aspettavo”,forse,scherzosamente
il grande Cudin m’avrà fatto pagare le fotografie col bandierone dell’Inter che all’arrivo della Spartathlon gli feci fare. Ahahahah. Dopo la doccia,un breve ristoro e poi in macchina verso Reggio Emilia. Iniziano ad arrivare molte telefonate ed sms,sono attestati di stima che ricevo da parte di tante persone,ciò mi consolerà ma non lenirà il dolore delle mie ferite. Voglio fare i complimenti a tutti gli atleti che hanno partecipato alle manifestazioni podistiche che erano programmate in questa giornata a Seregno.Voglio ringraziare chi mi ha seguito lungo tutto il percorso, chi ha corso gli ultimi dieci chilometri con me,chi è venuto da casa solo per essere lì al traguardo per incitarmi. Un bravo agli organizzatori, ai volontari agli incroci e quelli ai ristori. Vorrei dare,infine, una medaglia d’oro agli amici Gabriele ed Andrea che in macchina sia all’andata che al ritorno m’hanno sopportato.

14 Marzo 2011: LA MIA STRASIMENO 2011
di Ciro Di Palma

La mia presenza alla decima edizione della Strasimeno affonda le sue radici in terra ellenica,nel bel mezzo di una fredda e tempestosa notte d’inizio autunno dell’anno scorso, quando un gruppetto d’italiani cercava,poi riuscendovi,di completare il percorso che da Atene conduce a Sparta lungo i duecentoquarantasei chilometri della Spartathlon. Fu in quell’atmosfera da tregenda dove quei prodi atleti si facevano coraggio gli uni con gli altri cercando in questo modo d’alleviare la fatica dei tanti chilometri corsi,con il loro fiato e le loro parole che s’impastavano con sudore e pioggia,che il mitico Popov mi parlò di questa gara che prevedeva il periplo del lago di Perugia. Me ne decantò le lodi con un tono così entusiasta che il giorno dopo, all’ombra della statua di Re Leonida,in quel di Sparta, gli confermai la mia presenza in terra umbra da li a qualche mese.Trascorsero stancamente i mesi ed intanto avevo inserito nel mio programma d’allenamento questa ultramaratona;sul foglio del calendario l’inchiostro mi “diceva” :”febbraio”,i giorni si accavallavano velocemente fin quando un pomeriggio mi arrivò una telefonata. :”Uè fratè,ti ho iscritto,ricordi?” Chi poteva essere se non lui,l’amico umbro,Filippo Poponesi che, facendosi forte della mia promessa, aveva proceduto all’iscrizione. Trovato ben presto un albergo che mi ospitasse non mi restava che rimanere in attesa del giorno della partenza. Ancora però una sorpresa mi aspettava,venerdì un messaggio fa capolino sul mio telefonino.:”Pirla,vai giù per la Strasimeno? Se vuoi passo a prenderti e facciamo il viaggio insieme”. Da quel “Pirla” capisco, senza neanche vedere chi ne fosse l’autore, che quel testo non poteva che essere stato scritto da uno dei più forti tri-atleti italiani,al secolo Amedeo Bonfanti,il lecchese che ha sempre ben figurato in giro per l’Europa nelle gare di triathlon.Accordo subito trovato e sabato in tarda mattinata partiamo alla volta del centro Italia. L’allegria nell’abitacolo regna sovrana,la catena appenninica innevata ci tiene compagnia insieme ad un cielo grigio sempre più cupo. Fuori c’è freddo. Dopo qualche ora di viaggio e non prima d’aver pranzato arriviamo in macchina a Castiglione del lago,cosa che secoli fa sarebbe stata impossibile da farsi in quanto questa località era un’isola lacustre che poi avrebbe assunto l’attuale conformazione dopo una siccità che colpì la zona. La strada mia e di Amedeo si divide li per poi ricongiungersi all’indomani pomeriggio dopo la corsa. Vado a ritirare il pettorale,incontro l’amico Filippo che fa parte dell’organizzazione e mi intrattengo con lui per l’intero pomeriggio. Iniziano ad arrivare da tutte le parti d’Italia gli amici runners,foto,scambi di battute,saluti fanno da corollario al tempo che trascorre abbastanza tranquillamente ed in armonia,allietato anche dal caffè che il Comitato strasimeno ci offre a fiumi. Intanto all’esterno i piccoli scrosci di pioggia del pomeriggio con l’avvicinarsi della sera,quando una volta di un blu scurissimo e minaccioso sta facendo un sol boccone di quel cielo plumbeo, diventano un concerto stonato di note cantato da un temporale impazzito che si abbatte sull’asfalto del borgo. Tutto ciò mi fa dubitare delle previsioni meteo che all’indomani mattina prevedono un pallido sole e circa tredici,quattordici gradi. Un rapido giro al pasta party dove riesco a mangiare un buon piatto di pasta e poi di corsa in albergo a Passignano sul Trasimeno che il giorno dopo vedrà l’arrivo della mezza maratona. Un mal di testa mi assale rubandomi tutti i buoni propositi per il giorno dopo,cerco di reagire ma mi addormento stancamente rapito da un sonno profondo. La sveglia suona alle sei. Colazione come solito pre-gara e poi il titolare dell’albergo m’accompagna alla partenza del pullman che mi porterà alla partenza. Con mia piacevolissima sorpresa non piove. In attesa del bus mi siedo su una panchina fissando lo specchio d’acqua che mi offre questo spicchio d’Italia. Davanti a me uno spettacolo di colori fantastico,il grigio perla dell’acqua che viene baciato in lontananza dal rosso del sole che nasce e che man mano sfuma nel rosa,diventando miracolosamente azzurro regalandone la tonalità anche all’acqua lacustre. La temperatura leggermente sale e di ciò ne trae giovamento anche il mio umore. Quella leggera tensione della sera precedente sta allentando la sua morsa e pian piano che l’astro lucente continua la sua corsa verso lo zenit mi abbandona completamente. Dopo il piccolo spostamento in torpedone sono a Castiglione del Lago, qui un nutrito gruppo di persone e di atleti gironzola ai piedi del borgo antico. Mancano cinque minuti alla partenza qualcuno mi prende in giro perché non vede la bandiera dell’Inter alla mia canottiera ma scherzosamente gli faccio notare che oggi sono,io,tutto vestito di nerazzurro a fare da vessillo,così dopo le solite avvertenze dello speaker ecco che echeggia nell’aria,prendendone giustamente possesso,il nostro Inno nazionale ,suonato per onorare la memoria di un altro figlio della Patria caduto nell’espletamento dei suoi compiti cioè facendo la guerra (nonostante si dica diversamente). Sono le 09.15 e sul lungolago “La decima Strasimeno ultramaratona