25 maggio 2010: LA MIA 9 COLLI RUNNIG
di Andrea Accorsi
FARA’ GIORNO ANCHE DOMENICA
Stanno sempre lì, certe frasi, che se le cerchi quando ne hai bisogno ti sfuggono, come i ricordi più lontani.
Ma poi, accade così, all’improvviso, che se ne escono fuori e ti disegnano un sorriso sulle labbra, uno di quelli che mai ti saresti immaginato, in quel momento.
Sono le 6 di domenica mattina. 23 maggio 2010. Un anno di attese, un anno di gioie, di dolori, di lavoro, di pensieri, di tutte quelle circostanze che la vita di ognuno riflette sul quotidiano. Ma chi corre, si sa, butta sempre l’occhio avanti, e guarda al prossimo impegno, al prossimo obiettivo, al prossimo sogno.
Giusto 12 mesi fa, avevo scritto di un sogno realizzato, quello di riuscire a conquistare il traguardo della 9 Colli Running. Oggi, domenica mattina, ore 6, sono ancora qui, con le mie attese, le mie gioie, i miei dolori, i miei pensieri. Con gli occhi gonfi, per una notte insonne, una notte da lavorare, una di quelle che se ci dai l’anima, va a finire che ci scappa qualcosa di buono. Gli occhi non sono i miei, sono quelli della donna che amo, sono la mia benzina, la sua spinta, il mio motore. Mi giro di scatto, dove sei? Ah ecco, la macchina, dietro la curva, ho sete. Non dico niente, lei ha già la birra in mano, perché sa cosa voglio, perché sa come sono, perché lei c’è. Sempre. Dov’è, domando. Duecento metri, ha appena girato a sinistra, l’imbocco dell’ultimo colle, il Gorolo. Vai avanti un chilometro, io ci provo. Questa è la gara, la sfida con la fatica, l’orgoglio di pensare no, stavolta non mollo, non mi accontento di arrivare solo fino in fondo, stavolta faccio la gara. E se va male? E se va male sentirò il dolore, alla pari del sapore di averci provato. Ma non è solo questo, almeno per me. C’è tutto un frullato di emozioni che si sta miscelando di chilometro in chilometro, dentro ad ogni siepe che costeggia il mio sguardo, come quando stanotte, all’improvviso, un tappeto di lucciole s’accendeva al mio passaggio. Un saluto della natura. Come quando a S.Leo, in discesa, una lepre s’è fermata al centro della strada, poi è tornata sui suoi passi, come se volesse cedermi il privilegio di passare per primo, quella notte. Io, che primo non sono stato mai, figuriamoci con una lepre. Ma forse, chissà, stanotte, domani mattina, adesso… Forse è giornata, forse qualcosa o qualcuno ti aiuta, mi dico, perché capita di sentirsi nascere dentro certe frasi, che quando le hai cercate in altre occasioni, ti sfuggivano. Oggi no, oggi tutto è perfetto: le mie gambe sembrano leggere, fatte della stessa voglia di volare che hanno i sogni; i miei pensieri sono buoni, aperti solo alla luce del sole e della luna, come la speranza; il mio cuore pompa alla grande, come quando ama. Oggi… Forse…
Attacco l’ultimo colle con la spinta giusta, mentre ripenso a una frase che scappava sempre dalla bocca di mio padre, quando si parlava tra noi, di salite: se non hai la testa, puoi avere tutto il fiato e le gambe che vuoi, ma la salita ti vincerà prima che tu te ne sia reso conto. Eccola, è un’altra di quelle frasi che mi sfuggiva, da quando lui se n’è andato. Ecco, cazzo, vedi… La ritrovo proprio qui, proprio ora, su questo colle, e allora forse significa qualcosa. Anche questo. Ci butto dentro tutto l’ultimo avanzo di sudore, a quella frase, e attacco. Sono terzo e lui è lì, vicino, il secondo. Quando lo affianco penso tanto ti riprende in discesa, lui è forte in discesa. Spingo ancora cinquecento metri, proprio dove salita si fa più dura, poi, quando la strada pare riappacificarsi con la mia fatica, sento di nuovo le parole di mio padre: se non hai testa…
Mi fermo, cerco di camminare a passo svelto e allungo la muscolatura della schiena, cercando di tendere le braccia verso il cielo. Chissà, magari ci trovassi le sue, di mani, in quel cielo. E’ un pensiero così, figlio solo della mia miseria, perché in realtà non ci credo. So che quello che ho perso non lo ritroverò su nessuna nuvola, dietro ad alcuna stella, e nemmeno nel profondo del mare. La sua voce è solo la mia disperata voglia di riaverlo e se sono qui, stanotte, a farci i conti, forse qualcosa andava fatto prima… C’è di mezzo qualcosa come lo sforzo di riconciliarsi con un guaio. C’è di mezzo un velato timore di riscoprirsi veri, stanotte. Io e mio padre. Due pensieri che mi volano davanti, come un lampo. Due pensieri non riempiono che un attimo. Mi entrano negli occhi queste due immagini, come l’illusione di un tesoro inaspettato. Me le sono strette al cuore per un istante, e lì, proprio su quel cielo aperto, su quel colle deserto, ho capito che me le sarei portate dietro per sempre. Perché è così che ti fotte la vita. Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un ricordo, un profumo, una canzone, un paio di occhi, che poi non te li togli più. E quella lì, la scambi per la felicità. Lo scopri dopo, quand’è troppo tardi, quando sei già prigioniero di un altro giorno, di un altro tempo, quando sei già confinato a chilometri di distanza da quell’immagine, da quel profumo, da quella canzone, dalle sue parole. Ed è così, che ti consumi come una candela accesa, in una stanza che brucia. Senza che nessuno ci faccia caso. Muori dentro al tuo dolore, nel disperato tentativo di urlare qualcosa come: dove sei…? Ti trovi sepolto da un oceano di pensieri, in attesa di una boa dove ancorare la voce salvezza. Ma non funziona così. In quel momento penso: non ci vorrebbe proprio tutta questa storia della notte, del silenzio, delle parole che ritornano. Ma succede proprio così.
E allora non dico niente, stavolta, nemmeno un alito strappato al silenzio che albeggia, neppure una voce trovata di nascosto, perché in verità, a dirla tutta, non la cerco. E’ come un segreto, l’unico che sia vero, l’unico di cui non posso fare a meno di ammettere che è vero, perché quello che c’è di bello nella vita è sempre un segreto. Per lui era così. Le cose risapute sono banali o brutte, ma poi ci sono i segreti, ed è lì che si va a nascondere la felicità. E allora giù. A perdifiato, dentro a quest’ultima discesa, e che il cuore se vada a spasso nel petto, per ritrovare l’aria di cui ha bisogno. E che la mente scivoli dove le pare, dove trova luci, suoni o profumi. Io corro. Corro come un bambino e come un innamorato vado dentro all’abbraccio che aspetta là, proprio sul traguardo, proprio in fondo alla mia fatica. Quello della donna che amo, che oggi, come ieri, come domani, sarà sempre lì. Ci butto il mio pianto, la mia gioia e la mia piccola vita di un istante immenso, dentro a quelle braccia, oggi. Ci butto la mia felicità, per aver attraversato duecento chilometri di vita, in ventidue ore e diciotto minuti, per aver ritrovato delle parole nascoste nelle miei paure. Per aver fatto la pace con me. Non so quanto potrà durare, ma come dice il grande Antonio Mazzeo: farà giorno anche domenica.
E oggi l’ha fatto.
Un pensiero d’immensa gratitudine a tutte le persone che mi hanno sostenuto, incitato, rifocillato, applaudito, unendosi con il loro sorriso, il loro lavoro, la loro passione, alla mia gioia.
Andrea Accorsi
11 maggio 2010: LE CROCI DI BANZI
di Antonello Martucci
Venerdì sera, tra le vie di Banzi, piccolo comune in provincia di Potenza, cavalieri templari si aggiravano per le vie del Borgo insieme ad alti prelati ed ultramaratoneti provenienti da ogni parte d’Italia.
Il Sabato pomeriggio, infatti, si affacciava l’ennesima sfida sportiva: la 6h di Banzi.
Tra quei costumi e drappi con croci rosse su sfondo bianco, sinonimo di fede, ma ahimé anche di sangue, avrebbe preso un posto di prim’ordine la Union jack indossata con fierezza da Richard Whitehead, il britannico campione mondiale di maratona dei diversamenti abili.
Condividevamo un piatto di pasta attorno allo stesso tavolo e ci scoprivamo essere nati a 24 h di distanza l’uno dall’altro: in mezzo a queste coincidenze che solo il destino può riservare, le diverse storie di due giovani con i loro sogni e le loro passioni.
La forza di Richard è stata quella di indossare proprio la croce che per lui ha significato la menomazione di entrambi gli arti inferiori con tale fierezza ed orgoglio da diventare un condottiero, per chi, di fronte alle tragedie della vita, depone troppo presto le armi e di quella croce, invece, ne rimane schiacciato.
Vederlo correre, anzi sfrecciare in gara, mi faceva trattenere il respiro…troppo forte il legame tra Richard e la voglia di vivere per non rimanerne contagiato.
Così, tra un “olè” ed un altro ai fratelli dell’ultramaratona, inchinavo il capo di fronte a quell’esempio di sport e di vita che per me è un binomio indissolubile.
Grazie Richard e God save the Ultramarathon!
Antonello Martucci
24 marzo 2010: LA MIA 100 KM DELLA BRIANZA
di Ciro Di Palma
100km della Brianza...Finalmente ho ottenuto il tempo minimo x l'iscrizione alla
Spartathlon
Per continuare a cullare il mio sogno (Spartathlon) dovevo assolutamente passare
dalla 100km della Brianza e fare il tempo minimo di qualificazione e cioe' 10h
30'.OBIETTIVO RAGGIUNTO FACILMENTE,DOPO ESSERMI BEN ALLENATO...08H 07'
FANTASTIKO.!!!Tutta la preparazione da dicembre fino al sabato prima della corsa
era volta a questo scopo.La corsa lombarda presentava un circuito di 50km da
ripetersi due volte,passando dal meraviglioso parco di Monza;il percorso molto
nervoso tra cavalcavia,sottopasso,discrete salite e discese attraversava
quattordici comuni della Brianza e gli organizzatori con uno sforzo non
indifferente hanno fatto in modo che tutte le rotonde e tutti gli incroci
fossero presidiati da almeno due persone.I ristori ben forniti e una segnaletica
precisa hanno aiutato gli atleti ha compiere l'impresa.Un dopo gara fatto di
docce calde e spogliatoi puliti e caldi ha fatto il resto.Mentalmente ho diviso
la corsa in tre parti:una prima di 50km in scioltezza,una seconda,l'arrivo al
parco di Monza intorno al km 75;e una terza,l'uscita dal suddetto parco
destinazione arrivo.Per quanto riguarda le soste col mio allenatore ci siamo
regolati in questo modo:stop a tutti i rifornimenti a partire dal primo per bere
un bicchier d'acqua,te oppure coca cola.Altra sosta al 50imo km per cambio
abbigliamento,scarpe comprese, in modo da poter ripartire asciutto e fresco
mentalmente per un'altra gara da 50km.Cosi' e' stato fatto,anche se ho aggiunto
una sosta supplementare ogni ora per bere,dal ristoro personale, acqua e
integratore in una miscela composta al 50% dell'uno e al 50% dell'altro e per
non incorrere nella fame mangiare un po' di crosta di pane (consiglio di Roberto
Rondoni)con bresaola...tutto cio' e' stato fatto fino alla quinta ora di corsa
poi dopo mi era difficile ingerire qualcosa di solido. In piu' soste
fisiologiche quando si avvertiva la necessita' senza aspettare...in tutto sono
state quattro o cinque.Devo dire che tutto ha funzionato alla perfezione.Il mio
allenatore,Vincenzo Esposito, ha saputo dosare bene i miei sforzi negli
allenamenti ed aveva deciso di non lavorare sui lunghissimi(ho fatto solo una
50km seppur sulla sabbia a S.Benedetto del Tronto)ma di fare una serie di
maratone consecutive partendo piano e poi finendo in progressione.Lungo tutto il
percorso il mio amico Marco mi ha seguito con lo scooter ed e' stato perfetto
nei suoi interventi,perche' essendo un podista anch'egli sapeva lasciarmi solo
quando avevo il bisogno di stare solo ed essermi vicino nei momenti in cui
volevo fare due chiacchiere...E' STATO GRANDE !!!Sono stato regolarissimo nella
mia corsa fino al ristoro del km 90 ,poi anche non essendo stanco,le gambe hanno
iniziato a girare dai 30 ai 45" in piu' al km,la mia lucidita' ha fatto in modo
d'assecondare le gambe senza forzare l'andatura col rischio poi di crampi o
quant'altro.Alla fine ho fatto il solito show con la bandiera dell'Inter lungo i
300 m del rettilineo del traguardo,quando sventolando il vessillo ho tagliato la
linea d'arrivo, deliziando poi la folla e i fotografi con un passo di samba.Ad
aspettarmi oltre a Marco che mi ha seguito lungo tutti i cento km(a lui il primo
abbraccio dopo l'arrivo facendo un salto da paura)c'erano anche due amici e
tifosi speciali...Mauro e Alessia.Quest'ultima,diciamo cosi' sulla fiducia aveva
gia' preparato una torta con la scritta "Ciro,100km"...FANTASTICI. A dire il
vero la giornata non e' che fosse iniziata sotto i migliori auspici.Occhiali
spaccati(meno male ne avevo due paia)I-pod che non funzionava bene...Pero' alla
fine e' finito in gloria 08h 07'.Durante la corsa sono stato mentalmente una
ROCCIA... Alcuni atleti quando vedevano i cartelli dei km si abbattevano perche'
erano segnati anche quelli del giro successivo,cosi' al ventesimo km uno ha
letto ed ha esclamato:"Mamma mia,siamo ancora qui???Quanta strada ancora
manca...".Io gli ho risposto:"Leggilo cosi',la prossima volta che passiamo di
qua gia' saremo al km 70 e ne avremo da fare solo altri 30". Praticamente il
ripassare da li significava aver corso prima altri 50km con piu' stanchezza e
minor lucidita' ma,mentalmente per me non esistevano...IO ERO GIA' LI AL KM
70...GRANITICO !!!
Per concludere scusatemi devo fare dei ringraziamenti,sono la parte piu'
importante di tutto e lo meritano le persone:
1 Al mio allenatore Vincenzo Esposito...QUANTA PAZIENZA
2 A Marco che mi ha seguito in scooter ed alla sua famiglia che ha permesso di
sentirmi a mio agio nel soggiorno lombardo
3 Agli amici Mauro e Alessia...SEMPRE FANTASTICI (La torta era buonissima)
4 Ai grandissimi Antonio Tallarita ed Enrico Vedilei che mi hanno spinto ed
invogliato a queste avventure ultra
5 A tutti gli amici di Facebook che mi hanno incoraggiato sempre e mi sono stati
vicino
6 Alla mia societa' Reggio Event's che mi rifornisce di tutto il materiale che
mi serve
7 Al sito che sta ospitando questo mio post
8 A Roberto Rondoni...suo il consiglio del pane...geniale
9 Agli amici della podistica Correggio e dei Road runners di Poviglio,da sempre
miei amici e tifosi
Dopo tutto cio' la cosa piu' facile da fare era correre ...l'ho fatto
divertendomi in tutta tranquillita'.
Dedicato a Me stesso ed alla mia famiglia
7 febbraio 2010: INSEGUENDO UN SOGNO di Ciro Di Palma
Inseguendo un sogno...passando da San Benedetto del Tronto. L'ultimo atleta e' arrivato...bravissimo anche a Lui,cala il sipario sull'ottava maratona sulla sabbia di San benedetto del Tronto che quest'anno ha visto la nascita anche della prima ultramaratona sull'arenile marchigiano.Tutto e' nato per caso,inseguendo il mio sogno chiamato Spartathlon e dovendo fare un allenamento lungo in preparazione della 100km di Seregno mi son detto "Quasi quasi vado a correre a San Benedetto del Tronto,cosi' colgo anche l'occasione di vedere un po' di amici",avendo contattato gia' prima Mario ed Enrico che mi avevano assicurato la loro presenza.Detto ...fatto!!! L'atmosfera e' molto cordiale e noto subito che Francesco,l'organizzatore,si fa in quattro per farci stare tutti a nostro agio,mi risolve un problema con l'iscrizione,ed e' sempre con noi.La cena del sabato ,fantastica, tutt'insieme com'era capitato dall'amico Enrico alla sua corsa qualche settimana prima...risate,applausi...Denise che fotografava tutti,insomma bello bello. La mat tina della gara tutti in spiaggia a prepararsi,chi ascoltava musica,chi fotografava,chi chiacchierava,chi aveva i suoi riti scaramantici...gli unici che lavoravano per noi erano Francesco ed il suo gruppo intenti a farci trascorrere una piacevolissima mattinata come poi cosi' e' stata.Giornata ideale per correre,tranne verso la fine che c'era un po' di vento...ma e' dettaglio.Grandi nomi alla partenza come il pluridecorato SuperMario Fattore,il grande Marco Olmo,il mitico Enrico Vedilei ed altri...io facevo parte del gruppo degli sconosciuti.Pronti via,i primi giri sono stati i giri dei saluti perche' incrociandoci ci si vedeva,ci si salutava ,si battenva il cinque...insomma era l'inizio.Mi metto sul mio passo,gli altri sfrecciano come bolidi e non riesco mai ad avere la cognizione della classifica,anche se sapevo di essere abbastanza avanti perche' poi un po' d'occhio vedendo gli altri correre ce l'ho,pero' non sapevo chi facesse la maratona e chi corresse la ultra e poi perche' gli organizzatori avevano dato l'opportunita' agli ultramaratoneti di fare un giro in meno se non ce l'avessero fatta ed essere classificati nella maratona.Tutto bene,tutto procede perfettamente,gente simpaticissima ai ristori dove mi fermo sempre facendo due chiacchiere e poi ripartendo(l'ho fatto sempre),quando passavo dal traguardo duettavo con lo speaker perche' avendo la bandiera dell'Inter alla canottiera ero ormai diventato il bersaglio e cosi' ci siamo divertivi.Intanto i chilometri passavano i volti erano sempre piu' sofferenti,raggiungevo Stefano ,lo spronavo,raggingevo Gianluca e cercavo di invogliarlo a continuare,raggiungevo Fabio e gli davo dei consigli su alcuni suoi comportamenti in gara...Tutti tirati tranne me che ad un passaggio sul traguardo ho mi son pure fermato...ho fatto qualche passo di samba stile Ronaldinho, tra gli applausi dei presenti sono ripartito.Altri chilometri ancora e la gente sempre li a correre non ho mai negato un incoraggiamento a chi ved evo in forte difficolta e credo che anche al primo che ha vinto la ultra quando ha passato l'ultimo controllo e mi ha incrociato mentre stavo per passare io, gli ho detto qualcosa per incoraggiarlo...pero' non sapevo che lo seguivo cosi' da vicino.Ho saputo di essere secondo all'ultimo controllo quando scherzando con l'addetta le avevo detto"giuro che da qui non passo piu'" e lei mi fa"dai impegnati sei secondo ce la fai"Onestamente,c'era poco spazio per un ulteriore recupero forse ci fosse stato un altro giro vedendo i parziali avrei potuto anche fare un tentativo.Ho tagliato il traguardo sempre felicissimo e la signora per giunta si e' pure sbagliata a darmi la medaglia,quando gliel'ho fatto notare mi fa:"Hai corso la cinquanta? Hai gia' finito?" e giu' una gran risata da parte di tutti...FANTASTIKO.Concludendo devo fare i complimenti agli organzzatori e gli auguro che possano avere numeri sempre maggiori d'iscritti.Grazie e Grazie ancora.Un ottimo allenamento,un'ottima gara ,una stupenda organizzazione...Una sola cosa la posso dire? :"France',mannaggia a te il premio del secondo classificato alla 50km era una tuta fantatica ...un solo problema andavo detro tre volteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee" Comunque siete stati grandi e grande sono stati tutti gli atleti e le persone che erano presenti lì.