nel parco del Trasimeno” ha inizio. Il colpo d’occhio è suggestivo,un’edizione da record confermeranno poi i numeri anche se i partenti saranno leggermente minori agli iscritti visto che qualcuno si è fatto intimidire e non poco dal meteo che nei giorni precedenti non è stato proprio nostro alleato. Dovendo fare solo un allenamento parto nella pancia del plotone,lì, dove si vive la corsa,dove si assaggia il sapore vero di questa bella passione e dove c’è il cuore che pulsa di emozioni che è poi l’essenza del nostro sport. I primi chilometri sono ad andatura lentissima poi mi regolo intorno ai 4’20” - 4’30” al chilometro e senza sforzo procedo. Lungo la via trovo il modo di chiacchierare,di salutare tanti amici e questo mi fa star bene e mi mette in armonia con l’atmosfera di festa che mi circonda. Un po’ prima del passaggio da Tuoro raggiungo Corrado che sarà mio compagno d’avventura fino a sette,otto chilometri dal traguardo. Corriamo molto in scioltezza ed abbiamo modo di scambiarci opinioni sulla gara. Con il passaggio a Tuoro sul Trasimeno la mia mente non può che riportarmi ai libri di storia i quali ci narrano che in questo territorio fu combattuta la più importante battaglia della seconda guerra Punica tra i romani ed i cartaginesi di Annibale. Dopo Tuoro proseguiamo verso il traguardo della mezza maratona a Passignano sul Trasimeno,con la sua rocca che ci guarda dall’alto. Accompagnati sempre dalla nostra preziosa ed instancabile Sabina che ci segue in bici ci portiamo verso la sponda orientale del lago,verso Magione dove,verso la metà del millennio scorso, fu ordita una congiura,poi finita nel sangue,ai danni di Cesare Borgia. Fin qui un percorso molto bello ma croce e delizia per gli atleti, fantastico per il piacere degli occhi ma un pò meno per le gambe con un paio di belle salite che rompono il passo. Belle e lussureggianti le colline che ci circondano,gli uliveti tutti in fila come soldati che marciano,tante piante in fiore sono il preludio della bella stagione che è alle porte,il lago che accarezza la costa e il sole che bacia le nostre teste è un paesaggio che sembra essere uscito da una cartolina o da una quadro. Intanto io e l’atleta dei runners di Bergamo continuiamo a scalare posizioni rimanendo però sempre con un passo costante. Ormai il traguardo della maratona è li a due passi in viale Cefalonia a Santarcangelo,decidiamo di passarlo insieme fianco a fianco. Subito un ristoro,un piccolo tratto non asfaltato e una sosta fisiologica così riprendiamo la via verso il traguardo finale. La giornata è primaverile c’è un bel tepore nell’aria,la temperatura è alta tranne quando passiamo all’ombra di piante o abitazioni dove un bel freschino sembra essere un’oasi alla quale rifocillarsi. Dopo circa tre ore e venti di corsa nel bel mezzo di una salita presa,forse,un pò allegramente,come un fulmine a ciel sereno,vado in leggera difficoltà. Mi viene in soccorso Corrado che raggiungendomi al ristoro in cima alla strada mi porge un suo gel,così dopo una ventina di minuti inizio a stare meglio e riprendo sicuro il mio incedere. Ormai Castiglione del lago si vede in lontananza e sembra un miraggio,il problema di cui prima è svanito ma questa volta è il buon Pasotto che mi fa sapere tramite la Sabina che sta perdendo colpi e sta accusando una flessione. Molto tranquillamente,in modo lucido e giusto dico alla nostra indefessa musa accompagnatrice di dargli il mio ultimo gel. Inevitabilmente i cinquanta metri che avevo di vantaggio iniziano a dilatarsi. Comincio a fare corsa da solo,raggiungo e supero tanti fortissimi atleti che accusano problemi. Quella chimera del traguardo che s’intravedeva lontana adesso inizia a materializzarsi. Un venticello contrario che mi ha accompagnato lungo tutto il percorso sembra aumentare. Questa brezza che vola leggiadra sulle lacustre acque,leggenda narra che sia il lamento della ninfa Agilla alla ricerca del suo principe,appunto Trasimeno,figlio del Dio Tirreno,annegato in queste acque perché sedotto da lei. Ormai sono ai piedi del borgo medioevale,nella parte moderna di Castiglione,ancora un’ultima e lunga salita. Stringo i denti accorcio il passo come si conviene in questi casi e m’inerpico su questa erta. Imbocco la porta che mi spalanca il centro storico. Adesso un lungo e dritto violone m’accompagnerà fino al traguardo. C’è tanta gente che m’incoraggia e applaude la mia corsa,piazza Gramsci è lì,ancora centocinquanta metri e poi il passaggio sotto il traguardo con lo speaker che annuncia il mio arrivo in quindicesima posizione in quattro ore e ventisette minuti ed i fotografi che immortalano in un fotogramma quel mio attimo di felicità. Aspetto Corrado che arriva qualche minuto dopo di me e facendogli i complimenti lo abbraccio, avvolgo tra le mie braccia,ringraziandola,anche la solerte Sabina che con tanta pazienza e dedizione ci ha accompagnato lungo il percorso rivelandosi veramente preziosa con la sua simpatia ed il suo modo di fare. Il ristoro li a due passi mi aspetta,ritiro velocemente il borsone a pochi metri e poi col pullmino messoci a disposizione dall’organizzazione vado subito a fare la doccia. Dopo mezz’ora ritorno in piazza ad applaudire gli arrivi di altri atleti ed intanto mi stendo al sole che reclama il suo spazio sul mio viso già abbronzato. Scopro,leggendo attentamente la classifica, di essere arrivato secondo della mia categoria e vado a ritirare un bel premio. Incontro Amedeo ,facciamo un salto in gelateria dove un mega gelato al gusto di limone e fragola rallegrerà il mio palato e con l’Inter che sta avendo la meglio sul Genoa sto vivendo un momento magico. Subito dopo, però, via di corsa verso casa…La giornata non è ancora finita mi aspettano tre ore e mezza di viaggio in macchina ed una notte lunga da lavorare. Voglio ringraziare gli organizzatori che da anni ci offrono con tanti sacrifici questa bella corsa tenendo anche conto dello sforzo organizzativo della gestione di cinque arrivi lungo il percorso figli di altrettante gare in modo da poter dare a tutti la possibilità di correre in riva al lago. Un grazie particolare però va all’amico Popov che in una lontana notte piovosa in Grecia mi fece innamorare di questa corsa.

15 febbraio 2011: LA MIA 50 CHILOMETRI SULLA SABBIA
di Antonello Martucci

Sabato 12 febbraio
Dopo 9 ore di treno da Cuneo, arivo a S. Benedetto del Tronto: sono in camera con Marco Olmo…è sempre un privilegio anche se siamo compagni di squadra.
Prima di giungere all’hotel “Da Mario” incontro Pantanik, Stefano Grandi, gli stringo la mano: è l’inizio del ritorno in quel Mondo che avevo salutato dopo la 6h di Curinga.
E’ sempre un Mondo speciale che mi emoziona, penso alla gara e mi dico, che gara sarebbe senza tutti i personaggi dell’Ultra?Vedo Francesco Capecci, l’ideatore di questa splendida maratona, super indaffarato negli ultimi preparativi. Grazie Francesco!
Ma c’è ancora Andrea da festeggiare, 50 maratone + 50 ultra e tutte corse ad alto livello…che mito!
Con l’abbraccio della sua dolce Monica il traguardo è ancora più bello…
Il giorno dopo, inizia la gara, rivedo i pretoriani del Villa De Sanctis, Ciro, Piero, Santo Borella, il Vikingo, “zio” Boris, “ma Zio Boris che cosa ci fai qui, tu che sei un purista dell’asfalto…? Ocho alle anche…mi permetti zio Boris…?”
Quando passo sul traguardo, lo speaker non aveva, a differenza di tutti i noi, il mio nominativo e continuava a dire “ecco il numero 102, ancora un giro per il 102…”Forse un segno del destino anche questo…è la mia 33 gara tra maratone ad ultra…un numero con un significato particolare.
 