15 dicembre 2009: LA MIA BOA VISTA ULTRAMARATHON
di Marco Mazzi
Dicembre 99 dicembre 2009 .per il 10° anniversario di matrimonio ; un traguardo straordinariamente importante, volevo regalarmi qualcosa di straordinariamente importante, qualcosa che facesse da tramite o come si suol dire da cordone ombelicale a quelli che sono i miei amori le mie passioni i miei valori ovvero : la famiglia e la corsa e quindi quale destinazione se non alla volta di Boa Vista visto che a dicembre si corre la ULTRMARATHON BOAVISTA 150 Km non stop di pura avventura., il tutto in rigorosa autosufficienza alimentare ed in orientamento. E quindi perché non parteciparvi?
Ragionando per luoghi comuni si dice che il matrimonio cambi la vita
Che sia un esperienza per cosi dire “devastante” però è altrettanto vero che seppur a volte ci si imbatta in mille difficoltà e altrettante incomprensioni si può tranquillamente affermare che il matrimonio e di conseguenza la famiglia sono il completamento stesso di una vita, una parte che ci rende assolutamente più umani e pronti a combattere giornalmente contro le insidie per mantenere prospero e sereno quel sentimento che ci ha portato a compiere un passo così importante.
Quello che ho trovato estremamente “DEVASTANTE” e uso un termine negativo per dare un maggior riscontro e risalto positivo; è quell’incredibile turbinio di emozioni che questa esperienza mi ha donato.
Mi sono avvicinato al mondo delle ultra perché mi piace assaporare ,sentirmi addosso e fin nel più profondo dell’anima quel mix incredibile di sofferenza adrenalina ed emozioni che si vivono in questo tipo di corse.
Normalmente una ultra è costituita: da un viaggio quello della lunghissima distanza da percorrere ed il viaggio che si percorre parallelamente dentro se stessi contro le proprie paure le proprie ansie e tutto ciò rivolto alla scoperta dei propri limiti sportivi fisici e mentali .
Alla Boa Vista oltre a tutto questo si vive un’altra componente fondamentale che arricchisce ulteriormente e profondamente e dà un valore aggiunto ad un’esperienza che per certi versi rimane unica , ed è quella di poter correre per tante e tante ore a stretto contatto di una natura incontaminata , una natura che credevo facesse parte ormai dell’immaginario e della fantasia e che qui invece si manifesta in tutta la sua reale maestosità.
L’evento lo sento in modo impressionante ,sia perché combacia con il 10° anniversario di questo lungo viaggio trascorso insieme a Maddalena e perciò ho l’obbligo morale di portare a termine questa impresa non ci sarebbero scusanti per giustificare un fallimento ,non me lo potrei mai e poi mai perdonare e perciò il mio motto diventa: contro tutto ma al traguardo devo arrivare costi quel che costi anche strisciando ; sia perché sarà la mia prima esperienza nel deserto in autosufficienza alimentare ed in orientamento: la paura di perdermi anche se non la manifesto apertamente dilaga vertiginosamente dentro di me ed incombe prepotentemente come una furia omicida in tutti i miei pensieri.
Per dare maggior significato a quello che sto per compiere e per poter in un certo modo dividere con qualcuno queIlo che sto provando, il giorno antecedente la partenza aerea mi reco presso il centro trasfusionale di Bussolengo per una donazione di sangue ,mi piace pensare che il “fratello” che riceverà questa vitale sostanza possa ricevere anche la grande forza di volontà la grinta e l’entusiasmo che ho messo per arrivare preparato nel migliore dei modi a questo appuntamento e sperare quindi di portare a termine questa impresa , ed insieme aiutarci idealmente a vicenda ,con la promessa e la speranza di poter raggiungere entrambi la propria meta.
Un motivo in più che avrò per non mollare nei momenti di crisi sarà quello di appellarmi proprio a questo gesto ; non tradire una promessa ed una speranza.
Finalmente ci siamo. dopo cinque lunghissimi mesi in cui quasi tutto il mio tempo libero l’ho impiegato per la preparazione di questa corsa rubandolo agli affetti famigliari ,riesco a giungere a Boa Vista .
Faccio parte dei 35 temerari che parteciperanno a questa corsa.
Una corsa che agli occhi di molti sembra inumana e priva di ogni logica , ma se affrontata con il giusto appiglio con lo spirito giusto e con la giusta preparazione ti fa vivere più gioie che dolori ,ti appaga profondamente ed emotivamente , ti fa sentire avvolto e protetto da un mantello di serenità che ti rende immune a tutte le sofferenze , una sensazione che è difficile spiegare,e che non ne rende il giusto onore e merito.
Se vacanza deve essere che vacanza sia, per l’alloggiamento io Maddalena e Martina (Niccolò è rimasto a casa con i suoi adorati zii e cuginetti ,non se la sente di perdere una settimana di scuola) scegliamo un villaggio turistico di quelli supermegagalattici non facendomi rimpiangere il fatto di essere fuori dal centro operativo dell’organizzazione, tra l’altro con mia gradita sorpresa una volta sbarcati e ritirati i bagagli mi accorgo di non essere l’unico partecipante alla corsa ad aver optato per questa soluzione ,nello stesso villaggio dove alloggiamo noi ci sono anche Massimo ed Andrea due veterani; sono alla loro 5° partecipazione . A Massimo chiedo subito se è il Max del panforte Sapori ,lui ridendo me lo conferma e mi dice:” si mi hanno preso tutti per i fondelli ma poi il panforte mica sono riuscito a portarlo in gara me lo hanno slappato tutto prima”. Gli dico che sono ormai tre anni che sento parlare di lui proprio per questa faccenda.
I primi due giorni volano via in modo spensierato e tranquillo ,in fin dei conti siamo in vacanza,arriva il giovedì e mi reco al centro operativo per il controllo zaino e per il briefing informativo faccio conoscenza con gli altri podisti ,si scambia qualche parola si scattano delle foto ed eccoci che il GURU delle ultramaratone niente popò dimeno che Pier Giorgio Scaramelli detto il “SELVAGGIO” , forse più dovuto al suo aspetto esteriore che ad altro ,in quanto sentendolo parlare ti accorgi che con il selvaggio non ha nulla a che vedere.
Inizia con lo spiegare tutto il percorso ogni singolo CP lo espone dettagliatamente inizia a parlare di balisaggio e trekking light , di punti pericolosi ma che comunque è impossibile perdersi, altri atleti di tanto in tanto dicono io l’anno scorso mi sono perso in quel punto ed io in quell’altro ancora ,ed è allora che la mia paura di perdermi si manifesta in tutta la sua furia, si impossessa delle mie facoltà mentali e mi spinge a porre una domanda nel modo che mi fa apparire subito come un caso patologico da tenere sotto stretta osservazione , ingenuamente chiedo a che distanza sono posizionate le balisse lui per smorzare un pò l’ansia mi risponde “dunque ho messo balisse ogni 5 mt” e tutti giù a ridere poi con estrema calma riprende spiegandomi che essendo una corsa ad orientamento le balisse non dovrebbero neanche esserci perché si dovrebbero usare esclusivamente road book e bussola, ma che comunque sono state posizionate nei punti dove cambia la rotta da seguire in modo da facilitare un po’ le cose .
Il pomeriggio lo dedico alla metabolizzazione del road book ,confesso che tra le mille incognite che dovrò affrontare , quella di perdermi nonostante le rassicurazioni mi attanaglia sempre di più, mi dico che nei giorni prossimi diventerò il protagonista assoluto della trasmissione televisiva chi l’ha visto, e che dovranno sguinzagliare per tutta l’isola i cani da valanga per venire a cercarmi.
La sera controllo per l’ennesima volta lo zaino ,preparo l’abbigliamento e finalmente decido che forse è ora di incollare l’adesivo per le ghette sulle scarpe , solo che mi accorgo che il velcro non ha l’adesivo ma sarebbe stato da incollare sulle scarpe, bene ti pareva che fosse tutto a posto sarebbe stato tutto cosi troppo bello ,se non c’è qualche inconveniente che gusto c’è ; la notte è indubbio che non riuscirò a chiudere occhio l’idea di attraversare il deserto de Viana senza ghette mi fa inorridire e tremendamente paura solo a pensarci , sto andando letteralmente fuori di testa e verrebbe voglia di sbattere la capoccia contro il muro se servisse a qualcosa , in un impeto in cui la mia pazzia sta raggiungendo l’apice ho un lampo di lucidità chiedo alla Maddy se in valigia ha delle calze di nylon la sua risposta è affermativa ma sarà solo un paio; meglio che niente!!
Alle quattro mi alzo anticipo abbondantemente la sveglia tanto mi sono rigirato nel letto tutta notte che non vedevo l’ora di alzarmi. Faccio una ricca colazione preparata gentilmente la sera prima dal grande maitre Manuel in persona.
Raggiungiamo il campo base e da li si raggiunge la piazza di S.ta Isabel dove è ubicata la partenza, si scattano ancora delle foto e poi alle sette in punto si parte inizia tra mille peripezie questa incredibile avventura.
Il primo Km e mezzo sarà una sorta di passerella per le strade di Sal Rei poi si imbocca subito il deserto, i Capo Verdiani come era auspicabile partono come se dovessero correre un diecimila , il tempo di entrare nel deserto che uno è già scoppiato, fuso come il burro sui tortellini,gli mancano due foglie di salvia sulla testa e sarebbe perfetto.
Tra una foto e l’altra si arriva al primo CP quello del relitto le foto sono d’uopo ,troppe volte ho vissuto questo posto con il pensiero che ora voglio gustarmi questo momento e me la prendo molto comodamente.
Il tratto che porta al CP 2 è piuttosto duro in quanto sono 8 Km di dune da fare come se fossimo in una pista da cross è impossibile aggirarle ma bisogna rigorosamente scavalcarle alcune sono talmente irte che sembrano delle montagne da scalare. , le ghette fatte in casa tengono che sono una meraviglia peccato averne un solo paio.
Passato il CP2 per un breve periodo si corre prima su una pietraia e poi si fa una prima conoscenza con il famigerato pavè capoverdiano. Si passa attraverso un minuscolo paesino costituito da quattro case in croce l’incitamento dei bimbi e la loro richiesta del cinque è veramente ed emotivamente qualcosa di semplicemente immenso.
Oltrepassato il paese di Bofareira si punta alle gole tra le montagne una volta valicato ecco che il deserto de Viana si spalanca in tutta la sua impressionante grandezza con la sabbia bianca e finissima, sembra di essere al mulino bianco ci manca solo che spuntino fuori gli gnomi panettieri e si mettano ad impastare.
In pieno deserto le ghette cedono ed esauriscono la loro funzione, mi devo fermare a toglierle definitamene,le scarpe da qui in avanti si riempiranno continuamente di sabbia e dovrò fermarmi spesso per svuotarle in quanto la pressione sulle unghie dei piedi è dolorosa ,tutto ad un tratto sembra di avere le scarpe con tre numeri di meno.
Arrivo dopo varie fermate alla grande palma posta in pieno deserto e che corrisponde al CP3 , da qui in poi una volta finito il deserto si corre su pista battuta e si arriva alla ciminiera CP4 e 30° Km ,è mezzogiorno passato quando si arriva li ,ed il fatto di aver percorso solo cosi pochi Km mi demoralizza e mi scoraggia un pochino d’altronde il fatto di dover continuamente fermarmi e togliere la sabbia dai piedi mi ha spezzato il ritmo e la continuità, a conti fatti almeno una quarantina di minuti li ho persi per delle soste inutili per compiere un operazione che poteva essere evitata, però ormai è andata cosi e bisogna fare con quello che si ha a disposizione.
Dal CP 4 al CP 5 incontro Elena sarà uno dei pochi tratti di tutta la corsa che condividerò con qualcuno sono un po’ stanco le gambe sono leggermente indurite e preferisco camminare un pochino.
Il tratto che porta al CP 6 S.ta Monica è qualcosa di straordinariamente ed impossibile anche solo da immaginare sono 17 Km di spiaggia bianchissima e deserta , lambita dalle onde dell’oceano, il senso di pace e di serenità che si respira è qualcosa di talmente sconvolgente che mi viene ancora a distanza di giorni la pelle d’oca a pensarci.
Unici rumori sono il soffio del vento sulla faccia e il rumore delle onde che si infrangono sulla riva.
non si incontra anima viva ma soprattutto non vi è alcuna costruzione che sorge a deturpare l’ambiente naturale, il primo pensiero è quanto durerà ancora questo paradiso prima che la mano dell’uomo rovini con delle scempiaggini questa fiabesca ed inverosimile cartolina.
Speriamo mai , posti come questi andrebbero salvaguardati per l’eternità.
Nel frattempo cala la notte, ed oltre alla stanchezza dovuta allo sforzo fisico si deve combattere anche contro la sonnolenza, questa è la parte di una corsa che amo maggiormente in quanto mi isolo ulteriormente con il mondo esterno e riesco a guardarmi profondamente dentro ed è il momento in cui le miriadi di emozioni vissute durante tutto il giorno danno libero sfogo e si manifestano in modo sconvolgente e senza pudore.
il passaggio dal giorno al buio pesto è talmente veloce che quasi devo recuperare il frontalino alla cieca fortunatamente che ne ho due perché il primo non si accende probabilmente si è inavvertitamente schiacciato il pulsante scaricando completamente la batteria ,il secondo funziona, solo che mi prende un po’ di apprensione.
La selvaggia bellezza del paesaggio mi ripaga di tutta la fatica affrontata per arrivare fin li.
Il cielo è talmente basso e le stelle cosi vicine che sembra di essere in un film in 3D,alzando la mano al cielo si ha l’impressione di poterle toccare .
Dentro di me capisco che non c’è altro posto in cui vorrei essere ora.
La sabbia lascia finalmente il posto ad una distesa di rocce e sterpaglie e la sensazione di poggiare i piedi su qualcosa di solido rinvigorisce il ritmo. Provo sempre più in maniera prepotente la consapevolezza di poter arrivare in fondo a questo stupendo calvario.
Strada facendo arrivo al CP 8 quello con il cancello orario decido per una sosta per riposare un pochino,visto che poi si dovrà affrontare un tratto impegnativo che culmina con la scalata del faro del Moro Negro CP9. Km 95.
Qui per la prima volta chiedo come sono messo in classifica ,fino a quel momento non avevo vissuto la corsa come una gara contro il tempo ma solo con la speranza di vivere una meravigliosa avventura.
una voce da dentro la tenda mi dice sei il numero quindici e quindi sei quindicesimo.
Nella discesa dal faro che affronto non con la dovuta attenzione e in modo un po’ troppo sostenuto incespico e nella frazione infinitesimale di tempo che intercorre da quel momento all’impatto con il suolo faccio in tempo a realizzare che forse la mia avventura si sta per concludere e forse non solo quella ,disperatamente cerco un modo per limitare i danni quello che mi viene fuori è una specie di capriola prima accompagnata da avambraccio e spalla solo che il ginocchio e l’anca sbattono violentemente a terra contro qualche roccia il dolore è lancinante ma per fortuna non ho nulla di rotto,mi rialzo e vedo che tutto il materiale tecnico che fino a poco prima era stivato nello zaino ora è sparso nel raggio di un Km quadrato,parte una raffica di imprecazioni che non risparmia nessuno, tutti i Santi del calendario vengono citati in perfetto ordine cronologico ,ci aggiungo anche le riserve e quelli ancora da venire e per ultimo me la prendo pure con il bue e l’asinello.
Proseguo su pista battuta mista a sassi ,il prossimo CP è presidiato dal medico manca poco la prima parte passa,poi la paura di aver saltato il CP è tanta che mi fa compiere una sciocchezza decido di tornare indietro al paesino incontrato circa 2 Km prima perché mi dico è li che c’è il CP ed io l’ho saltato ,torno indietro ed invece mi accorgo che la paura era infondata allora ritorno sui miei passi e continuo ,incontro un altro paese ma non si capisce di quale si tratti non c’è anima viva e di CP neanche l’ombra, sul sentiero trovo indicazioni per il CP12 e mi dico uno vabbè saltarlo ma due o tre mi sembra impossibile , mi sembra di impazzire e la disperazione si prende possesso di me ,ma finalmente poi alla fine del paese vedo la luce di una torcia e capisco che l’incubo è subito finito, faccio fatica a tranquillizzarmi sono molto agitato , intanto il medico mi fa un tagliando ai piedi e mi medica il ginocchio che nel frattempo si è notevolmente gonfiato.