Un caro sms del giorno prima, mi auspicava di essere “ come il vento che soffia forte e costante…” così è stato. Nonostante qualche acciacco dell’ultima settimana che mi aveva messo un po’ di dubbi, ho soffiato refoli di costanza e sono arrivato, tranquillo, al traguardo…
Il cielo era nuvoloso, e non c’era una grande luce…forse anche questo è un segno…era già tutto in bianco e nero, ma è tremendamente bello così.
Grazie ragazzi.
Antonello      


 

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10 Gennaio 2012: L'ULTRAMARATONETA SORDO ROBERTO VENTURI SI RACCONTA
di Roberto Venturi

Roberto Venturi, ultramaratoneta sordo, vive a Sasso Marconi (Bologna) e il 31 dicembre ha chiuso l’anno podistico a Calderara di Reno (Bo) alla maratona di San Silvestro. L’ultramaratoneta sassese nell’arco dell’anno ha preso parte a 32 gare:

16 maratone (42,195 km) su strada in queste località: Napoli (miglior tempo del 2011 con 3:03:45), Verona, Piacenza, Brescia, Roma, Messina (2° posto nel campionato italiano sordi e per pochissimi secondi sfiorato il primo posto), Milano, Padova, Porto San Giorgio (FM), Suviana (BO), Arona (NO)-Verbania, Salerno, Palermo, Reggio Emilia, Pisa e Calderara di Reno (BO);

5 maratone ed ecomaratone (42,195 km) su sterrato e montagna nelle seguenti località: San Benedetto del Tronto (AP) (percorso tutto su circuito sabbioso), Busana (RE) (cima molto ripida Monte Ventasso a 1.720m.), Montalbano di Carmignano (PO) (3° posto assoluto), Forlì (2° posto assoluto) e Cuneo;

11 ultramaratone: tra le quali la 100 km del Passatore (Firenze-Faenza), una 12 ore in pista a San Giovanni Lupatoto (VR) - 112,347 km – dove è arrivato al 2° posto, sarebbe potuto diventare vice campione d’Italia, ma la gara era organizzata da una federazione (IUTA) diversa dalla sua (FIDAL) per cui non ha potuto conseguire tale titolo. Questa gara 12 ore di pista è stata molto faticosa per lui. Sicuramente più faticosa rispetto ad altri atleti, in quanto loro, correndo, potevano parlarsi e farsi forza, oppure ascoltare musica che è noto, è uno stimolo nei momenti critici. Lui era da solo poiché è sordo;

3 gare 6 ore in circuito su strada: Banzi (PZ) km 61,988, Curinga (CZ) km 65,890 (entusiasmante per risultato 15° posto assoluto, ma ancor più per la premiazione sul palco con alcuni atleti nazionali e campioni di ultramaratone) e San Benedetto del Tronto (AP) km 63 (il giro sempre sul molo del porto);

2 gare di 50 km a Castelbolognese (RA) e Pistoia-Abetone;

1 gara di 47 km su sterrato a Traversara di Bagnacavallo (RA);

1 ecomaratona montagna di 43,5 km a Corniglio (PR);

1 gara trail di 49 km a Rocca San Casciano (FC);

1 gara skymarathon di 44,5 km da Senale (BZ) a Rumo (TN) (per lui la gara più bella di tutte; montagne di 2.500m. con brividi correndo sul ciglio della scarpata).

L’atleta sassese non è una velocista, ma nelle lunghe distanze si fa rispettare. In totale, solo di gare, ha percorso 1.573 km sommando più o meno 40 km a settimana di allenamento, non di più per impegni familiari.

Nel marzo scorso doveva partecipare alla 110 Km del Deserto Sahara in Tunisia, ma all’ultimo momento la gara è stata annullata per motivi di sicurezza a causa della rivolta della popolazione locale.

E’ un atleta che non usa alcuna sostanza chimica. E’ abituato a non prendere medicine neanche quando ha la febbre o mal di testa ecc... Non prende mai niente né prima né durante né dopo la gara. Si ferma solo nei punti di ristoro a bere per reidratarsi.

A lui non interessa la competizione, arrivare primo in classifica o fare la gara in meno tempo: pensa solo ad arrivare al traguardo in base al suo ritmo senza essere sfinito. A volte gli è capitato di fare un buon tempo e di ottenere una buona posizione, ma è dipeso dall’andamento degli altri atleti.

Da 8 anni è insieme ad una persona sorda che stima moltissimo. Si sono sposati ed hanno due bambini (6 anni e 16 mesi) anche loro sordi. E’ una bella famiglia e sua moglie è una donna molto comprensiva, sa la passione che ha per le gare e gli lascia fare questo sport che ama moltissimo. Per questo le è molto grato. Non è facile allevare 2 bimbi sordi. Sono molto impegnativi rispetto ad altri, comporta molto tempo dedicato a visite per le protesi uditive, riunioni della scuola, incontri con logopedisti, allenamenti a minibasket; però ci stanno riuscendo bene.

Ha anche i genitori sordi e anziani quindi anche loro a volte hanno bisogno perché non sono molto autonomi, così si divide tra i suoi genitori e la sua famiglia ed è molto faticoso.

Anche lo sport gli porta via molto tempo ma non riesce a smettere perché è una passione grandissima e gli permette di scaricare la tensione e svagarsi un po'. Non saprebbe rinunciare a questo. Per partecipare alle gare viaggia sempre da solo. A volte lo accompagna suo padre ma non avendo la patente tocca guidare sempre a lui. Anche gli allenamenti li fa sempre da solo perché essendo sordo gli altri atleti lo mettono un po' in disparte. A volte si alza alla 4 di mattina ed affronta parecchie ore di viaggio per raggiungere la località di gara, ma lo fa volentieri perché la passione per questo sport supera la fatica ed i sacrifici.


20 Ottobre 2011: LA MIA SPARTATHLON 2011
di Marco Mazzi

Con la SPARTATHLON 2010 ho realizzato un sogno ,è tutto vero eppure nonostante sia trascorso un anno tutte le volte che ci penso mi pongo la stessa domanda ma come ho fatto ad arrivare al traguardo in quelle condizioni? Ricordo per chi non lo sapesse che da buon masochista mi inventai di correre questa corsetta di soli 246 km con calze e scarpe nuove di pacca infatti tolsi le etichette la sera prima della gara.
Il mal di piedi era già presente alla partenza dopo pochi metri dal via, sulla dolce discesa dell'acropoli mi dicevo "me la vedo brutta" se tutto va bene sarà un disastro , poi se ci mettiamo le tante ore corse durante la notte sotto un terribile nubifragio che ha mietuto molte vittime e con l'arrivo dell'alba le prime avvisaglie influenzali ;ad un controllo medico la dottoressa dopo avermi controllato i parametri vitali mi disse la febbre c'è ed è anche abbastanza alta(38.3 °C) però dopo uno sforzo simile è anche del tutto normale ,non hai nulla di grave è nelle tue mani la voglia di continuare a soffrire e arrivare al traguardo. quelle parole unite alla mia grande forza di volontà fecero si che l'ago della bilancia andasse a posizionarsi verso la parte positiva che mi diedero una spinta incredibile,eppure nonostante tutto rimango ancora incredulo. Ricordo perfino che non vedevo l'ora che finisse questo calvario per poter finalmente togliere le scarpe,il traguardo quasi assumeva un aspetto secondario .
 E’ trascorso un anno sono ancora qui all'Acropoli di Atene venerdi 30 settembre mi sto misurando ancora con me stesso , rivoglio mettermi in gioco ma questa volta con più certezze e soprattutto me la voglio godere fino in fondo,il dazio dell’atroce sofferenza l’ho pagato con gli interessi nella passata edizione e perciò mi sento in credito dalla buona sorte ,molto in credito .
La preparazione di questa gara è stata direi più che ottima soprattutto in questi ultimi 4 mesi ho regolarmente corso un chilometraggio sì importante ma non esagerato , ho diminuito le uscite portandole da 6 a 5 giorni settimanali ma nello stesso tempo ho allungato le distanze suddivise nelle seguenti modalità martedi e giovedi 22/25 km collinari con ultimi 5 Km in progressione. venerdi lungo collinare di 35/40 km. sabato defaticamento 10/15 km a ritmo molto ma molto blando.
Domenica corsetta non agonistica in gruppo quelle organizzate dall'UMV in cui andavo a curare la velocità ritmo e media.
Quest'anno ,già la data di partenza della SPARTATHLON ha un significato importante è il giorno del compleanno di Niccolò mio figlio oggi compie 10 anni l’ho lasciato dicendogli che il traguardo sarebbe stato tutto per lui , sarebbe stato il "mio regalo più grande".
Ho voglia di far bene ho voglia di riscattare tutta quella grande sofferenza che ho dovuto sopportare l'anno scorso per coronare "IL SOGNO", ma se a priori qualcuno mi avesse pronosticato ciò che avrei combinato quest’anno gli avrei dato del drogato.
Ho voglia di fare bene per onorare il grande sforzo economico che il MIO  presidente unito a tutto il direttivo della sezione FIDAS di Valeggio sul Mincio di cui ne faccio orgogliosamente parte ha sostenuto per omaggiarmi di due stupende magliette tecniche personalizzate inneggianti alla SPARTATHLON ,non posso fallire anche perché il sabato successivo alla corsa ricorre la festa del 49° anno di fondazione della sezione io sarò premiato con la medaglia d'oro per le mie 45 donazioni e presentarmi con un fallimento non ci penserei nemmeno,anzi ho detto al mio presidente se dovesse andare male non torno proprio a casa..
 