Rovisto nello zaino e prendo qualcosa da mangiare solidi e gel ,faccio un mix che farebbe vomitare un morto,ma in queste condizioni va bene tutto ,carico le borracce e riparto.
Ora inizia un tratto tranquillo poi sarà quello che l’organizzazione ha descritto come molto pericoloso da fare in assoluta lucidità, sul road book la difficoltà di questo tratto è scritta a caratteri cubitali ed è per questo che arrivato al CP11 in cui ritrovo Elena e Danilo, non mi aggancio a loro che stanno ripartendo e opto per un breve riposo ,con il senno di poi è una cosa che rimpiango molto non aver approfittato di un po’ di compagnia durante la notte per la paura di non essere abbastanza lucido per affrontare questo tratto, tutto sommato non ne ho riscontrato questa estrema pericolosità.
Arrivo al CP12 quello in cui siamo passati ieri ,ora è di nuovo mattino il nuovo giorno sta prendendo vita la notte piano piano sta lasciando il posto alla luce, ormai mancano solo 30 km all’arrivo e finalmente si corre su qualcosa di duro seppur trattasi del famigerato pavè, mi sento a casa il terreno a me caro , sabbia e deserto fino ad ora erano componenti a me sconosciute.
Riprendo slancio quando mi si apre davanti una lingua infinita di questo mostruoso pavè che si perde all’orizzonte ,anziché sbarellare definitivamente trovo ulteriore energia orami mancano 20 Km all’arrivo, inizio a correre e correrò fino a Rabil che sarà l’ultimo CP prima dell’arrivo, qui a separarmi dalla gloria saranno solo 8 banalissimi Km e su asfalto normale , si torna a malincuore alla civiltà ma ciò era inevitabile si incrociano diversi indigeni e turisti tutti che applaudono che mi scattano foto mi incitano, la coscienza di aver spostato in avanti l’indice invalicabile del mio limite si impossessa di me ed esplode in un tripudio di emozione felicità e orgoglio che rasenta l’inverosimile.
Si conclude cosi dopo oltre 29h questo stupendo e meraviglioso calvario ,durante il quale per farmi coraggio mi dicevo dai Marco è l’ultima corsa cosi lunga poi basta ; in cuor mio sapevo che era una bugia.
Il tempo di dormirci sopra una notte e mi ritrovo già a pensare alla prossima impresa.
Sicuramente alla prossima Boavista noi ci saremo ancora .
E come dice Scaramelli: CHE IL DESERTO SIA CON TUTTI NOI
10 dicembre 2009: LA MIA SANTELYON 2009
di Andrea Zambon (DARTA)
Sono 2 anni che aspetto questo momento.
Mio malgrado arrivo all’appuntamento appesantito nel fisico e di certo non in buona forma fisica ma l’importante è andare. L’entusiasmo c’è!
Parto da Venezia in solitaria con volo Air France delle 11.05 con arrivo a Lione Saint Exupery alle 12.30 esatte.
Cerco la navetta che mi porti alla Gare de Lyone Part-Dieu per cambiare e dirigermi in località Gerland presso lo stadio da dove il servizio navetta mi dirotterà alla partenza della 56esima edizione della SainteLyon.
L’organizzazione è ormai consolidata e tutto fila liscio.
Giunto allo stadio con largo anticipo ho tutto il tempo di sistemarmi alla buona sulla moquette.
Dopo aver ritirato il pettorale, mi sdraio per rilassarmi ma la quite viene presto interrotta dall’incessante arrivo di trailer soprattutto francesi.
La Saintelyon è una festa con 10.000 partecipanti, un evento che piu’ che gara sarebbe meglio definire “ritrovo” di persone con una comune passione, la corsa, in qualsiasi forma di espressione essa si manifesti, su strada, sentiero, nei boschi. Qui trovi di tutto e forse il bello è proprio questo.
In poche ore lo stadio si riempie, gremito di trailer, ultratrailer podisti e camminatori, sale l’eccitazione ed io comincio finalmente ad entrare mentalmente in “corsa”.
Cominciano i preparativi, opto per delle scarpe da strada contrariamente alla maggioranza che indossano scarpe da trail. Ho deciso, usero’ un micro camel bag senza riserva idrica.
Mentra la prima scelta risulterà azzeccata malgrado il fango presente in abbondanza sul percorso sterrato, la seconda si rivelerà una delle tante sciocchezze che continuo a compiere pur non essendo un trailer alle prime esperienze.
Sono le 23.35 e mi posiziono in griglia, il caldo della palestra è oramai un lontano ricordo, fa freddo e con il buff mi rimangono fuori solo gli occhi che scrutano questo enorme serpentone di luci alle mie spalle.
Ore 24.00 lo speaker anima i partenti incoraggiando la folla ad accendere le frontali, salgono le urla della folla, alzata di mani e come sempre a far da colonna sonora è “light my way” degli U2 che apre questa 56esima edizione della Saintelyon.
I primi km scorrono molto veloci come veloci sono pure i concorrenti…tutti vanno di gran passo, anche troppo penso. Vabbè molleranno alla prima salita come accade sempre e invece vengo smentito, vanno…caspita come vanno!
Il ravito di St. Cristo en Jerez tarda ad arrivare ed è qui che capisco di aver fatto la scelta sbagliata a non aver portato riserve idriche con me. Bevo poco e male, il mio stomaco abituato a bere spesso mi fa penare e accetta malamente liquidi e solidi.
Sale, accipicchia se sale, non mollo e sempre di corsa arrivo al 2° ravito – Km. 22 in 2:06. Altra pausa brevissima giusto per bere mezza coca e riparto per affrontare la discesa fangosa e sassosa che mi porterà da Moreau al 3° ravito di Ste. Catherine (Km. 28).
Il freddo si fa sentire, il respiro è affannoso, sono fradicio ma la vista del serpentone illuminato mi ripaga di tutta la fatica fatta fino ad ora. E’ uno spettacolo unico. Migliaia di persone con le frontali che turbano la quiete notturna di una fredda notte nella Rhone Alpes. Nella stanchezza una sensazione di benessere pervade il mio corpo.
Inizia una nuova salita spaccagambe, poi discesa veloce ma tecnicamente pericolosa a causa del fondo fangoso e sassoso e poi ancora salita passato il Km. 34 al Ravito di St. Genaux.
Da qui in poi discesa fino a Soucieu en Jarrest al Km. 45. Tra me e me, anche perché non avevo molta gente con cui parlare in quel momento, penso che in fin dei conti 45 sono andati e adesso manca solo un terzo della corsa, briciole insomma. Mai pensiero fu cosi’ azzardato!
La mia condotta di gara sino ad ora si puo’ dire che non sia stata delle piu’ esemplari. Diciamo che ho tenuto abbastanza in tratti dove avrei potuto spendere mentre in altri ho decisamente speso troppo. Per l’ennesima volta, anche in corsa mi ripromettero’ di mangiare meno!!! Li sto sentendo tutti sulle mie caviglie doloranti.
La stanchezza si fa sentire e qualche brivido di freddo mi fa pentire di essere qui, solo, infreddolito alle 4:30 di notte a correre lungo i sentieri che portano da St. Etienne a Lyone. Ma chi me l’ha fatto fare? Nessuno…è sempre e solo colpa mia.
Ma io adoro correre di notte. Mi da una sensazione di benessere infinita.
Questi km sono per me i piu’ duri, lunghi, interminabili e silenziosi.
Ad accompagnarmi mentalmente è una canzone entrata prepotentemente nella mia vita da oramai un po’ di mesi, una filastrocca che mi rimbomba nella testa, sarà che oggi non l’ho mai sentita, sarà che ormai è parte integrante della mia giornata, sarà che quando corro il pensiero di mia figlia occupa gran parte del tempo e quindi….sarà?! Ma è grazie alla canzone dei nanetti “Ehi-Oh” quando cantano: …….è il tipo di “lavoro” che ci da felicità…che riesco ad andare avanti e a ridere da solo nel cuore della notte improvvisando un dialogo con la Strega, Biancaneve e i 7 nani.
E’ così che tra una chiacchiera con Dotto, ma con lui non ne vai fuori perché sa sempre tutto lui, un breve screzio con Brontolo che se la prende per tutto e una pacca sulla spalla a Pisolo perché tra me e lui oggi non so proprio chi sia piu’ stanco, mi ritrovo al 59esimo km..
10 penso ne mancano 10, ma subito mi ricordo di quell’sms che prima di partire recitava così: “1 km. di salita durissima e poi ancora 9 km.…attento che no xe bagigi!”
E la salita arriva puntuale, dura tanto dura, ma dopo una salita deve sempre esserci una discesa! Discesa che mi accompagna fino al 63esimo km. ultimo ravito e poi entrata trionfale nello stadio di Lione!
E’ qui che per la prima volta guardo l’orologio dal punto di vista cronometrico e realizzo che….si, si puo’ fare, l’arrivo sotto le 7 ore è alla mia portata. Anzi no, forse una volta oggi è impossibile mancano 6 km., sono stanco e ho le caviglie doloranti, in questo preciso istante realizzo che ho tagliato il traguardo dei mille km di gare percorse nel 2009. Come si puo’ fare per festeggiarlo? Mi lancio una sfida! No, non farlo non è momento. Vediamo se sei ancora in grado di correre! Qui esce l’orgoglio che è in me!
Passo veloce davanti al ravito, non mi fermo e attraverso il ponte che mi porterà a percorrere questi ultimi interminabili km. a fianco del Rodano. Da qui in poi è un continuo sorpasso di concorrenti ormai provati, ne affianco uno che per un breve tratto mi segue ma poi mi lascia andare.
Ne sorpasso altri trainati da amici giunti per incitarli negli ultimi km di gara. La mia corsa è pesante, non è piu’ quella leggera di un tempo, ma io mi sento che vado e so che posso farcela.
Guardo l’orologio e capisco che sto tirando come non mi capitava da tempo. Poi realizzero’ che gli ultimi 6 km li ho percorsi abbondantemente sotto i 4’ al km.
Intravedo l’arco illuminato, mancano 150, 100, 75 mt., sento lo speaker che accoglie e incita a gran voce i finisher, inizia la curva, entro nello stadio gremito di gente, e gli applausi arrivano, si arrivano anche per me.
Alla fine come sempre penso che la fatica è momentanea mentre la gioia di tagliare il traguardo è solo tua e durerà per sempre.
Ho portato a termine un’altra piccola avventura e vinto la mia piccola sfida.
Questa notte ho risvegliato in me l’ottavo nanetto….volete sapere come si chiama?
FULMINE!
Andrea “DARTAGNAN” Zambon
Solo per i curiosi i dati puramente tecnici:
Tempo:
6:57.42, 250esimo su 3652 arrivati raid individuale e primo degli italiani, cosi’ hanno detto all’arrivo.
Costi:
Costo gara €. 45,00
Biglietto aereo Air France a/r €. 102,00
Biglietti navetta 8,90+8,90+10,00
30 ottobre 2009: LA MIA CORSA DEI DUE MARI
di Michele Rizzitelli
Per un ultramaratoneta amatoriale come me, non c’è niente di più desiderabile della Corsa dei due Mari, di 57 km: è lunga, non lunghissima; è dura, non durissima. Si corre tutta di un fiato, senza quelle pause che una 100 km impone alla maggior parte dei partecipanti. Diciamoci la verità, pur avendo un gran rispetto della fatica dei camminatori, una gara lascia pienamente soddisfatti se la si fa tutta di corsa. Quella calabrese è una di queste, e si può portare a termine senza problemi anche se, la settimana precedente, hai concluso onestamente (12.15.09) la Torino-Saint Vincent.
La Corsa dei due Mari, per le sue caratteristiche, è un Passatore in scala ridotta, con la differenza che alla Piazza della Signoria di Firenze sostituisce il Golfo di S. Eufemia, ed alla Piazza dei Martiri di Faenza il Golfo di Squillace: all’architettura creata dall’uomo contrappone quella della natura.
Lungo il percorso si comporta da madre premurosa. Non ti mette subito davanti l’aspro colle di Fiesole, ma per 18 km ti riscalda lungo una dolcissima salita, fra ulivi argentei ed aranceti già indorati. Il cuore non sale in gola, il respiro è eupnoico e la postura eretta, per cui lo sguardo può posarsi sulle città adagiate sulle prime colline, a farsi baciare dal sole ed a rispecchiarsi nel Tirreno.
Quando l’apparato cardiocircolatorio, respiratorio e locomotore sono a pieni giri, e la mente ha messo in moto gli adattamenti, si comincia a fare sul serio. La madre comprensiva si trasforma in padre esigente. In due chilometri si sale a quota 400 m per raggiungere Maida, il corrispettivo del Colla. Bisogna abbandonare le ampie falcate e procedere con passetti brevi e rapidi. Con il sudore che cola dalla fronte e la maglietta impregnata, si giunge nel centro abitato a raccogliere l’applauso degli accompagnatori francesi, al seguito dei loro atleti. Il più è fatto!
Ora si salta di cresta in cresta. Le salitelle di Jaccuso, Cortale e Girifalco (500 m, 37 km) non rappresentano grosse difficoltà, perché si può riprendere fiato nelle rispettive discese. La natura è completamente cambiata. Al morbido paesaggio mediterraneo è subentrato quello simil-alpino, dove spadroneggiano lecci e faggi. Ampi burroni e profondi precipizi, solcati da ruscelli, conferiscono un sapore selvaggio alla natura rigogliosa.
Se si sono ben dosate le forze, gli ultimi 20 km sono un divertimento. Si plana dolcemente sui 400 m di Borgia, e si copre la distanza della maratona. Quando ricompare il fico d’India e l’agave, si possono rompere gli indugi, il tatticismo non ha più motivo d’essere, ed i passetti possono cedere il posto alle ampie falcate per involarsi nella lunga discesa verso il mare, che rende l’uomo libero, nella fattispecie dalla fatica.
Giunta alla 6^ Edizione, la Corsa dei due Mari non è ancora in grado di attrarre un dignitoso numero di partecipanti, anzi senza il paziente e coraggioso impegno francese non esisterebbe nemmeno. Eppure a due passi si corre la 6 Ore di Curinga, dalla quale gli organizzatori avrebbero da imparare: interessamento dei media, professionalità dei giudici di gara, apprezzamento degli ultimi arrivati ecc. Devono capire che le gare sono di massa e non d’elite. Del resto quale elite può esserci nelle piccole realtà! Che senso ha il vantarsi d’inviare qualche atleta alla maratona di Venezia e di New York, proprio nei giorni in cui si corre la propria ultramaratona! Questi atleti – immagino di valore e completamente spesati dalla Violetta Club – dovevano essere schierati in prima fila sulla spiaggia di Acconia.
Nel camping in riva al mare Ionio, si alternarono al microfono politici e para-politici, a fare i soliti discorsi. Parlavano, ma pochi li ascoltavano, intenti com’erano a consumare l’abbondante pranzo post-gara bagnato con vino e birra. Seguirono le premiazioni. Infine, salirono in cattedra i francesi. Formarono un semicerchio, ed un appassionato canto si levò nell’aria: “Calabrisella mia, olì olà……….cu l’occhi scuri……….sciuri d’amuri……….facimi l’amuri……….sta Calabrisella moriri mi fa ……….”.
Poi sono tornato in albergo, dove troneggiava Miss Italia 2009. Quel gran pezzo di…Calabria mi faceva morire.
Barletta, 28/10/2009 Michele Rizzitelli
06 ottobre 2009:
29 luglio 2010: LA MIA 2^ 100 KM RIMINI EXTREME
di Marco Mazzi
E' la mia seconda partecipazione a questa ultra , quest’anno volevo e dovevo esserci per onorare una corsa che nella passata edizione mi ha regalato molte emozioni.
È stata la corsa che un anno fa mi ha fatto capire il significato di cosa voglia dire ultramaratona.
Mi ha fatto rinascere agonisticamente e mi ha trasmesso nuovi stimoli e nuove motivazioni, che si erano improvvisamente distaccate da me e dal mio modo di vedere il podismo.
Quindi esserci quest’anno era quasi un obbligo prima di tutto morale e poi sportivamente volevo fare un grande risultato.
Poi a due mesi dalla Spartathlon la trovavo una corsa perfetta ,fare un bel lungo di notte in previsione di essa.
Quest’anno niente famiglia al seguito ,perciò nel tardo pomeriggio mi metto in auto e raggiungo Rimini alle 19.30 sono alla darsena ritiro il pettorale , mangio e mi preparo per la corsa.
Si ritrovano vecchi amici ,ormai bene o male ci si conosce tutti, le facce che si vedono sono sempre quelle.
Quest’anno con mia grande sorpresa trovo altri due componenti del nostro gruppo podistico Stefano e Paola, mi sembra strano non essere da solo ad una ultra è quasi un evento straordinario.
Alle 21 solita camminata fino all’ arco di Augusto e poi Start.
Volendo non solo attaccare il mio personale ma bensì sfondare il muro delle 9h parto con ritmo sostenuto per sfruttare i primi Km pianeggianti per poi limitare i danni in salita e recuperare nella seconda parte di gara che si snoda su un tracciato più veloce.e più congeniale alle mie caratteristiche .
Cosicché fin da subito mi trovo da solo tra il gruppo dei più forti che però è impossibile stare e gli altri dietro.
La notte è limpida la luna piena e pensare che l’istinto mi induceva a partire senza frontale ed affidarmi al chiaro della luna, fortuna che ho seguito la razionalità perché dopo pochi Km nonostante la frontale ,non mi accorgo dei lavori in corso su un marciapiede e mi ci infogno dentro insabbiandomi fino alle ginocchia.