Come l'anno scorso anche in questa trasferta voglio sottolineare l'importanza del volontariato e di sacrificare un po del proprio tempo libero da mettere a disposizione verso chi ne ha bisogno,io sono orgogliosamente attivo nella FIDAS.
IL mio messaggio e il mio pensiero è sempre quello" si può essere donatori generosi ed allo stesso tempo praticare attività sportive o lavorative ad elevato dispendio energetico senza che la prestazione ne risenta". questo è il mio personale modo di sensibilizzare le persone verso il grande bisogno di sangue che serve, serve il sangue di tutti.
Io nel mio piccolo cerco di promuovere e diffondere la pratica della  donazione anonima ,volontaria ,gratuita e informata del sangue e dei suoi componenti ,quale atto di umana solidarietà partecipando con passione a queste estreme competizioni ,perciò ragazzi se IO SONO UN DONATORE tutti possiamo e dobbiamo esserlo. C’è bisogno del sangue di tutti .
Ore 07 in punto si parte l'Olandese Lantiniek è già in fuga, lui dopo il tremendo ceffone preso l'anno scorso quando già pregustava di salire sul gradino più alto del podio e che invece ha dovuto accontentarsi del secondo posto e dover cedere la gloria al terribile Ivan Cudin ,lui che con la sua umiltà ad una decina di km dall'arrivo gli aveva proposto persino di giungere al traguardo insieme , l'olandese come risposta si prodigò in uno scatto dicendo che voleva vincere da solo,a quel punto il suo destino era stato segnato in modo inesorabile il nostro Ivan tirò fuori la sua incontrollabile cattiveria agonistica che la portò dritto dritto al traguardo lasciandosi alle spalle l'attonito olandese.
Quest'anno si ripresenta per la rivincita e soprattutto per vincere , imprime fin da subito un ritmo elevato dietro di lui vedo i miei amici Andrea e Stefano piano piano li raggiungo e mi assesto alle loro spalle ci compattiamo con il gruppo di italiani oltre a noi tre si aggregano Andrea Z. Alessandro con Carmelo,ed il nostro capitano Ivan Cudin lui fino a poco prima della maratona rimane con noi è la sua tecnica lui parte sempre cauto a differenza dell'olandese per poi partire in progressione costante fino alla fine. Tra una battuta e l'altra gli diciamo oh guarda che l'olandese è già a Corinto lui ci ricambia con un sorriso sornione che la dice lunga sul suo stato di forma, lui che si è presentato dichiarando di non essere proprio in splendida forma e di essere indietro rispetto alla concorrenza agguerrita che c’è quest’anno, sono parecchi infatti i top runners che hanno notevoli credenziali di vittoria finale.
Si corre in scioltezza ,la maratona la passiamo intorno alle 3h30 minuto più o minuto meno sta andando tutto bene il caldo però inizia a farsi sentire , la temperatura sale fino ed oltre i 35°C , intorno al 50esimo km io ne subisco le peggiori conseguenze subisco un repentino calo di pressione ,ossia il classico colpo di calore , inizio a preoccuparmi mi si induriscono le gambe l'allegra brigata degli italiani la vedo scomparire al mio orizzonte e con se anche l'invidiabile posizione di classifica fino a quel momento guadagnata , saremo stati tra i 15-20 in classifica,ma questo è l'ultimo dei miei problemi il primo è quello che forse oggi io non arrivo neanche a Corinto(81 Km),mi fermo a sedermi sul marciapiede per togliere i gambaletti contenitivi i famigerati BOOSTER poi lentamente riprendo a camminare nei ristori cerco disperatamente sale solo e semplice sale da cucina eppure sembra introvabile neanche a pagarlo si trova,passeranno almeno 4 ristori prima di trovarne e da li in poi inizio la mia terapia ingurgito manciate intere di sale con coca cola che ha il duplice effetto di neutralizzare il PH nei muscoli e di tirarmi un pò su la pressione ,nei prox ristori che incontrerò farò sempre cosi finchè finalmente mi riprendo . Mi ero prefissato alla partenza che se fossi arrivato a Corinto più o meno come l'anno scorso ,da li in poi avrei solo che potuto migliorare e anche alla grande,eh si perchè nel 2010 a Corinto ero gia un cadavere che cercava di correre.
Questa crisi me la porto appresso per circa 25 Km e nel frattempo vengo superato da frotte intere di podisti un pò mi dispiace ma neanche più di tanto siamo solo all'inizio.
 