Strada facendo arriva la lunga salita ed anziché rallentare come avevo previsto continuo la mia andatura sostenuta, che stavo andando bene lo capivo dai parziali che mantenevo ,dal fatto che i Km volavano via e come prova inconfutabile che al 42° km al traguardo della maratona c’erano si e no 10 concorrenti arrivati tutti gli altri che per questa notte avevano scelto di fermarsi a questa distanza erano indietro,
al passaggio dei 50 Km sono in ventesima posizione , arrivo al famigerato bivio di dove l’anno scorso ero partito per la tangente e andato fuori rotta . quest’anno qui è impossibile sbagliare conto non meno di 35 cartelli di svolta a destra ed inoltre ci sono disegnate sull’asfalto delle “malefiche” frecce bianche.
Le ho chiamate con quel nome non a caso perché saranno coloro che mi trarranno in inganno più avanti infatti passato san Leo sono sulla parte sinistra della strada rivedo che ci sono ancora frecce bianche a sinistra e seguo quelle ,non accorgendomi che c’era un piccolo cartello della rimini estreme che diceva di proseguire su strada principale.
Le frecce bianche stavolta erano appunto quelle della nove colli running corsa due mesi prima, con l’andare dei Km piano piano me ne rendo conto sempre di più, ma ormai la frittata è fatta . fermo in continuazione le auto che mi vengono incontro per rassicurarmi di essere sul percorso , a volte le risposte non sono rassicuranti in quanto mi sento rispondere “si ci sono dei podisti che stanno correndo più avanti” io mi dico mah saranno altri che hanno sbagliato strada , ma comunque non sentendomi proprio solo vado avanti su quella strada , finche dopo molti Km mi ricongiungo con il percorso della gara, arrivo al ristoro e la prima cosa che chiedo è:” a che Km siamo?”,mi sento rispondere al 65 Km controllo il mio GPS e mi segna poco meno di 69Km , beh mi consolo quest’anno sono neanche 4 Km di gap, rispetto all’anno scorso sono migliorato notevolmente.
È inutile dire che in quel tratto di circa 19 Km senza l’ausilio dei ristori e con la paura di essere chissà dove la media e il mio intento sono andati letteralmente a farsi fottere.
E pensare che fino al 50à km ero ancora in quasi perfetta media ,ero leggermente in ritardo ,ma con la lunga salita era auspicabile ,da li in poi sarebbe partito l’assalto vero e proprio su un tracciato più congeniale alla mia stazza.
Poi purtroppo quando qualcosa ti va storto ,il morale e lo stimolo agonistico ne risentono andando ad incidere sulla prestazione ,ti lasci un pò andare non ti curi più del cronometro e cosi perdi sempre più tempo ,ai ristori scambi qualche chiacchiera e cosi via.
Comunque sono molto soddisfatto della mia prestazione 9h47’ che con un dislivello positivo di circa 2800 Mt , vale molto di più del 9h27’ di Seregno.
Tra due mesi la Spartahlon il mio sogno ,so che la sarà molto dura e difficile ho preventivato tutto fatica e sofferenza ed in primo piano la possibilità di non riuscire a portarla a casa al primo tentativo ma sullo stesso piano metto anche la grande motivazione gli stimoli e la grande forza di volontà che mi pervadono per poter raggiungere e conquistare questo grande sogno.
Perciò come vuole la tradizione appuntamento all’ultimo venerdi di settembre , ossia il giorno 24/09/2010 dove dall’ Acropoli di Atene alle 7.00 in punto verrà dato il via ufficiale .
Quest’anno ci sarò anch’io il mio numero di pettorale sarà il 304 e per chi volesse sapere l’evolversi della corsa per sapere se sono ancora in gara oppure se sono schiattato prima lo può fare direttamente da questo LINK http://www.spartathlon.gr/resultslive.php
Ciao a tutti e a presto e mi raccomando fate il tifo per me
24 giugno 2010: LA MIGLIORE PRESTAZIONE ITALIANA FEMMINILE DELLA 6 GIORNI
di Michele Rizzitelli
E’ di 562,330 km, il nuovo record femminile italiano della “6 Giorni”, stabilito da Angela Gargano ad Antibes dal 6 al 12 giugno.
La prima, ad armarsi di coraggio ed a cimentarsi in un tal tipo di gara, è stata Monica Moling, che, nel 2002, a New York, si fece una passeggiata di 484,413 km. Il ghiaccio era rotto. L’anno seguente, Maria Teresa Nardin, in Germania, se la fece più lunga, prolungandola fino a 505,248 km. Il superamento del muro dei 500 km mise un po’ di timore alle ragazze italiche, per cui ci vollero 5 anni per metabolizzare fisicamente e mentalmente una simile fatica. Il divertimento ricominciò nel 2008 con Carmen Fiano, che corse, in sei giorni e sei notti, per ben 522,835 km.
Angela Gargano è giunta in Francia determinata a conseguire il risultato, pur consapevole di non avere effettuato una preparazione specifica. Febbraio è stato un mese di assoluto riposo. Ha eseguito, poi, blandi allenamenti infrasettimanali di 10 km, e partecipato a tutte le gare domenicali offerte dal calendario: Federico II Marathon, Roma, Martinsicuro, Russi, Milano, Boston, 50 km di Romagna, 6 Ore di Banzi, Porto San Giorgio, 120 km alla Nove Colli, 100 km del Passatore. Le ultime due gare, portate a termine 14 e 7 giorni prima di partire per Antibes - roba da far rabbrividire i compilatori di tabelle -, sono state inserite per acquistare fiducia nella lunga distanza, non avendo potuto partecipare alle annullate 100 km di Sicilia e 24 Ore di Termini Imerese e Ciserano. Una certa sicurezza psicologica le derivava dalle 480 gare del suo curriculum, alcune delle quali corse in giorni consecutivi.
Se la preparazione atletica è stata approssimativa, la gestione delle gara è stata curata nei minimi particolari. Tutto è andato come programmato, ed ai pochi imprevisti è stata trovata la soluzione giusta sul campo.
Il primo obiettivo è stato quello di non stravolgere le sue abitudini: colazione con caffè, latte e biscotti; pasta, carne, insalata e frutta a pranzo e cena; a letto, dalle 1:30 alle 6:00.
Ha rispettato il chilometraggio giornaliero stabilito (100 km), evitando di strafare il primo giorno, in cui era eccitatissima. Sistematicamente, ad ogni giro (1295 m), ha bevuto ad una bottiglia d’acqua in cui erano sciolti sali minerali e due zollette di zucchero, ed assunto uno spicchio di arancia, o di banana, o di mela. Per venire incontro ad esigenze gustative ed integrare i consumi energetici, ha sciolto in bocca liquirizia, preso marmellata alla melacotogna, ed anche qualche “Kinder delice”, di cui è ghiotta. Angela non è abituata ad assumere i molto propagandati prodotti commerciali specifici. Non è stato fatto nessun uso di analgesici-antinfiammatori.
Contro il vento, che ha spirato a 100 km orari per due giorni, non c’era nulla da fare. Per difendersi dal sole, è stata usata crema protettiva, ed un berretto sempre bagnato in testa.
Dato il percorso sassoso e polveroso, massima cura è stata riservata all’igiene dei piedi: protezione preventiva sulla parti maggiormente sollecitate dal carico, irritazioni cutanee trattate sul nascere, pediluvi, immersione in acqua molto fredda per combattere le sensazioni urenti.
La Gargano s’è gestita con sicurezza, anche da un punto di vista psicologico. Ha fatto in modo che, nel suo cervello, non si affacciassero quei 522,835 km da superare, che avrebbero fatto vacillare quest’organo nobile e fragile allo stesso tempo. Ha diviso la grande fatica in 6 piccole fatiche, ed è stata tutta intenta a portare diligentemente a termine il lavoro giornaliero. La lunga distanza, somministrata per così dire in dosi omeopatiche (100 km!), non ha scoraggiato il direttore d’orchestra: la mente, capace d’innalzarti sull’altare, o di scaraventarti nella polvere! Gli altri componenti della banda, articolazioni, muscoli, tendini, ligamenti, ben diretti, non hanno steccato.
Sono gare difficili, queste, in cui è improbabile che fili tutto liscio per sei lunghi giorni. La crisi e l’abbandono sono sempre dietro l’angolo. Ad Angela è andato tutto per il verso giusto, ed ha concluso la gara in perfette condizioni: sette giorni dopo era alla Maratona del Gargano, e domenica prossima parteciperà alla Pistoia-Abetone. La consapevolezza di non essere in possesso di una preparazione adeguata, l’ha portata ad una gestione oculata della fatica.
Il record italiano di questa specialità è stato portato ad un livello accettabile. Per dargli dignità europea deve superare i 600 km. Si può fare. Bisogna avere la voglia di sottoporsi ad un grande sacrificio per ottenere in cambio un riconoscimento ideale.
Barletta, 24/6/2010 Michele Rizzitelli
01 Giugno 2010: CORRENDO TRA IL SOGNO E L'INCUBO, IL MIO PASSATORE di Ciro Di Palma
Iniziamo col dire:" Secondo Voi e' normale una persona scelga di correre ,per fare un allenamento,una gara di 100km e poi che gara...IL PASSATORE e sperare di andare in crisi qualche km per gestire l'emergenza?" Secondo me non tanto !!! Come dice sempre mio padre in dialetto napoletano :"Chell ca' vo' Maria 'o trov pa' via( Quello che Maria vuole lo trova per strada facendo),in questo "Passatore" ho proprio trovato quello che volevo,solo che la crisi e' stata ben piu' lunga del previsto,circa 32/33km.Un mese e mezzo fa subito dopo aver smaltito la 100km di Seregno ho deciso col mio allenatore di provare a correre questa corsa storica,affacinante,UNA PIETRA MILIARE del pianeta 100km...QUINDI CORRERE IL SOGNO!!! Il sogno del Passator cortese attraverso un itinerario appenninico che partendo da Firenze ,s'inerpica sugli appennini per poi ridiscendere a Faenza dopo 100km,tutto tra la natura e borghi caratteristici.L'avventura inizia sabato mattina.L'arrivo a Firenze,l'incontro con l'amico Dino che gia' aveva ritirato pure il mio pettorale.Piazza Santa Croce sembrava vivere due realta'diverse: quella della corsa,con gli atleti,i loro riti pre gara,gli stand ecc.e quella dei turisti che erano un po' allibiti dall'inconsueta e multicolore realta' della piazza. Data l'ora della partenza,primo pomeriggio,c'era il tempo per le foto di rito,c'era il tempo per trovare ed incontrare i tantissimi amici che attraverso il tam tam mediatico di facebook si sapeva di trovare li.Si c'erano proprio tutti gli amici,Andrea Accorsi con la Sua Monica Barchetti,la mitica Carlin,il grande Enrico Vedilei,Emanuele,Mauro,Stefano,Gianluca,la Sabry,Marco,Fabio(uno di quei "pazzi",ma non era l'unico che aveva partecipato alla Nove colli la settimana prima). Ci spostiamo tutti verso piazza della Signoria da dove poi in una strada adiacente si sarebbe partiti..C'era gente sdraiata,persone sulla fontana,tutti erano venuti li da ogni dove con la propria motivazione che li spingeva a correre questa avventura.Ore 15.00 . Si Parte. Il serpentone si lancia per le strade di Firenze,qualche km e poi s'inizia a salire.Strada facendo mi raggiunge il mio amico Claudio,una splendida persona ,un grande atleta,il quale ancora molto nervoso mi racconta di alcune sue peripezie nell'arrivare in tempo per la partenza.I primi km come sempre servono per i saluti,per le chiacchiere.C'e' chi mi riconosce dall'immancabile bandiera dell'Inter,chi mi conosce personalmente,solite battute,insomma tutto bello.Con l'amico Claudio decidiamo di andare insieme per un po' poi la differenza di fisico fa in modo che io lo stacchi in salita e che lui mi riprenda in discesa.Arrivo al 42 imo km,sento che c'e' qualcosa che non va,per arrivare alla Colla mancano ancora 6 km,stringo i denti alternando passo svelto e corsa . Arrivo su scherzando con delle persone in macchina della mia regione che "accompagnavano" un atleta...pero' la crisi era gia' sbocciata e stava per prendere corpo...VIVERE L'INCUBO.Arrivo su,sempre molto lucido e cerco con lo sguardo il cambio indumenti,non lo vedo...allora penso"Va bene,ho lasciato un altro cambio a Marradi faro' tutto li'" Inizia la discesa,i metri che prima correvo adesso li cammino,i metri che prima camminavo adesso correvo,la cosa stava per precipitare...niente avanti cosi'.Mi si avvicina Gianluca ,un amico di Reggio Emilia che accompagnava Dino per chiedermi se avessi dei problemi,gli rispondo che era quasi tutto ok e che riuscivo a gestire il tutto.Su un tratto di discesa si avvicina Andrea Accorsi,corre con me 50m e mi dice che giu' c'e' un temporale ma che probabilmente passera' e mi consiglia di mettere qualcosa che mi permetta di affrontare il freddo della notte.Arrivo a Marradi dove avevo previsto l'altra sosta e neanche li riesco a scorgere il posto deputato al cambio,cosi' riparto.La mia testa inizia a valutare tutte le ipotesi sul prosieguo della gara e cosi' decido di andare avanti finche' la crisi non passi,al massimo avrei finito in 15 ore,poco importava.Il buio ,il freddo abbracciano gli appennini e gli atleti che vi passano .Io completamente al buio,non avendo neanche potuto prendere gli inserti catarifrangenti,vago come una piccola imbarcazione in una tempesta con una sola pompa del timone funzionante,attaccato solo alla lucidita'che mi era rimasta.Gli altri atleti sembra che volino,vedo le loro luci che mi passano e vanno via...Mi si accosta una signora con un suv e vedendo la mia bandiera dell'Inter,per spronarmi abbassa il finestrino e alzando il volume dello stereo mi fa ascoltare la canzone Pazza Inter,che e' poi l'inno della squadra,scambio di battute con la signora,poi Lei va e le tenebre mi riavvolgono.Quando tutto sembra perso e si fa gia' i conti di come arrivare al traguardo comunque a testa alta e riducendo al massimo le perdite,ecco che arrivo al ristoro del 75 imo km.Li' incontro un altro amico che mi sprona un po'.In quel momento si accende la luce,inizio a correre e faccio gli ultimi 24/25km al netto dei ristori leggermente sotto i 4' al km .Stavolta ero io che venivo da un altro pianeta,passavo tutti con una facilita' estrema,mi guardavano sbigottiti.Vedendo gli ultimi due parziali dal 76imo km all'88 imo ho fatto registrare il 21 imo tempo e dall'88 imo al 100 imo udite udite il settimo miglior tempo...praticamente mostruoso.Tutto cio' mi permetteva di arrivare in 10 h 01' in 85 ima posizione.Capitolo a parte merita l'arrivo.Si veniva dal buio...in lontananza una bella strada illuminata che sfociava in una stupenda piazza dov'era allestito l'arrivo...ero solo,prendo il mio bandierone,inizio a sventolarlo,rivedo tutti quei filmati nella mia mente che avevo visto su youtube degli arrivi di Calcaterra e di Fattore...sono solo,gli applausi della gente sono tutti miei non li divido con nessuno,si sono tutti per me,bello,bellissimo ,emozionante.Taglio il traguardo e la prima cosa che penso e' che la crisi che ho avuto e superato sicuramente mi servira' alla Spartathlon ed il modo di come l'abbia gestita mi riempie d'orgoglio. Da lontano una voce mi chiama,una donna,le vado incontro perche' da lontano riesco poco ad identificarla,si presenta...e' un mio contatto di facebook,un'amica che da virtuale diventa reale ,nonostante il parecchio tempo avessimo trascorso a chiacchierare nascosti dietro dei freddi monitors. Mi dice che all'arrivo con la bandiera dell'Inter potevo essere solo io e cosi' ha provato a chiamarmi...siamo rimasti li qualche minuto a chiacchierare...GRAZIE MIRELLA E' STATO UN PIACERE INCONTRARTI DI PERSONA !!!Intanto anche il mio amico Claudio e' arrivato,col un pullmino andiamo alle docce,ci facciamo fare dei massaggi e poi prendiamo possesso di due brandine e delle coperte messe a disposizione dall'organizzazione per far trascorrere la notte agli atleti.La mattina dopo ritorniamo all'arrivo per riprendere gli effetti lasciati alla Colla e a Marradi...ci sono atleti che ancora arrivano...BRAVI,BRAVI A TUTTI.Si va via e si ritorna alla REALTA' quotidiana.Grazie "Passatore" per tutto quello che mi hai regalato ma ancor di piu' per quei 32km di crisi dalla quale sono uscito molto piu' consapevole che il mio personale "TRIPLETE"(come dice il mio amico Andrea)posso centrarlo.Dopo la 100km di Seregno,dopo il "Passatore" adesso tocca alla Spartathlon che cosi' come e' stata la Champions league per la mia Inter e cioe' il traguardo piu' diffficile sono sicuro di poter raggiungere e la gioia sara' la stessa del 22 maggio quando presente al Santiago Bernabeu abbiamo vinto dopo 45 anni l'ambito trofeo.Come faccio sempre voglio ringraziare la mia Famiglia,la mia societa'Reggio Event's,il mio allenatiore Vincenzo Esposito,gli amici,tutti i tifosi che ho e che mi spronano sempre ed il sito che ospita sempre i miei scritti.GRAZIE E' PER VOI !!!
27 maggio 2010: LA VENDETTA - 9 COLLI RUNNING 2010
di Marco Mazzi
Finalmente ci siamo è trascorso un anno ,da quella grande debacle che era stata la mia precedente partecipazione alla 9 COLLI RUNNING a Cesenatico una tra le tre gare su strada più massacranti al mondo sono 202.4 Km con 9 colli da valicare ed un dislivello positivo di 3220mt ,le statistiche dicono che solo 1 su 3 arriva al traguardo gli altri abbandonano prima. ,le altre due gare sono la BADWATER che si corre negli USA 217 Km 3962 di dislivello positivo nella valle della morte con temperature di 55 °C, e la SPARTATLHON 246 Km da Atene a Sparta ripercorrendo il mitologico tragitto di Filippede , comunemente chiamata “LA MADRE DI TUTTE LE CORSE”.è inutile nascondere che da quando ho iniziato a correre questa è diventata il mio “SOGNO” ,ma per parlare di questo ci saranno altri giorni.
In questo lungo anno mai un giorno è passato senza che almeno per un istante il mio pensiero andasse a focalizzarsi su questo appuntamento strategico ,ogni singolo Km di allenamento ed ogni corsa che ho fatto in tutti questi mesi erano tutte finalizzate per questo grande giorno,per riuscire a portare a termine entro il tempo max “LA CORSA” come viene chiamta in gergo la 9 colli running.
Devo assolutamente chiudere un conto, la ferita è ancora lacerata e sanguinante mai dimenticherò nella mia vita la sofferenza provata sia durante che dopo quel infausto evento.
Ma ciò è servito per temprare e forgiare una grande motivazione ,una grande determinazione e perseveranza ed altrettanta buona dose di autostima .
Giorno dopo giorno ho posato un mattoncino, fino ad erigere un muro invalicabile ed indistruttibile, che mi proteggerà da tutte le insidie.
Venerdi 21 maggio ore 13 sono fuori a pranzo con Maddy (mia moglie) le parlo dell’indomani delle mie aspettative, lei mi risponde no secondo me non puoi farcela è una gara troppo lunga ,troppi Km prima o poi dovrai fermarti e poi con il caldo che ci sarà, il muro incassa le bordate micidiali provenienti dal fuoco amico e perciò non è pronto a riceverle, si scuote cadono i calcinacci però non cede ,rimane eretto fiero ed orgoglioso di se. Buon segno vuol dire che è pronto per affrontare la dura battaglia.
Ora ci siamo proprio , sabato 22 maggio 2010, sono davanti al museo della marineria di Cesenatico, al briefing informativo veniamo avvisati che a causa di una frana sulla salita del 7° colle il percorso subirà una deviazione di circa 3 km ,portando perciò il chilometraggio finale dai canonici 202.4 agli oltre 205.
Per incoraggiarci il patron Castagnoli ci dice che il vincitore non sarà colui che arriva per primo al traguardo e nemmeno chi arriva entro il tempo max, ma sono tutti quelli che riescono a concepire l’idea di partire per una corsa cosi massacrante ,il morale si alza.
Sono sicuro di me oggi niente mi fermerà, lo sento, sono troppo motivato ,questa non è solo una semplice corsa ,ma per me rappresenta molto di più. È lo spartiacque è la prova del fuoco che mi dirà se posso ambire a provare a realizzare il mio sogno già da quest’anno, perché una cosa è certa fosse anche l’ultima cosa che faccio nella vita quella corsa prima o poi sarà mia.
Unico cruccio che ho è che dopo la strepitosa prova alla 100 k di Seregno,non ho più corso distanze superiori ai 30 K ed essendo passati due mesi,temo di pagarne le conseguenze.
Poco prima delle 12 il parroco da la benedizione ai podisti e poi viene dato il via.
I primi 21.5 k sono da fare rigorosamente in gruppo si è preceduti dal giudice di gara ,ma come l’anno scorso si inizia a tirare da bestie, il giudice deve continuamente richiamare all’ordine la truppa, si deve arrivare in non meno di 2h.
Questa è la parte della corsa che non mi piace per niente, è tutta in mezzo al traffico dei centri abitati ;arriviamo al primo traguardo intermedio con una buona quindicina di minuti di anticipo rispetto alla tabella di marcia ,e fino alla 14 non si può ripartire pena squalifica .
Questa corsa ha tre ristori strategici e ben riforniti ed è li che si fa la differenza,nel senso che se non ne approfitti per immagazzinare energia rischi in seguito di saltare come un birillo.
Uno di questi ristori si trova in questo punto e quindi sempre per non incappare negli errori dell’anno prima mi rifocillo per bene ,anche perché poi il prossimo di questo genere si ritroverà solo al Barbotto tra 65 km e due colli.
Riparto il primo colle il Polenta con altitudine di 305 Mt vola via, adotto la mia collaudata tecnica passo veloce in salita e corro in discesa e pianura,facendo le analogie con la condotta di gara dell’anno prima non ci sono paragoni, sono concentrato ,presente non mi faccio mai assillare dall’idea di quanti Km e ore devo ancora correre prima che finisca, è ancora presto lo so ma chi ben incomincia è a metà dell’opera,scollino a Fratta Terme dopo 35 km faccio un pit stop velocissimo al ristoro,ricarico la borraccia e riparto ,passiamo davanti alla Pieve e Castatgnoli guardandomi mi dice qui è dove veniva a pregare Dante , gli faccio un sorriso di cortesia ma dentro di me mi dico si ciuli anche Dante oggi proprio non me ne può fregar di meno.
Non mi curo mai di chi mi sta davanti o dietro vado con il mio passo e come mi sento meglio per ingaggiare sfide casomai bisogna aspettare domani in tarda mattinata la eventualmente serve farle ora significa sprecare energie preziose per dei fuochi di paglia.
Prima di attaccare il secondo colle ci sono: prima un lungo tratto pianeggiante e poi una serie di saliscendi. qui l’anno scorso avevo già accusato i primi crampi che non mi hanno dato più tregua fino al Barbotto .
Attacco il secondo colle Pieve di Rivoschio con 400 mt di altitudine è situato dopo 57 Km e dove è posizionato il cancello orario di 07h30 ,ci transito dopo circa 6h con oltre 1h30 di vantaggio tutto procede bene .
Nella discesa i muscoli dei polpacci rimangono contratti e mi impediscono di correre non sono crampi in quanto non provocano il classico dolore ,solo che l’effetto è lo stesso e non posso articolare la corsa mi fermo più volte per fare dello stretching e cammino per non peggiorare la situazione, finalmente riesco a riprendere il mio passo ho perso molto tempo, ma ci sarà tempo e modo per recuperare .
Dopo un breve tratto pianeggiante è l’ora del 3 colle il Ciola 531 mt di altitudine situato dopo 70 km, per la prima volta sono in compagnia di qualcuno è un podista che ho visto sempre in tutte le corse che ho fatto fin dalla mia prima 50 K di Romagna, sul curvone di un tornante è situata una birreria e lui mi dice che è solito fermarsi per bersi una birra strepitosa, mi invita alla prova ,lo ringrazio ma oggi non mi va di distrarmi,continuo con il mio passo ,continuando la mia azione vengo raggiunto da un altro podista è bello vederlo correre con leggerezza in salita d’altra parte lui possiede anche il fisico giusto,non mi demoralizzo, vado e scollino e riprendo anch’io a correre e dopo poco riagguanto il podista di prima che è in difficoltà sta arrancando in discesa , e qui la discesa è lunghissima.
Ora è la volta del temutissimo 4 colle il Barbotto che a discapito degli altri non ha una lunghezza considerevole , ma è solo 5.5 Km ma il dato preoccupante è la pendenza max del 18% ,
quando scollino dopo 9h39 il principe ha appena segnato il primo dei due goal che ci regalerà la Champion e soprattutto il TRIPLETE una impresa mai riuscita a nessuna squadra italiana.
Qui è posizionato un altro cancello orario di 12 h, ho circa 2h30 di vantaggio.
l’aria è frizzante la temperatura si è abbassata notevolmente,mi cambio la maglia ed infilo uno spolverino, poi mi sdraio sul lettino per farmi fare dei massaggi e ne approfitto per riposare un pò.
Finito il massaggio mi rifocillo in questo ristoro sontuoso, sto benissimo ,guardo il tabellone della classifica e vedo che sono il 19° a transitare .
Prima di ripartire lancio uno sguardo verso quel masso su cui un anno fa era raggomitolato spaccato in due dalla sofferenza un ragazzo ,quel ragazzo altri non era che io ,mi sembra di rivedere quei momenti come immagini di un film che sono state fermate in modo indelebile per un lungo anno,gli vado vicino lo conforto e me lo porto con me lo incoraggio non aver paura quest’anno ci sono io quello che hai fatto non è stato fatto per niente ,ma è servito proprio per capire e per sbrogliare una matassa che forse l’anno scorso era più grande di te.
Ora non è più tempo di stare li hai sofferto abbastanza .
Alzati coraggio andiamo vieni a scoprire come è il resto di questa corsa abbi fiducia vedrai che c’è la farai ,vedrai che domani sarà un altro giorno un giorno diverso da quello che hai vissuto l’anno scorso, andiamo insieme incontro alla gloria,vedrai l’emozione che ti assalirà quando dapprima vedrai quel triangolo rosso la in alto che sta a significare l’ultimo Km e poi quando passerai sotto quell’altro striscione con scritto arrivo, ed infine quando ti troverai con la medaglia al collo e tra le tue mani il diploma e la maglietta da finisher, ti accorgerai che ci saranno ancora lacrime e tante,ma questa volta avranno un sapore diverso,il sapore della vittoria e non della sconfitta.
E cosi quel ragazzo che era rimasto li per tutto questo tempo chiuso nel suo dolore e rivangando giorno dopo giorno sui se e i ma , decide che è giunta l’ora di andare ora deve guardare avanti con estrema fiducia .
Ripartiamo insieme sono motivato più che mai prima della partenza un addetto della giuria mi chiede riparti? Lo fulmino con una risposta talmente sicura e perentoria che avrei potuto perfino convincerlo se gli avessi detto che il sole non esiste.
Affrontiamo insieme il tratto che porta al cancello di metà gara a Ponte Uso dopo 101 Km ,strada facendo tutti i dubbi che erano stati la causa dei se e dei ma per un lungo anno , vengono piano piano fugati definitivamente,in quanto a differenza di quello che mi avevano detto quei circa 16 Km non sono affatto in discesa ma è un continuo saliscendi è un pò per intenderci come la maratona di Fano uno guarda l’altimetria e pensa è facile è tutta in discesa, ma solo una volta che la fai ti accorgi di che cosa si tratti.
Attacchiamo il 5 colle il Monte Tiffi non lo temo non è esasperante sono solo 3 Km anche se la pendenza arriva al 16% quando sto per scollinare si ferma un auto al volante c’è Ivan Cudin fresco di laurea di campione europeo e vice campione mondiale della 24h un mito ed un esempio ,mi chiede se è tutto OK se ho bisogno di qualcosa , gli dico tutto a posto e lo ringrazio, rimango sbalordito faccio mille congiutture con altri esempi di campioni del suo calibro che si cimentano in altri sport e mi chiedo chi cazzo mai si sarebbe comportato in questo modo chiedendo ad un tapascione qualunque se era tutto Ok e fermarsi per prestargli assistenza e per una parola d’incoraggiamento , ma desisto non è possibile fare un paragone, è proprio vero questo è un mondo tutto a se in cui l’umiltà regna sovrana , grande Ivan in rete ho sempre sentito parlar bene di te e sono contento di poterlo verificare questa notte e di persona.
Riprendiamo la via anche il 5 se ne è andato ,tutto fila liscia ora inizia quello che secondo me è quello della svolta il 6 colle il lunghissimo Perticara oltre 9 Km con pendenza max del 12% se arrivi bene li poi come si dice dalle nostre parti sei a cavallo , ci arrivo a mille in piena sinergia tra testa gambe e cuore , quello che mi ha impressionato fino ad ora è stato l’impeccabile condotta di gara, mai avuto una sbavatura sempre lucido e presente ,la notte sta andando nei suoi punti più profondi ma il fisico e la mente non sentono il bisogno di dormire mi bastano quei dieci minuti che mi sdraio sul lettino per dei massaggi ,che sto per farmi fare ora ,finito mi dedico al ristoro questo è il terzo ristoro strategico quelli che accennavo all’inizio ,mangio un ottimo passato di verdura con crostini ,vorrei fare il bis ma nel frattempo arrivano altri podisti e perciò lascio a loro la precedenza mi carico la borraccia prendo delle altre cose e riparto do uno sguardo al tabellone della classifica ho un colle di vantaggio sul tempo max ,bene mi dico è Ok ,la classifica nel frattempo è migliorata ora sono 17°.
Riparto affronto la discesa raggiungo due podisti poco più avanti affronto con loro l’ultima parte di e il tratto pianeggiante che porterà all’attacco del 7 colle il Putigliano quello a me più caro,in quanto mi porterà sulle strade teatro di una notte magica vissuta dieci mesi prima durante la RIMINI EXTREME , i ricordi e le emozioni passate riaffiorano , arrivo a Maiolo il punto in cui ero arrivato fuori rotta in quella gara ,da qui in poi correrò tutto questo tratto con un tonfo al cuore traboccante di emozioni è un effetto meraviglioso si sommano emozioni sopra emozioni i ricordi si accavallano e mi fanno volare arrivo al famigerato bivio di dove era stato tolto il cartello ,ora qui è posizionato il ristoro con il controllo orario, sta facendo chiaro,al ristoro trovo altri due podisti , ora sono 13° assoluto , la classifica è migliorata ancora, e tra poco dovrò affrontare la discesa che porta sotto la Rocca di San Leo so che una volta imboccata quella strada troverò ad attendermi ulteriore energia l’album dei ricordi sfoglia le pagine vorticosamente, riagguanto i due podisti di prima e me li lascio alle spalle ora sono 11°.
Arrivo sotto il penultimo colle 8 Passo delle siepi me lo bevo sono solo 4 Km e con pendenze leggere ,anziché un colle sembra una delle tante salite di transizione affrontate fino ad ora che portavano da un colle all’altro.
Lo passo ora inizia una lunga discesa la affronto come le altre riesco a controllare l’azione le gambe non le lascio andare ,questo significa che in me c’è ancora molta energia e vigore altrimenti non sarei in grado di mantenerne il controllo, dopo un giro tra i colli di 58 Km ,si chiude il cerchio e si ritorna a Ponte Uso sono al 159 Km mi sono inoltrato nell’ignoto ho superato abbondantemente la mia precedente distanza max, non temo questo fatto,anche perché ho sempre presente quale sia l’obbiettivo finale e non mi lascio condizionare .lascio al deposito borse il spolverino con il quale mi sono riparato dal freddo tutta la notte e riparto.
Ora c’è un lungo tratto pianeggiante inizia il caldo e dopo una fredda notte lo si soffre ancora di più soprattutto perché sembra che l’estate sia uscita tutta d’un tratto.
Finalmente giunge l’ora anche dell’attacco del 9 ed ultimo colle il Gorolo non è molto lungo sono circa 5 km ma dopo averne affrontati otto e con circa 170 Km nelle gambe qualche timore reverenziale lo si deve pur avere anche perché ha una pendenza max del 17 %,ma anche questo riesco a scollinarlo,arrivo al ristoro c’è una sedia all’ombra faccio per sedermi ma mi accorgo che le gambe non riescono a piegarsi sono dei blocchi di marmo e per farlo devo sorreggere il peso del corpo con le braccia , cosicché scarico sulla povera sedia una forza paurosa per contrastare quella del corpo che per effetto gravitazionale tende ad abbattersi su di essa , la risultante di questa azione è che la sedia si sfascia letteralmente e in men che non si dica mi trovo sdraiato a terra e non parlo di una sedia di plastica ma di alluminio, mi portano un’altra sedia più robusta ed è l’unica rimasta questi sono in due e per la paura che gli sfasci anche l’altra mi aiutano a sedere sto bene ,mi assale la rilassatezza di un impresa ormai riuscita ,mancano solo 30 Km dire a quei due che ora mi ritiro è fiato sprecato soprattutto dopo il danno arrecato ,ora dovranno fare a turno per sedersi ed anche per loro sarà ancora lunga , sono sicuro che se gli dicessi va ben dai ora mi fermo ,quelli mi rialzano e farebbero con me 30 Km dandomi calci nel sedere per farmi andare al traguardo.
Riparto chiedo venia per il qui pro quo e riparto , ora anziché discesa c’è una serie infinita di saliscendi che paino piano ci porterà a livello del mare e quindi al traguardo.
L’azione piano piano si fa sempre più pesante ,ma non sono in crisi sono sempre lucido presente determinato io la chiamerei appunto rilassatezza per aver raggiunto la convinzione che ormai è fatta sarà solo questione di tempo e prima o poi il traguardo arriverà,non ho neanche l’assillo del tempo in quanto ho un margine molto elevato di vantaggio.
Mi fermo comunque a bordo strada per riposare un pò ,nel frattempo perdo due posizioni e non me ne accorgo , riparto faccio fatica a trotterellare i ciclisti ti sfrecciano accanto a velocità spaventosa se dovessi essere inforcato da uno di loro passo dal Creatore direttamente senza passare dal traguardo proprio come nel monopoli, vado avanti cosi fino al 190 Km,ne mancano solo 15 mi giro e vedo che un podista piuttosto arzillo sta venendo a prendermi ,li sento scattare in me una molla disumana sento il dovere di difendere con i denti e l’anima la posizione in classifica ,inizio a correre , le gambe urlano pietà, ma poi si piegano alla causa ,inizio a correre ed intanto me lo tengo li dietro andiamo avanti cosi fino a 9 Km dall’arrivo quando mi giro e mi accorgo che finalmente me lo sono scrollato di dosso il ristoro lo faccio al volo tanto ne trovo un altro più avanti, trovo un ciclista di cortesia che mi incita mi dice dai che c’è uno avanti 1 Km ed è in difficoltà ,continuo la mia azione e piano piano lo agguanto e lo passo poi sarà la volta di un altro faccio l’ultimo cavalcavia con rotonda e li davanti trovo il triangolo rosso dell’agognato ultimo chilometro alzo gli indici al cielo, mi scrollo di dosso il ragazzo che mi aspettava da un anno al Barbotto e che mi sono portato appresso tutta la notte in segno di profonda riconoscenza , lo lascio andare e gli urlo vai questo è tutto tuo te lo sei meritato è un anno che aspettavi questo momento vai corri incontro all’onore e alla gloria.
Riesco finalmente a togliermi un fardello che stava diventando troppo pesante ed oneroso da portarmi appresso .
Si conclude anche questa meravigliosa ed indimenticabile avventura dopo 26h16 , 11° assoluto.
Un impresa frutto esclusivamente della grande motivazione ,forza di volontà e della perseveranza nella preparazione per raggiungere con successo l’obbiettivo prefissato.