Prima di passare sul ponte dello stretto di Corinto, uno tra gli innumerevoli bellissimi scorci per cui vale la pena di essere alla SPARTATHLON raggiungo Stefano è allo stremo delle forze lo si vede perchè sta camminando e neanche con un buon ritmo sul ponte mi fermo per ammirare questa grande opera di ingegneria mi aggrappo alla ringhiera e sporgo lo sguardo in profondità nonostante la protezione il senso di vertigini è molto accentuato,c'è il fotografo dell'organizzazione che mi scatta parecchie foto una la ritrovo poi nel video ufficiale ritraggono la parte posteriore della mia maglietta con mappa e data della corsa, arrivo a Corinto in pieno recupero e ci transito alle 15.18 con sette minuti di vantaggio rispetto al 2010 un inezia confronto a come sono passati i miei compagni ,con quella crisi ho buttato oltre 1/2h,ma va bene lo stesso passo sul tappeto elettronico , non degno neanche di uno sguardo la postazione massaggi dove l'anno scorso il maniscalco mi diede il colpo di grazia mettendo in serio pericolo la possibilità di arrivare a Sparta ,passo oltre e vado diretto al tavolo ristoro mi prendo riso e coca cola mi siedo e mangio con calma poi mi alzo e riprendo la mia via sono le 15.25 ecco mi dico ora ho già 40 minuti di vantaggio .
Sto bene con le mie care scarpe da quattro soldi (ASICS 1160 ,lo so gli esperti del settore inorridiscono quando dico per cosa le uso) ma io ci corro che sono una meraviglia neanche una vescica ma questo lo sapevo ormai queste scarpe fanno parte di me. Al diavolo gli esperti l'anno scorso mi sono lasciato infinocchiare come un Pivello optando per le KAIANO che sono la versione TOP e ne ho dovuto pagare le estreme conseguenze, troppo rigide e pesanti e poca duttilità ;da allora avanti a modo mio.
Corro sono in continuo recupero i ristori li faccio come fossi in una maratona praticamente al volo al CP 30 Km 105 mi fermo per cambiare maglietta e prepararmi per la notte anche se è ancora chiaro il sole sta calando ma la temperatura si abbassa notevolmente ,riparto con la frontale al viso anche se è ancora giorno, però sono coperto ed evito di beccarmi un colpo di freddo.
prima del Cp 35 Km 124 raggiungo altri due connazionale i due Andrea arrivo al controllo e come prima cosa accendo il telefono per fare una sorpresa a Niccolò gli telefono per fargli gli auguri di buon compleanno parlo con tutta la famiglia ,in diretta mia moglie mi dice che sono transitato in 56esima posizione sono in pieno recupero mi sento ancora più euforico e galvanizzato dico che sta andando tutto bene nonostante ciò che mi è capitato in mattinata quando credevo di dover finire anzitempo la corsa però ora è acqua passata. cambio calze e pantaloncini mi prendo ancora riso in bianco e lo mangio cammin facendo, a metà gara ci transito con oltre 1 h di vantaggio dal 2010 che tradotto il tutto significa avere un vantaggio di oltre 2h30' sul cancello orario.
Ho virtualmente diviso la guerra in duelli rappresentati dai singoli CP ,a loro volta li raggruppo in battaglie che sono rappresentate dai cancelli orari principali , cosicchè le battaglie sono rappresentate dai CP10-22-35-43-53-60-69-e l'ultimo la fine 75.
Dunque ogni CP raggiunto è un duello vinto e al raggiungimento del CP principale una battaglia vinta ,di conseguenza per decretarmi vincitore di questa guerra dovrò vincere 75 duelli e ben 8 battaglie.
Riprendo la mia corsa ora vado incontro alla prox battaglia CP43 nel frattempo raggiungo Alessandro ora sono secondo degli Italiani era ciò che nel mio cuore mi prefiggevo lo sentivo nelle mie possibilità ,lo ritenevo un grande onore essere preceduto solo da Ivan , un atleta che ho eletto come mio personaggio sportivo preferito ,l’ho scritto anche nella mia pagina di FB.
Sto sempre meglio ho una corsa costante senza forzare mi sento veramente da RE sento che finalmente sto facendo la corsa della vita il giorno perfetto nel giorno più importante , nella corsa più importante della stagione .
Al Cp 43 trovo Emanuela (alias la Presidentessa del comitato Italiano PRO-SPARTATHLON)la moglie di Alessandro mi dice certo che ci stai dando dentro gli rispondo che mi sento veramente bene e voglio approfittarne   senza esagerare ma in modo costante ,il tempo di vantaggio sul cancello orario è di circa 3h30' riparto ora c'è la lunga discesa che mi porterà alla base della lunga salita affronto quest’ultima con un buon passo finalmente posso camminare consapevole del fatto che seppur camminando non perderò ne posizioni di classifica ne media oraria,affronto l'ultimo strappo quello di circa 3 Km su sentiero di montagna ed abbastanza esposto lo affronto stando molto attento alcuni passaggi li faccio a carponi per sentirmi più sicuro infatti non sono abituato a questi scenari,arrivo in cima e recupero altre due posizioni di classifica quassù tira un vento bestiale forte e gelido classico di quando di giorno fa molto caldo qui la notte l'escursione termica diventa notevole ,i volontari del servizio ristoro fanno per mettermi una coperta addosso ma la rifiuto non mi fermo neanche per un TEA caldo e riparto di corsa voglio assolutamente abbassarmi di quota per togliermi da quel gelido vento la parte di questo versante non è più su sentiero ma su carrareccia cosicchè posso iniziare a correre ed abbassarmi di quota , fatti solo alcuni tornanti la situazione è già più sopportabile il freddo è ancora presente ma se non altro non sono più investito dalle raffiche di vento.
Arrivo sotto al CP52, 172Km con 3h45' di vantaggio sul cancello in 26 esima posizione ,sto scalando la classifica a dismisura qui l'anno scorso mi ero fermato per riposare quest'anno non ne ho nessuna intenzione sono ancora vigilie ed in forze ,sto guardando cosa scegliere di mangiare al ristoro e una gentile donzella mi porge un piatto fumante di patate al forno a dir poco squisite lo arraffo ringraziando mille volte me le mangio strada facendo accompagnate da un sorso di birra saranno l'equivalente di una botta di doping da paura ,recupero ancora posizioni ora sono 22esimo, dopo una decina di Km però dato che anch'io sono umano perchè oggi e fino a li pensavo di essermi tramutato in un robot mi si irrigidiscono un pò le gambe provo a camminare ,il guaio è che come inizio a camminare inizio a barcollare vado in crisi profonda di sonno riprovo a correre ma niente non riesco più a stare sveglio , nei prossimi due ristori mi vedo costretto a coricarmi su sacco a pelo per una decina di minuti per riprendermi nel frattempo con queste soste perdo delle posizioni in classifica ma non me ne preoccupo arrivo al CP60 in 27esima posizione vado subito al posto massaggi e mi faccio prendere in cura sono le 07.27 di mattina ne approfitto per chiudere ancora gli occhi qualche minuto lascio al deposito la frontale e mi cambio ancora maglietta mi rimetto quella del mio gruppo FIDAS con cui orgogliosamente arriverò al traguardo.
Riparto che sono le 07.37 mi sembra sia passata un eternità da quanto mi sento rinvigorito da quei pochi minuti di massaggio e di dormiveglia su un lettino vero.
Ora è la volta della lunga salita che mi porterà al 206esimo Km ho a tiro tutti quelli che mi hanno superato in questo ultimo tratto ,io cammino qualcuno li davanti tenta quella che io definisco la mossa dei disperati si mettono a correre su una salita impegnativa con lo scopo di difendere con i denti la posizione in classifica, da come si muovono capisco che ormai sono alla frutta io nonostante tutto sono ancora in uno stato Divino li lascio sfogare alcuni li supero anche camminando e credo che ciò abbia lo stesso effetto di un calcio nei maroni,prima dell'ultimo cancello finale CP69 Km 224 che ci transito in 26esima posizione ho il tempo per fermarmi altre due volte per riposare alcuni minuti prima della cavalcata finale.
Ora sono pronto per affrontare la lunga discesa e nel vero senso della parola me la bevo anche per una sorta di rabbia e nervoso che nutro nei confronti di un atleta il 107 un Greco lo supero lui ormai è in estrema difficoltà mi giro e c'è il vuoto assoluto poi improvvisamente dopo un ampio curvone spunta l'auto rossa che gli fa da assistenza e si ferma e non scende nessuno io sto li a vedere cosa succede l'auto sta ferma mi immagino qualcosa ma non ne ho le prove materiali anche se ne ho la certezza perchè subito dopo dal curvone spunta questo tizio che si sta trascianando eppure mi ha raggiunto è impossibile io ho sempre corso in maniera costante credo che abbia fattto il furbo e lui lo sa bene , mi lascio superare poi mi francobollo dietro il suo culo e gli urlo tu ora se vuoi arrivare al traguardo ci arrivi con le tue gambe se no te le spezzo non fai più il furbo a montare in auto,credo che abbia capito l'antifona e mi fa un sorriso , sono incazzato nero, il problema è che è completamente piantato a terra e non va avanti e gli altri dietro stanno recuperando non mi va di perdere la mia 22esima posizione che nel frattempo avevo acquisito ,mi dico gran fatti ora c'è un gruppetto e lo marcheranno loro , riprendo il mio ritmo e divoro la discesa fino agli ultimi 4 Km pianeggianti che mi conducono alla statua. qui in questa discesa completo il mio capolavoro in cui il mio vantaggio sui cancelli orari era sulle 4 ore che tradotto in tempo significava avere una proiezione finale di circa 32 h tanto è vero che i connazionali che volevano assistere al mio arrivo si erano preparati per giungere verso il traguardo intorno a quell'ora solo che ho disatteso le loro aspettative andando a sfondare il muro delle 31H.( per la cronaca gli ultimi 23 Km li ho corsi in 2h06' è vero tranne gli ultimi 4 sono in discesa, ma nelle gambe ne avevo 220 e oltre,grazie greco del c…o ,il nervoso che mi hai fatto venire l'ho scaricato tutto in energia cinetica).
In classifica generale sono 22 esimo assoluto .2° degli Italiani ,sono preceduto solo da Ivan Cudin che tra l’altro ha bissato il successo dello scorso anno .
 