Marco Mazzi
13 ottobre 2009: LA SPARTATHLON DI GIORGIO GARELLO
di Giorgio Garello
Avolte le riflessioni nate da un risultato negativo o da una speranza disattesa, possono essere utili mezzi di confronto o di analisi per chi si pone sulla strada per la prima volta. Di seguito pubblichiamo con piacere l'attenta disamina di un atleta che ha rivisitato il suo percorso interrotto alla Spartathlon, con la lucidita' e la naturale amarezza che un ritiro presenta.
Pensieri e immagini della SPARTATHLON 2009 .
Prima di questa esperienza credevo che le cose, i sentimenti, potessero stare come su una moneta, cioè su 2 facce e su di un bordo.
Spesso allargavo il bordo per farci stare più cose possibili e che alla fine non erano nè da una parte nè da quell’altra.
Oggi penso che, dopo questa esperienza, la moneta potrebbe essere sostituita da una palla.
Le immagini, i pensieri, il “viaggio” come amo definire queste corse dalla 9 Colli Running dello scorso anno, generano sensazioni e considerazioni che non è giusto voler dividere per forza in maniera netta.
Lo stesso aspetto, osservato da situazioni emotive diverse può dare gioia o dispiacere e, nel saper cogliere questi elementi, secondo me, c’è la capacità che ognuno di noi ha per comunicare che correre è bello, sempre e comunque, con il sole e con la pioggia.
Sono tornato dalla Grecia, con mille e mille pensieri condizionati dalla promessa fatta e che vorrei avere la forza morale di mantenere, che questa era la mia ultima corsa così lunga, ma dico anche che andava portata a termine…
L’ultimo viaggio :
Mi sono fermato dopo 124 km di cui 109 corsi e 15 di fitwalking con il dubbio, passati diversi giorni, che non ho avuto sufficiente pazienza di aspettare ancora 1 o 2 ore nell’ipotesi che il muscolo cambiando il profilo altimetrico della corsa potesse migliorare. E’ vero anche che il riacutizzarsi di un infortunio invernale è comparso verso il 65°km e nei successivi 60 km non è migliorato…. anzi…
Le cose belle:
·Essere stato tra quelli che avevano i requisiti per essere ad Atene quel giorno per correre la SPARTATHLON,
·Aver pianto alla partenza dal Partenone,
·Partire per correre sulle strade dove ha corso la storia,
·Aver guardato il cardiofrequenzimetro, la prima volta, dopo aìquasi 2 ore dalla partenza,
·Aver “viaggiato” per 124 km …che con tutti i guai passati in preparazione non accadeva da 16 mesi,
·Aver dovuto preparare la corsa con un nuovo metodo di allenamento per superare i problemi della malandata “carrozzeria” che mi ha consentito comunque un buon recupero muscolare,
·Non aver sbagliato nulla nella logistica di gara, né per l’abbigliamento per la notte, né per i rifornimenti personalizzati,
·Avere con me l’idrolitina per farmi l’acqua gasata da bere,
·Aver lavorato sulla forza mentale che mi ha permesso di non subire mai la corsa nei 124 km,
·Essere stato “presente” in ogni momento,
·Non aver sentito la fatica, che pure c’era,
·Non essere stato schiavo del GPS o del cronometro né prima né durante la corsa,
·La “mia” compagna più fedele del viaggio, la Gel Nimbus 11,
·Il clima da squadra con gli altri italiani e con l’amico Paolo che non voleva esserci e invece ha finito la gara,
·Non essermi vergognato di inchinarmi in segno di assoluto rispetto all’arrivo di chi ce l’aveva fatta,
·Il rispetto degli Ateniesi e degli Spartani lungo le strade anche con il traffico caotico di una metropoli,
·I bambini dei villaggi attraversati che correndoci accanto chiedevano l’autografo onorandoci come antichi guerrieri,
·Aver pianto sull'aereo che mi riportava a casa,
·Gli amici, i conoscenti, i colleghi che in tanti modi mi hanno sostenuto e hanno tifato per me,
·Il rispetto di coloro i quali non hanno mai corso più di 43 km o anche solo più di 21 km…
·Il rispetto di chi ha concluso e ha capito la sofferenza di chi non ce l’ha fatta,
·Aver provato 10 giorni dopo a corricchiare ed avere ancora male esattamente lì dove avevo male quella notte.
I VOSTRI ARTICOLI
13 gennaio 2010: L'UTMB DI ENRICO POLLINI E ROBERTO ZAMMATTIO da Andrea Zambon
SENSAZIONI UTMB 2009 DI ENRICO POLLINI
Sono passati più di due mesi dalla grande corsa, due mesi in cui i ricordi sono andati e venuti, cancellando nell’oblio alcuni dettagli e consolidandone altri. Avevo cominciato il solito racconto, l’ho lasciato lì, l’ho ripreso, l’ho lasciato ancora e ancora ripreso, domandandomi se poteva avere senso, e sì, ha il senso di fissare quaranta intense ore della mia vita e forse, per chi avrà la pazienza di leggere, potrà riaccendere ricordi sopiti o far crescere la voglia di provarci:
UTMB 2009
Chamonix, disteso sul letto per l’ultimo pisolo alle quattro del pomeriggio, sento che mi sto svuotando di pensieri, non è sonno profondo, ma solo un leggero riposo, più mentale che fisico. Le cinque, consegno il sacco per Courma ed è come chiudere definitivamente la draglia di poppa e mollare gli ormeggi per una lunga traversata, mi avvio verso la partenza. Le cinque e mezza, triangle de l’Amitie, la piazza è già piena di atleti circondati da un folto pubblico, musica, striscioni, bandiere, lo speaker che annuncia, ringrazia, racconta, ricorda gli amici che dovevano esserci e invece non ci sono, le immagini del Colonnello, di Andrea Condotta e degli sfortunati del Mercantour scorrono sullo schermo. Sono rilassato, i timori della vigilia sono spariti, ho perso di vista gli amici nella folla, dopo un ultimo saluto, la testa è piacevolmente in nessun luogo, lo sguardo si perde tra le nuvole basse del pomeriggio, sono in mezzo alla folla ma sono solo. Le sei e mezza, il rumore è sempre più forte, le ripetitive note di Vangelis ad altissimo volume, il pubblico urla il conto alla rovescia e via, la grande avventura è iniziata, a lento passo il serpentone si avvia tra due ali di folla. Ci vogliono quasi dieci minuti per uscire fuori sulla strada, dove c’è spazio e si può finalmente correre i primi otto chilometri di leggera discesa, spingere un pochino qui dove non costa nulla per recuperare una partenza nelle retrovie e prendere un po' di margine. Tanta gente lungo la strada, campanacci, bravò e bon courage ci seguiranno fino a notte inoltrata. A Les Huches il primo ristoro liquido e la prima festa, musica e fumo di grigliate, da qui il primo millino in salita, ripido ma scorrevole su strada bianca, ritmo gagliardo, dosando un po' ma dandocene adesso che ce n’è ancora da dare. Cielo umido e grigio nuvole, la luce del giorno che piano piano se ne va, ritmo sostenuto in salita, a recuperare posizioni su posizioni, sudore copioso e dopo l’ennesima curva un fugace squarcio nel cielo svela per pochi minuti un Monte Bianco tinto di rosa dall’ultimo sole che noi non vediamo già più. Si scollina al Col de Voza, giù per piste da sci, le gambe fresche in una discesa sempre più veloce, cinque passi e il sesto gratis, volando in appoggio sui bastoni, difficilmente si ripeterà così più avanti. E a metà discesa è bosco, buio, frontale accesa, adesso in fila indiana sul sentiero polveroso, ma ancora a ritmo sostenuto, giù verso le luci di Saint Gervais, prima indistinte e lontane, poi sempre più vicine, rumore di grida e di applausi sempre più forte. L’attraversamento del paese è una festa, un giro d’onore, stento a credere di meritare tanto calore e tanto incitamento, gente che ti chiama per nome, rispondo alzando un braccio, battendo un cinque o semplicemente con il sorriso più grande che posso, siamo solo al ventunesimo, spilucco qualcosa al volo dal sontuoso banchetto e via. Di nuovo il buio, mulattiera in leggera salita, qualche tornante più ripido, occasionali spettatori, fila di concorrenti che comincia a sgranarsi, sento il contrasto tra l’essere tra migliaia di persone ed il sentirmi piacevolmente solo con il mio ritmo, con il mio respiro, la testa completamente sgombra da pensieri, lo scorrere del tempo che diventa relativo, la facile pendenza aiuta tutto questo. Volano via così altri dieci chilometri, Les Contamines, di nuovo festa, rumore, folla, e fumo, in tono minore perché è già tardi ed il paese è più piccolo, ma comunque tanta roba. Un leggero fastidio ai piedi, segno premonitore di vesciche, rimedio subito con due cerotti preventivi prima e poi trangugio il primo di una lunga serie di brodi con la pastina, caldo e salato, un pezzettino di formaggio, del pane, un goccio di cocacola. E via di nuovo, ancora in pendenza dolce, incrociando spettatori che rientrano dalle quote più alte, dove sono andati a far festa con la scusa di vedere passare i primi. Poi piano piano la mulattiera si fa più ripida, il ritmo si adegua, i primi tipici segnali di stanchezza nelle gambe, ma è poca cosa, la velocità è ancora buona, la spinta potente. Luce e fumo in lontananza, il serpentone che si è ricompattato sul ripido, e dietro una curva La Balme, ultima sosta prima del tiro finale al col du Bonhomme. Fa freddo e cade anche qualche goccia di pioggia, vestirsi al volo, qualcosa da mangiucchiare godendosi il calore del fuoco per qualche minuto e avanti. Il passo adesso è decisamente più lento, il sentiero stretto e accidentato, ripido, si formano piccoli treni di concorrenti, su c’è nebbia e la fila di lucine, ben visibile a valle, si perde in alto nel nulla. Ritmo, ritmo, ritmo, respiro, passi, bastoni, respiro, passi, bastoni, lo sguardo non va più in là dei pochi metri di portata della frontale, intorno c’è solo il nero della notte ed il grigio umido della nebbia, e niente che ti faccia capire quanto manca alla fine, il pensiero è solo tre passi più in là a studiare dove appoggiare i piedi e per il resto si perde in mille direzioni solo suggerite e mai completate. Non c’è nulla da vedere, nulla da ascoltare, non si parla, siamo soli con la nostra bella fatica e con il piacere di sentire tutto il corpo pompare una tranquilla ma costante energia. E finalmente qualche luce, alcune parole in francese, il sentiero che spiana e per un po' prosegue a saliscendi, fino a quando qualcuno ti punta un lettore sul petto e registra il tuo passaggio, anche questa, che è la salita più lunga di tutta la corsa, è fatta e ci aspetta un bel millino in discesa. Il primo tratto è un po' ostico, tecnico, bagnato, insidioso e anche la nebbia non aiuta, i primi qui si saranno buttati a rottadicollo, io trotterello guardingo, in sicurezza, fino a quando con un ultimo refolo di vento le luci della valle ed i neri profili delle montagne ricompaiono nitidi davanti. E anche il sentiero spiana un po', si allarga e scende ora con dolci tornanti verso Les Chapieux, la falcata si allunga, il passo si rilassa, la tensione cala, si scambia qualche parola. Nel cuore della notte il piccolo borgo è un concentrato pulsante di luci e di parole, dopo i silenzi e le nebbie una piccola folla, un fuoco, cibo caldo, pochi irriducibili spettatori che applaudono, qualcuno riceve assistenza personale. Siamo al cinquantesimo, è la prima sosta vera, una ventina di minuti seduto, a mangiare minestra e pane con calma e a riposare un po' le gambe, sforzandomi di aspettare fino a quando l’ansia del viaggio non ha il sopravvento. E allora chiudere velocemente le cose nello zaino, la zip della giacca a vento fino al collo, brividi di freddo fuori dal tendone, ancora qualche secondo con la schiena al fuoco, e avanti. Cinque chilometri di asfalto in salita leggera, brevi tratti di corsa al trotto alternati a strappi di passo, sulla pendenza che preferisco, ancora con un’efficacia che un po' mi sorprende, su su su, verso la Ville des Glaciers, ora spesso in grande solitudine, superando di buon ritmo altri solitari o sparuti gruppetti, fino a quando l’asfalto finisce e la mulattiera si inerpica con tornanti più ripidi verso il Col de la Seigne e il passo rallenta un po'. La pendenza ha ricompattato la fila e mi ritrovo a seguire senza pensieri un paio di scarpe davanti a me, il ritmo è quello giusto, un qualcosina in più di quello che terrei da solo, i sorpassi al momento giusto, esattamente quando li avrei fatti io, l’affondo dopo aver aspettato un po' dietro, questo triatleta svizzero, leggo sui suoi fuseaux, mi porterà su fino in cima . Non una parola, siamo una macchina sola, che gira inesorabile, dimentica di tutto ciò che sta attorno, soprattutto adesso che siamo di nuovo immersi in una nebbia fredda e gocciolante portata da folate di vento sempre più forti, il segno che oramai ci siamo. Si scollina indovinando il luogo dalla memoria di alcune foto viste il giorno prima, grigio e nero tutt’intorno, scendere velocemente per sfuggire al freddo, ricominciare a trotterellare, a correre, a fare girare più tonde le gambe. All’inizio la discesa è uno sforzo più che un sollievo, ma poi piano piano il corpo fa suo il nuovo ritmo che ridiventa armonico, assecondando dolcemente la pendenza, le asperità, i sassi di questo tratto tutto sommato scorrevole. E finalmente dopo aver perso un po' di quota la nebbia si dirada, rivelando la prima luce ad oriente, cielo rosso macchiato da basse nuvole grigio scuro e da nere sagome di montagne fino all’orizzonte dell’ampia val Veny che si apre sotto di noi. Tutto molto freddo, la temperatura ma anche i colori che lentamente rinascono dalla notte, i toni grigi delle rocce, l’argento dello specchio del Lac Combal sullo sfondo, il biancoazzurro scintillante dei ghiacciai, il Monte Bianco che incombe sulla fila di formichine. Lac Combal, sferzato senza riparo dalla brezza notturna, trangugio rapidamente la minestra, mangio mezza barretta, un goccio di coca e via, trotterellando in piano e aspettando la deviazione per la salita sulla destra, i primi escursionisti già in marcia. Presto si abbandona la carrareccia per imboccare il sentiero che sale dapprima tra i mughi e poi tra pascoli d’alta quota verso l’Arrete du Mont Favre, ancora un cambio di ritmo, la salita che mi piace perché non impatta sulle ginocchia e sulle caviglie, il passo sorprendentemente buono, nessuna traccia di sonno o di particolare stanchezza, la testa vuota da riempire con le immagini che si presentano via via dopo ogni dosso e ogni curva. La cima è presto raggiunta, e adesso fino a Courmayeur è solo discesa, bella scorrevole fino al Col Chercruit e poi invece decisamente dura. Il paese è ancora nell’ombra del fondovalle, a portata di mano sotto il precipizio, mentre qui il sole comincia già a scaldare, il sentiero è ripido, a secchi gradoni e stretti tornanti, polveroso. La discesa ostica non finisce mai, Courmayeur è sempre lì e non sembra avvicinarsi, per la prima volta dalla partenza mi ritrovo a soffrire e la testa molla un poco, il ritmo rallenta, e l’unico rimedio è pensare che in ogni caso prima o poi si arriverà, è solo questione di essere pazienti. E infatti senza accorgermene sono già all’ingresso del paese e poco dopo all’ombra del grande palazzetto dello sport di Dolonne, ritiro il mio sacco ed entro nel salone gremito di gente. E’ finita una delle “solite” corse, l’ottantino con cinquemila D+, sensazioni conosciute, una stanchezza fin qui già sperimentata, adesso viene il bello, l’ignoto di una distanza e di un tempo sulle gambe mai vissuti prima d’ora. Con calma mi cambio la maglia, indeciso sul da farsi con pantaloni, calzini e scarpe, che alla fine resteranno gli stessi, una pastasciutta, del pane, un pezzo di formaggio, della cioccolata per lo spirito, un caffè e la mezz’ora di sosta programmata vola via, bisogna ripartire. Le nove, è giorno fatto ormai quando consegno il sacco ed esco sulla strada, attraverso il centro di Courmayeur, dove, a parte un bimbo accompagnato dalla nonna, nessuno sembra accorgersi di noi, e fuori dal paese mi aspetta la prossima salita al rifugio Bertone. Breve tratto asfaltato, qualcuno tenta una conversazione, rispondo a monosillabi, odio parlare in queste situazioni, e poi su, per fortuna lasciando indietro il mio interlocutore, sentiero nel bosco, ancora buona salita, ritmo sostenuto, clima estivo e piacere di un po' d’ombra, la percezione del tempo che svanisce, e quasi con sorpresa dopo circa un’ora il bosco si dirada e appare il rifugio, breve sosta acqua e via. Dal punto di vista del panorama il tratto dal Bertone ad Arnuva è il più spettacolare, con tutta la catena del Bianco, maestosa, che nella piena luce del mezzogiorno domina il sentiero in saliscendi a mezza costa. Si sente che siamo su un versante nord, nonostante il sole fa fresco con qualche folata di vento, passi in salita si alternano a corsette in discesa, avanti, qualcuno mi passa, altri li passo io, un ultimo strappo in salita, il rifugio Bonatti, una veloce minestra in faccia alle rocce ed ai ghiacciai e via ancora, qualche salitella, discesa scorrevole, poco dopo, dietro una curva si vedono le auto ed il tendone del ristoro di Arnuva in basso, giù, lunghi tornanti, incrociando escursionisti in salita, scarponi e zaini carichi, brandelli di conversazioni, qualche buon giorno, ma senza l’entusiasmo dei francesi. Arnuva, ristoro spartano, ancora una minestra, con calma, mezz’oretta di sosta adesso ci sta, le gambe comunicano la loro stanchezza, ma lo spirito è intatto, la testa lucida, il sonno finora non si è mai visto, sto bene, bene con me stesso, bene nel fisico, forse con una giacca a vento di troppo, ma è meglio sudare che tremare di fatica. Tempo scaduto, via, attraversare il letto del torrente e poi su, ottocento metri per scollinare, lo sguardo che cerca di capire in che direzione vada il sentiero su in alto, puntini colorati in fila mi dicono che piega prima verso destra e poi