Tempo finale 30h57'46 che equivale alla nona prestazione Italiana di sempre ,se si tiene conto che solo i primi tre tempi appartengono al mostro sacro Cudin, che attualmente è il più forte ultramaratoneta al mondo sulle lunghe distanze ,beh credo di aver fatto qualcosa di straordinario .
Te l’avevo promesso Niccolò che questa SPARTATHLON sarebbe stato il mio REGALO PIU GRANDE, credo di aver fatto il possibile e anche l’impossibile per onorare la promessa.
Ti aspetto prima o poi la SPARTAHLON la faremo insieme.
Un grande ringraziamento va alla sezione FIDAS di Valeggio sul Mincio rappresentata dal presidentissimo Silvio Franchi e a tutto il direttivo per avermi sempre moralmente sostenuto ed incoraggiato ma soprattutto per   il prezioso dono.
Una dedica anche alla mia società sportiva di appartenenza il G.P.V VILLAFRANCA 
Che ha vissuto nel 2011 un’annata transitoria e dolorosa per una serie di vicissitudini ,con l’augurio che dal 2012 ritorni ad essere una delle società più prospere floride e gloriose del Veronese come negli anni passati ; faccio qui una promessa e mi impegno fin da ora ad onorarla ,con la nuova stagione mi renderò più partecipe con la disponibilità a mettermi in campo per dare una mano in modo concreto e costante.
Ultima ,ma non per questo meno importante dedica è per te che troppo presto te ne sei dovuto andare , ricordo con commozione e nostalgia l’anno scorso,sei stato il primo che mi ha cercato per complimentarti e chiedermi di scrivere un resoconto da pubblicare sul sito del GPV.
Ciao Davide questo mio piccolo grande capolavoro è anche per te.
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