riattraversa verso sinistra, sole e vento adesso, polvere che impasta la bocca, il ritmo è decisamente più lento, il respiro un po' più calmo, ma salgo ancora inesorabile, ad una velocità accettabile. Ancora una volta sembra non finire mai, mi dico pazienza, prima o poi inevitabilmente arriverà, ed è così che quando meno me l’aspetto sono sul traverso sommitale e mi ritrovo davanti all’igloo del soccorso, una freccia di lamiera stampata gialla e nera, molto svizzera, indica “La Fouly 2.10”. Gran Col Ferret, il muro dei cento chilometri passato per la prima volta con una breve emozione, mi lascio alle spalle le rocce ed i ghiacci e mi affaccio su un paesaggio dall’andamento molto più dolce, ma arido e lunare, il sentiero in discesa è quasi una strada, morbido di terra e poco pendente, qui bisogna correre, mi sforzo, le gambe dapprima non capiscono, le piante dei piedi brontolano qualcosa, ma piano piano il tutto ritorna a girare, certo non così forsennatamente come ieri sera, ma comunque bene. Giù, fare strada, guadagnare chilometri e tempo, la freccia gialla in mente, scendere a valle, verso un nuovo arrivo che, nonostante siamo solo a metà strada, sento vicino. In realtà la discesa è ancora tanta, il paese è in fondo ad una valle che si allunga piegando a sinistra, il sentiero corre a mezza costa con qualche salitella e perdendo quota lentamente, però il passo è buono e, come doveva essere, ad un certo punto si svolta a destra sulla massima pendenza verso la strada asfaltata. Dopo poco è uno striscione, una casetta di legno, gente, odore di cibo, di nuovo la civiltà., il controllo del chip, un ambiente caldo, gente che dorme, un banco pieno di roba da mangiare, ancora una minestra, del pane, un pezzetto di formaggio, seduto ad un tavolino sotto la finestra che guarda verso il banco dei ritiri dove, al di là del vetro, i commissari di gara danno un definitivo colpo di forbice al pettorale, al sigillo del chip ed alle ultime speranze di quelli che non ce la fanno più. Il caldo mi dà un leggero senso di sonno, la mezzora canonica è passata, è ora di andare, raccolgo le mie forze e serenamente ordino alle gambe di muoversi. Fuori c’è l’ultimo sole, pochi passi legnosi sull’asfalto, da qui ci sono una decina di chilometri di falsopiano in discesa, un altro tratto da correre se le gambe rispondessero come dovrebbero, e invece mi sento dolorante e legato, il passo non gira. Sono già entrato nel bosco che, come si dice, “la natura chiama”, è da stamattina che la sto covando e adesso la cosa si fa impellente, dimentico tutto e trovo per fortuna un angolo appartato dove mi accoscio senza pensieri per una lunga seduta. Sarà stato lo stretching, forse il peso scaricato, sta di fatto che quando mi rialzo mi sembra di essere nuovo, gambe leggere, pronto e vigile, e allora via, correndo leggero su un terreno ideale, strada bianca e poi largo sentiero in leggera discesa, via via via ad una discreta velocità, o almeno così sembra, spingendo fino a sentire l’aria in faccia e nella maglietta bagnata, via fino al borgo di Praz de Fort, breve passaggio su asfalto e poi giù di nuovo su sterrato tra i prati del fondovalle, Champex Lac in fondo in alto sulla sinistra. Discesa ancora per poco, poi l’attraversamento dell’asfalto a fondovalle et voilà, eccoci ai piedi dei quattrocento metri di salita che ci separano dal prossimo traguardo, è stata una bella volata e ora con sollievo dei piedi si torna al passo. Buon ritmo di salita, dapprima su pendenza dolce e con lo sguardo che spazia verso la valle dalla quale pian piano si guadagna in altitudine, poi su sentiero più ripido dentro al bosco, ripiegato nei miei pensieri perché gli occhi altro non hanno davanti che il fitto della vegetazione, su su, un tornante dopo l’altro, ogni tanto uno slargo lascia guardare verso l’orizzonte lontano, e dentro di nuovo nel bosco, solo un passo dopo l’altro, con una strana sensazione di vuoto che si fa strada piano piano. E’ crisi? E’ crisi, per la prima volta dalla partenza mi manca l’energia, non è il fiato che fa da limite, ma l’incapacità delle gambe di spingere di più ed anzi la voglia di mollare e sedersi per sempre, di trovare una scusa qualsiasi per fermarsi, no, non posso, non qui, non adesso. E allora assecondo il mio corpo e rallento, rallento, rallento, rallento, ma senza cedere, senza fermarmi, anche se la voglia sarebbe tanta, piano piano ma sempre avanti, ancora un barlume di ritmo nei passi, quello di un alpinista ad alta quota, ma pur sempre ritmo, senza alcun pensiero, solo quello del prossimo passo che non può mancare. E’ così l’ultimo chilometro fino a Champex, pago evidentemente la corsa in fondovalle, ma resisto fino all’asfalto, fino all’ingresso in paese, di nuovo tra la gente che incita ed applaude, fino al grande tendone, riscaldato, pieno di gente e di rumore. E’ un altro traguardo, una sosta, l’ennesima minestra, un caffè, vestirsi, una maglia in più, il cappello, è chiedere all’uscita la posizione, pocopiù che cinquecentesimo, siamo sempre là, si può andare. In cielo l’ultimo argento del giorno si specchia nel lago che costeggio trotterellando sull’asfalto e tornando a camminare al primo accenno di pendenza, la crisi è decisamente passata, un’altra notte mi aspetta e ho davanti la salita della Bovine, dipinta come tremenda e terribile da chi l’ha già fatta. In realtà prima della salita c’è un bel tratto in falsopiano, col buio che ormai avvolge il bosco, un passaggio attraverso un borgo isolato, bambini offrono the ad un ristoro improvvisato, e di nuovo buio e carrareccia e passo svelto, quando arriverà la salita? Arriva, arriva, piano piano la strada si fa più stretta, leggermente più ripida, si infila in un vallone che distinguo appena dall’ombra delle creste che mi sovrastano, il netto profilo seghettato degli abeti contro un cielo carico di stelle. La strada diventa sentiero, si fa decisamente ripida, a piccoli tornanti tra enormi macigni, il ritmo è rotto in passi diseguali, un procedere lento, con attenzione ad ogni movimento per trovare la via meno faticosa, l’appoggio più conveniente, niente pensieri, solo pura concentrazione, solo l’ipnotica inesorabilità dell’andare avanti. Piccoli atletici gruppi mi sorpassano veloci, dietro di me tre luci vicine, tre respiri, tre rumori, sento parlare spagnolo, es bueno el ritmo? domando un paio di volte, bueno bueno, mi sento dire, it’s allright go ahead, aggiunge un altro. E’ quanto basta per non dire più nulla, per capire che siamo soli e nello stesso tempo un unica macchina che produce all’unisono i chilogrammetri al secondo che ci porteranno senza dubbio in cima. Su su su, senza pensare, senza accorgerci che ad un certo punto c’è un vento freddo che entra nella giacca, che il sentiero ora è in piano, che il passo è tornato lungo e veloce, che mille metri sotto di noi la civiltà brilla di mille inutili lucine, che ad un certo punto dentro ad una tenda in un pentolone sul fuoco borbotta il brodo, che il bicchiere in mano scotta, che forse è il caso di mettermi addosso tutto quello che ho nello zaino, anche la magliettina sudata del giorno prima. La Bovine è andata, discesa adesso, e correre per scaldarsi e per guadagnare un po', tornare a far girare le cose, anche se i piedi e le ginocchia brontolano, ma tutto sommato gran parte del lavoro lo fa la forza di gravità. Giù nel buio del sottobosco, sentiero un po' tecnico, niente di che, ma con insidiosi sassi sporgenti dal fondo in terra e radici di alberi che obbligano ad un’attenzione che fatico a tenere. Tutti mi avevano parlato dei drammi della salita, nessuno della discesa, in realtà la salita è filata via senza problemi e invece qui sto cominciando a soffrire, dolore ad ogni passo, bestemmie ad ogni appoggio sbagliato, nessuna luce in vista a fondovalle, un inferno polveroso che potrebbe durare all’infinito, e che tuttavia prima o poi finirà, ed è questo il solo pensiero che mi regge. Giù nel buio, fino ad un primo borgo che sembra quello del ristoro, ma le ombre fanno intuire che è solo a mezza costa, e infatti dopo un breve tratto in piano è di nuovo inferno, in lontananza si vedono i lampioni di una strada, qualche casa, un campanile, ma sono molto più giù e molto sotto di noi, il sentiero sarà ancora ripidissimo, sofferenza, sofferenza, prima intuita e poi vissuta, giù a precipizio fino all’attraversamento buio di una strada asfaltata, presidiato da due volontari, che salutano “c’est fini”, ed è l’ingresso a Trient. Sparuti nottambuli applaudono al passaggio per le stradine del paese deserto, un’inutile transenna mi guida verso il controllo, verso la luce del tendone, che mi accoglie con un sommesso rumore di chiacchiere, tutto è più piccolo qui, meno affollato, mi siedo, premurose volontarie mi servono al tavolo, minestra, pane, formaggio, cocacola. Ancora un summanello per arrivare a Vallorcine e poi un novegno fino a Cham, la certezza di farcela comincia ad essere più solida e non so se sia un bene o un male, la solita mezzoretta di sosta se ne va, le gambe hanno avuto il loro bastevole riposo, via, s’ha da finire. Un breve tratto in discesa per attraversare il fondovalle ed è di nuovo sentiero in salita, bello liscio, ripido il giusto, costante, buono per il ritmo, uno due tre quattro bastoni, uno due tre quattro bastoni, non velocissimo, più di qualcuno mi passa via, ma salgo regolare e senza soste. Salire, salire, il ritmo ipnotico dei passi e dei bastoni, lo spazio ed il tempo annullati dal buio, solo nel mio bozzolo di luce della frontale, cielo stellato e neri profili di montagne, piano piano torna ad essere freddo, qualche folata di vento e luci arancioni sempre più lontane in fondovalle, ci siamo quasi. Il vento porta qualche sfilaccio di nebbia umida, terra ed erba bagnate sul sentiero, la pendenza piano piano diminuisce, il passo diventa più lungo e dopo aver passato un cartello che segnala i duemila metri e qualcosa di Catogne, dopo l’ennesima strisciata del lettore sul pettorale al controllo, dopo aver percorso più di centoquaranta chilometri, mi ritrovo a correre in leggera discesa. Il fondo è buono, la pendenza quella giusta, via via via, senza respiro, senza sentire il sudore nonostante il freddo, nè i dolori alle giunture e alle piante dei piedi, è solo una pazza ed incredibile corsa in discesa, concorrenti che si scansano e dietro il rumore dei passi di qualcuno che si è messo al traino, giù per lunghi tornanti di sentiero a mezzacosta su ripidi prati, giù giù giù fino a quando ci si infila nuovamente nel bosco e la pendenza torna quasi in piano. Fine del divertimento, fine dell’illusione che potesse essere così fino in fondo, adesso è di nuovo terreno accidentato, sassi e radici, rallento, tengo ostinatamente un blando passo di corsa, faticosissimo, fino ad accorgermi che due piedi davanti a me semplicemente camminando sono altrettanto veloci, e allora mi adeguo, minimo sforzo massimo rendimento, anche se siamo in leggera discesa cammino scegliendo gli appoggi, tenendo il passo lungo ed il ritmo del mio traino davanti. Ce n’è ancora un bel po' così, fino a Vallorcine, saliscendi, scendi, qualche strappetto di sali, bosco fitto, sentiero, mulattiera, pista da sci, piccole scorciatoie sassose, piloni di funivia, bosco buio e fitto, sentiero, mulattiera, un breve tratto di prato umido e finalmente le case, asfalto in piano, un passaggio a livello e una stazione ferroviaria addormentata. Il calore del tendone, la solita procedura: controllo, minestra, pane, cocacola, seduto, due parole con chi mi siede di fronte, gente addormentata con la testa tra le braccia appoggiate sul tavolo, due passi per andare a prendere qualcosa di dolce, ancora un minuto al caldo del fungo a gas, l’occhio cade su un piccolo cartello vicino all’uscita “Chamonix 18 km 1200mD+”, via, è l’ultimo tiro. Salita leggera fino al col des Montets, dapprima su asfalto, poi su buona mulattiera e poi ancora su asfalto, ad esser freschi qui si potrebbe correre, e bene anche, ma le gambe si accontentano di camminare a lunghi passi e spinta di bastoni, e va bene così, la velocità non è poi male e intanto macino così questi primi tre chilometri prima dell’attacco all’ultima vera salita. L’ultimo tratto è su una strada evidentemente dismessa, un curvone da statale con la linea tratteggiata in mezzo, e per la prima volta sento che il monotono incedere ha in sè anche la dolcezza del sonno, e mi accorgo di camminare ad occhi chiusi, aprendone solo uno di tanto in tanto per non perdere l’allineamento della mezzeria. Dura poco, in lontananza si vedono le luci dei volontari che presidiano l’attraversamento della statale, al colle ci siamo e i pochi minuti di dormiveglia sono bastati a ridarmi lucidità, un grosso sbadiglio un paio di sorsate d’acqua gelida e tutto finisce lì. L’ultima salita, e anche l’ultimo buio, il passo adesso veramente montanaro, senza inutili gesti atletici, senza esplosione di muscoli, solo costanza, tornante dopo tornante, sasso dopo sasso, nel vento gelido che preannuncia l’alba, nel primissimo azzurro del cielo che si rischiara ad est, il nero che lascia posto al grigio, il primo verde che si distingue dai sassi e in lontananza i ghiacciai del Monte Bianco. Su, piano ma senza fermarsi, figure umane che ora si distinguono come sagome intabarrate e non sono più solo un punto di luce brillante, su per un ripido sentiero a gradoni che di tanto in tanto spiana per poi riprendere durissimo, su nella luce del giorno che avanza, tingendo di rosso e d’oro le rocce e la neve, su fino a quando spiana definitivamente in un paesaggio lunare, il sentiero incerto tra grandi e piccoli sassi, su e già baciati dal primo sole quando si passa il controllo della Tete aux Vents, la Flegere e Cham in basso visibili in lontananza. Mancano poco più di dieci chilometri, e non facilissimi peraltro, però l’emozione di avercela fatta, complice un nuovo giorno ora radioso, comincia a farsi strada. Discesa ancora ostica, sentiero tecnico, l’ultima concentrazione sui passi fino a quando il sentiero diventa dolce e corre in un’ampio e verde vallone, rocce in alto sulla destra e il Monte Bianco in tutta la sua grandezza davanti, la Flegere è lì, ma quattro chilometri sono sempre quattro chilometri, e solo dopo un po' arrivo allo strappettino in salita che porta ad un ristoro dove si respira già un’aria da “è finita”. Un’inutile coca cola, un quadratino di cioccolata e via, ora è solo discesa e speriamo che non sia dura. Le ginocchia adesso si lamentano, le piante dei piedi bruciano e in qualche punto dentro alle scarpe ho la netta sensazione che ci siano delle vesciche, anche le braccia e la schiena sono indolenzite, ma l’idea di arrivare ed il sole, che adesso scalda decisamente, fanno passare tutto ciò mentre da non so dove tiro fuori dell’energia ancora disponibile per chiudere gli ultimi chilometri. Trotterello in discesa, imponendomi una corsa inevitabilmente un po' legnosa, prima sul ripido di una pista da sci e poi sui tornanti e sui gradoni di un largo sentiero polveroso nella siccità agostana. Mi impongo di correre, anche se camminare sarebbe più comodo, il pensiero adesso è quello tipico da arrivo, la testa che molla un po' e la volontà che impone di non fermarsi e di non rallentare perché così il supplizio durerà meno. Giù e poi in piano, nel caldo sottobosco baciato dal sole, cercando di capire guardando a valle quanto manca, incontro gente che sale in escursione domenicale, i bravò si sprecano, tutti hanno una parola per me, i più complimenti che incoraggiamento ormai, c’est fini, supèr. Giù ancora, passaggio sul terrazzo di una baita panoramica, il fuoristrada del gestore parcheggiato dietro, ma allora sentiero non può essercene più, giù, giù, la città di Chamonix con i suoi brutti palazzoni è adesso a portata di mano, è proprio qui sotto, giù giù giù, di corsa, con la falcata che ridiventa rotonda man mano che la pendenza diminuisce. Strada bianca, famiglie in passeggiata, bravò bravò supèr, sole estivo, cielo pulito, colori brillanti, verde esuberante, mi chiedo per l’ennesima volta quanto manca e non mi accorgo di essere già sull’asfalto, paesaggio urbano, marciapiedi, gente che applaude, la consapevolezza di essere riuscito ad arrivare in fondo si consolida dentro ad un groppo in gola che non ne vuole sapere di sciogliersi. Il fondo liscio, il passo di corsa leggero, i bastoni in mano, le vie del centro, gente, rumore, grida di amici, un cinque battuto dalla transenna, sole musica e gloria, è fatta, è fatta, è fatta. Un grande sorriso mi aspetta sotto lo striscione dell’arrivo e poi è solo un lungo, fortissimo, meraviglioso abbraccio, sono solo le lacrime, è solo un ripetere all’infinito “è bellissimo”.
SENSAZIONI UTMB 2009 DI ROBERTO ZAMMATTIO
SENSAZIONI UTMB 2009
Adesso a mente lucida posso dare una lettura uniforme e finalmente distaccata del mondo intorno al quale e' ruotato il mio ultimo anno di ultra trailer.
Devo tornare per un attimo indietro di un anno, a quella foto di me e Tetano mentre felici e orgogliosi come due bimbi, sotto lo sguardo di IronKarl corriamo, acclamati da una folla in quel momento li solo per noi, verso il meraviglioso traguardo della CCC 2008. Una foto che mi ha guardato per un intero anno e nella quale mi sono specchiato per ritrovare la sensazione unica e meravigliosa che avevo provato nel vivere quell'avventura incredibile, 98 Km e 5600 metri di dislivello positivo e negativo da percorrere tutta d'un fiato.
Dentro a quei sorrisi radiosi c'era tutta la fatica e la consapevolezza di aver fatto una cosa grande, un viaggio da ricordare e raccontare, dentro al quale c'era stato tutto, sudore, fatica, sforzo fisico e mentale, paura di non farcela, il rischio della resa, il timore dell'infortunio, la sfida alla notte buia, l'alba del nuovo giorno ed infine la superba consapevolezza della vittoria, il trionfo e l'adrenalina che riempie testa, gambe e spirito e che ci ha accompagnati lungo tutto l'anno seguente quando con un po' di incoscienza ci siamo iscritti all'UTMB 2009.
Qui inizia la storia. L'UTMB e' stato il mantra mio e della GANG DEL BOSCO per tutto l'anno. La Gang del Bosco... i sette magnifici otto, tutti Veneziani purosangue (incluso IronKarl di Bari), che si allenano per superare la Bovine salendo e scendendo i ponti di Venezia, questo gruppo di straordinari amici mi ha permesso di arrivare alla partenza per la GARA DELLE GARE in condizioni fisiche ottimali, si perche' devo ringraziare loro: Kapo, Titanciano, Dartagnan, Tetano, Crepuscolo e Ironkarl, senza dimenticare Gps e Bobo Sherpa se sono qui a raccontare di un sogno che si e' avverato. Assieme a questo gruppo di sconsiderati ho corso a destra e a manca inverno, primavera ed estate, passando per la dolorosa esperienza del Mercantour, io ero uno dei sette che assieme a Tetano, Roby Chao e Piero Trabucchi ha tentato fino all'ultimo l'assalto al tratto finale del percorso, io sono uno dei sette che ha inghiottito l'orgoglio e ha fatto marcia indietro salvando probabilmente la pelle, io sono uno degli ultimi che a Madonna de la Fenetre ha visto Madame Christine viva, io assieme a Titanciano e Tetano ho fatto colazione per due mattine assieme ad una signora Francese dal viso dolce e determinato che ora non c'e' piu'. L'UTMB e' stato un pensiero fisso per un anno intero, da quando tornando dalla CCC avevamo deciso, con la Gang al completo che dovevamo chiudere il conto con il Monte Bianco. Da quel momento in poi l'UTMB e' stata la mia compagna di vita, giorno e notte, ci pensavo prima di addormentarmi, mentre facevo colazione, al lavoro, correndo, credo di averci pensato tutti i giorni, ma non con paura o timore semplicemente accarezzando con la fantasia questo splendido viaggio che mi attendeva, domandandomi alla fine di ogni allenamento lungo o gara ultra come avrei fatto ad affrontare il doppio di chilometraggio e altimetria, IL DOPPIO di quello che avevo appena terminato e che mi aveva schiantato a quel modo. La risposta e' semplice e tutti la conosciamo, e' lei che ci fa andare avanti quando non ne abbiamo piu', e' lei che ci fa vincere le crisi, i dolori alle gambe, la sete, il caldo, la fatica, la paura, il panico e la voglia di mollare. E' LA NOSTRA TESTA. E' con la testa che sono arrivato alla fine dei 166 Km, o se volete senza testa nel senso che non mi sono fatto intrappolare dalla tensione che attanaglia molti prima e durante la gara, semplicemente non ho pensato, se non molto vagamente all'enormita' di quello che stavo affrontando. Alla partenza alle 18:30 di Venerdi' 28 Agosto, i miei pensieri fissi sono stati pochi, mi sono dato dei micro traguardi, mi sono imposto di aggredire sempre tutte le salite indipendentemente da quante ne mancassero ed ho assaporato tutto, amando la fatica, sorridendo al dolore fisico, aspettando serenamente i momenti di crisi per poterli superare, per far vincere a testa e corpo tante piccole battaglie e gioendo del paesaggio maestoso che mi circondava. Devo aggiungere altri due piccoli dettagli, nei momenti difficili, come la seconda notte, quando in preda alle allucinazioni da sfinimento la testa mi chiedeva riposo io mi sforzavo di vedermi all'arrivo felice con il mio amico Stefano-Tetano, anche se Tetano mi aveva lasciato a Courmayer con un ginocchio gonfio da far paura e il cuore piu' gonfio di tristezza. Ecco, il mio lavoro e' stato ingannare la testa o se volete portarla a fare quello che desideravo e non quello che lei mi implorava di fare. Un'ultima cosa, ho cantato per due notti di seguito dentro di me una canzone dello Zecchino d'oro degli anni 70, TORERO CAMOMILLO... fate un po' voi. Non voglio fare un resoconto puntiglioso e noioso della corsa, diro' solo che arrivato a Curma ho continuato il viaggio in compagnia del guascone Federico Biasin in arte Crepuscolo, ho perso Tetano il mio compagno di viaggio e di decine di battaglie combattute e vinte assieme, e' stato anche pensando ai miei amici ritirati per infortunio: Tetano, Titanciano e IronKarl che ho stretto i denti e ho continuato, loro avrebbero dato l'anima per arrivare fino alla fine, io fisicamente stavo bene e non avevo scuse, se non fossi arrivato al traguardo me ne sarei vergognato fino alla fine dei miei giorni, sarebbe stato come tradirli. Superata le Tete Aux Vents mi sono sentito al settimo cielo, negli ultimi chilometri sono volato in discesa con il cuore che mi batteva e non per lo sforzo, in un crescendo di immagini una accanto all'altra dove hanno trovato posto tutti, i miei due figli Matilde e Filippo che con messaggi di incoraggiamento via sms mi avevano seguito e dato la carica giorno e notte, mia moglie Giorgia, tutti i miei amici che mi aspettavano al traguardo, quelli che mi avevano seguito via internet ed infine io, come ero prima della corsa e quanto in fondo a me stesso avevo scavato e quello che avevo trovato, in tutto questo miscuglio di sentimenti mi sono lasciato andare ad un pianto liberatorio, le lacrime scorrevano calde sotto agli occhiali e mi bagnavano le labbra, ero in mezzo alla gente ma ero solo piangevo e ridevo allo stesso tempo ero veramente felice di una felicita' semplice e pura, pensando che in fondo avevo relizzato un sogno, un sogno meraviglioso lungo 44 ore e 28 minuti.
Roby Zam
25 luglio 2009: JEZ BRAGG
dalla Redazione
Intervista a Jez Bragg, dopo il 3° posto nella Western States 100 Endurance Race
Jez Bragg, l’atleta inglese in forza al team North Face, tra il 27 ed il 28 giugno scorso, è stato l’unico Europeo a infrangere l’egemonia del podio americano, in una gara che tiene banco proprio per la sua tradizione a stelle e strisce. Questo, che rappresenta uno dei più antichi e popolari eventi ultra trail del mondo, assume anche un ruolo di vero e proprio banco di prova per quegli atleti che decidono di mettersi in vetrina in una specialità che conquista sempre più pubblico. La durezza del percorso e le avversità climatiche, dove caldo e umidità ovattano tutto il territorio attraversato in un unico lembo di calore, rendono particolarmente arduo l’impegno degli atleti.
La gara si svolge lungo il Sentiero degli Stati occidentali, quello utilizzato per la costruzione dalle miniere d'oro e d'argento del 1850's, da Auburn a Squaw Valley, California. Esso è caratterizzato da un terreno molto accidentato e la sua inaccessibilità richiede un’adeguata preparazione fisica e mentale, oltre che una notevole dose di resistenza. L’indubbia bellezza dei panorami e l’imponenza delle catene montuose circostanti è uno stimolo in più per andare avanti, ma anche un costante pericolo. La In Jez le parole, "La gara sarà un viaggio epico per tutti e ciascuno dei Qust’anno si sono presentati al via ben 450 partecipanti. “ Abbiamo preparato tutti a lungo e duramente questa gara” spiega Jez “io ho investito tutti i miei giorni da Natale a oggi, per allenarmi, sia fisicamente che psicologicamente. Per chi partecipa, questa gara ha un significato particolare e tutti vogliono ben figurare, alla fine e vivere al meglio questi luoghi fantastici” Jez ha cercato e trovato la concentrazione necessaria, proprio traendo stimolo dalle bellezze naturali che il percorso offre e si è dimostrato all’altezza del blasone che si sta costruendo sulla sua figura.
“Per molti trailer americani, ma non solo, questa gara rappresenta il poema epico di tutte le epopee".
“Io sono partito guardingo, seppur cercando di rimanere nelle posizioni di testa. Sapevo che le difficoltà sarebbero arrivate dopo il 70° miglio e così è stato. Il caldo soffocante e un errore di percorso, mi ha fatto perdere molto tempo e la crisi è stata notevole. Lì sono scivolato in 7^ posizione, ma non mi sono perso d’animo. Ho scavato profondamente dentro di me per cercare tutta la forza necessaria a superare quello che sembrava un limite. La stanchezza, la delusione e il caldo. Lentamente ho ritrovato la strada per ripartire e mi sono tornati in mente tutti gli allenamenti fatti in inverno. Mi sono detto: adesso vado fino in fondo. Ho risalito la classifica e all’ultimo miglio, quasi in volata, mi sono ripreso la mia terza posizione. Quando sono entrato nello stadio, per l’ultimo rettilineo, ho pianto. Un’emozione semplicemente meravigliosa”.
“ La vera resistenza si divide in due componenti: la preparazione fisica per 'fare i chilometri' l'atteggiamento mentale per credere che si può “andare oltre”. Come Jez dice: "L'unico limite nella nostra vita è quello che abbiamo impostato noi". La sua filosofia di vita è quella di sfidarsi in continuazione, non tanto per una questione di egocentrismo, ma piuttosto per cercare di non smettere mai di esplorare. Il mondo, i propri limiti, la propria conoscenza di sé.
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13 ottobre 2009: LA MIA SPARTATHLON 2009 di Paolo Rovera
Pubblichiamo con molto piacere questo contributo giunto alla nostra redazione per mano dell'amico Giorgio Garello, padre putativo (nel senso podistico del termine ...) di Paolo Rovera, giovane piemontese balzato recentemente alla ribalta dell'ultramaratona, grazie ai bei piazzamenti ottenuti nella 100 km di Rimini e nella Spartathlon. Ricordiamo che in entrambe le occasioni, Paolo era all'esordio sulla distanza e questo la dice lunga sulle potenzialità dell'atleta seguito da Giorgio Garello.
"In Grecia ogni anno l'ultimo week-end di settembre, come vuole la tradizione, si svolge una gara podistica tra Atene e Sparta. E' considerata una delle più difficili e, al tempo stesso, affascinanti competizioni sportive esistenti al mondo, anche per le sue radici storiche e mitiche, pressoché uniche. La nascita di questa ultramaratona si deve a John Foden, un comandante britannico amante della Grecia e studioso di storia greca antica. Egli fu particolarmente colpito dalla descrizione che lo storico Erodoto dava all'impresa compiuta dall'emerodromo Filippide. Gli emerodromi erano guerrieri addestrati a correre anche oltre 24 ore consecutive e frequentemente utilizzati, in tempi di guerra, come messaggeri. Rivestivano un ruolo di primaria importanza per l'esercito, perchè rappresentavano generalmente i soli mezzi di comunicazione.
“Siamo nel 490 a.C., con i persiani, guidati da Dario I, che approdano nella baia di Maratona, a circa 40 km da Atene, minacciando di conquistarla. Il generale ateniese Milziade manda quindi un messagero-corridore di professione, Filippide, a Sparta per chiedere l'aiuto dei più acerrimi rivali, non certo in virtù di una solidarietà nazionale, ma in vista di un comune interesse (dopo di noi toccherà a voi)”. Secondo il racconto di Erodoto (che era praticamente contemporaneo agli eventi, quindi affidabile), Filippide percorre i 1140 “stadi” (equivalenti a 246 km) in meno di due giorni e subito dopo torna indietro per riferire a Milziade che gli spartani non possono entrare in guerra prima della luna piena, perché interromperebbero le celebrazioni di un loro dio (probabilmente era una scusa perché gli spartani di fare una guerra vera contro un esercito più forte del loro col serio rischio di prenderle non ne avevano la minima intenzione). Durante la strada del ritorno, sul monte Partenio, il dio Pan appare a Filippide dicendogli di rassicurare gli ateniesi circa la sua protezione nell'imminente battaglia. Così Milziade, pur senza l'appoggio di Sparta, decide di attaccare comunque i persiani e, pur avendo un numero di soldati nettamente inferiore rispetto ai nemici, li batte nella celebre battaglia di Maratona e li vede scappare in preda alla paura. Anzi, al “panico”, termine coniato in onore del dio Pan, che infuse una innaturale paura alle armate persiane. Quella di Maratona fu una delle battaglie più famose nella storia del mondo, punto di partenza per la storia della Civiltà Occidentale. Quella vittoria permise ad Atene di diventare grande e di lasciare i vantaggi della sua conoscenza, delle arti e delle virtù all'intera umanità.
John Foden, perplesso e al tempo stesso affascinato dall'impresa di Filippine, si chiese se un uomo moderno sarebbe riuscito a coprire la distanza da Atene a Sparta, cioè 250 km, entro 36 ore. L'unico modo per scoprirlo era sperimentarlo lui stesso visto che era anche un appassionato ultramaratoneta. Così nell'autunno del 1982 (ben 2500 anni dopo l'evento storico), con altri quattro colleghi, giunse ad Atene per pianificare l'avventura e tracciare la strada che fosse il più possibile fedele al percorso descritto da Erodoto. Il giorno 8 ottobre 1982 iniziò la loro corsa, terminata con l'arrivo a Sparta il giorno successivo (dopo circa 35 ore). Dimostrarono così che Erodoto non si era sbagliato!
Dopo il successo di questo evento si cominciò a immaginare l'istituzione di una corsa a piedi per far rivivere la storia, seguendo le tracce del corridore antico.
Nel 1983, con la partecipazione di 48 atleti provenienti da 11 paesi del mondo, nacque ufficialmente la SPARTATHLON.
Partecipare alla Spartathlon e finirla è l'ambizione di ogni ultramaratoneta: per molti, un vero e proprio sogno nel cassetto. Per arrivarci bisogna lavorare duramente perché i requisiti di ammissione sono duri e selettivi (con tanto di curriculum nei due anni che precedono la gara stessa) e il solo fatto di potervi partecipare è motivo di orgoglio perché significa essere tra i più forti ultramaratoneti al mondo.
SPARTHATHLON: Atene-Sparta, 246 Km, 3000mt di dislivello positivo, 36 ore di tempo massimo, 74 punti di controllo che fungono anche da cancello orario (o si arriva entro una certa ora o si è fuori senza se e senza ma), vietato qualsiasi supporto psicologico (cellulari, mp3, o anche solo farsi accompagnare da qualcuno), giudici severissimi. Questi sono i freddi numeri, ma per capire cosa sia la Spartathlon, bisogna VIVERLA.
La mia avventura greca è iniziata mercoledì 23 settembre, data di partenza dall'Italia; all’arrivo ad Atene l'organizzazione ci ha preso in carico, essendo il pacchetto comprensivo del trattamento di pensione completa dal mercoledì al martedì successivo. Sono con l'amico Giorgio Garello, esperto ultramaratoneta, che mi ha trascinato in quest'incredibile avventura. La sede dell'organizzazione è presso un hotel dove saranno alloggiati tutti i concorrenti delle varie nazioni presenti, creando una sorta di villaggio olimpico che rende la manifestazione davvero unica. Ci troviamo subito con gli altri italiani (siamo 24). Noto immediatamente il clima cordiale, si conoscono tutti, tutti con curriculum ampissimo, mentre io sono un neofita nell'ambiente ultramaratona. Io non ho mai corso più di 100 km su strada asfaltata. Per aver diritto a partecipare a questa manifestazione a me era valsa l’ottima prova che avevo fatto lo scorso anno all’Ultra Trail du Mont Blanc, ma la corsa in montagna è ben altra cosa. Giovedì di riposo tra visite mediche, conferenza dell'organizzazione sulla gara (con tanto di nefaste previsioni meteo) e raffica di domande fatte agli altri italiani che avevano già affrontato questa esperienza.
Dubbi, dubbi, dubbi… cosa e come si deve fare per arrivare alla fine di una competizione che ogni anno vede arrivare a Sparta non più di un terzo dei partecipanti? Domande, domande, domande… le cui risposte si potranno avere solo sul campo. Così il venerdì mattina, prima dell'alba, siamo stati accompagnati in autobus all'Acropoli di Atene dove è posizionata la partenza, in uno scenario molto simbolico che contribuisce ad emozionare non poco. Alle 7 in punto lo sparo: si parte! La strada inizialmente è in discesa, su lastricato, poi via via si passa attraverso Atene, mentre albeggia. Il traffico mattutino aumenta e la città si appresta a iniziare una normalissima giornata di lavoro. Per i primi 25 km il percorso è decisamente brutto, tutto sulla corsia di emergenza di una superstrada che ci porta verso il porto industriale, attraversando raffinerie che rendono l'aria irrespirabile. Sono con altri italiani e formiamo un gruppetto, la strada è lunga e scambiando qualche parola il tempo passerà di più. Stiamo procedendo cauti ai 10-11 km all'ora (circa 6 minuti al km) ma qualcuno dice che stiamo andando già troppo forte e avrebbe pure ragione, senonché il mio grosso problema è che non sono abituato, e non ho ancora potuto adattare la mia muscolatura, a correre a ritmi così lenti (indispensabili per durare a lungo) e infatti dopo appena una decina di chilometri iniziano a indolenzirsi e a dar fastidio i quadricipiti femorali. Un bel problema, penso, in virtù di quanto mi toccherà ancora percorrere. Per fortuna il tracciato si sposta sulla vecchia strada per Corinto e mi accorgo di essere rimasto da solo non perché sia più veloce degli altri italiani, ma perché adotto la strategia di fermarmi pochissimo ai punti di controllo. Percorriamo una cinquantina di chilometri sulla linea di costa con il mare costantemente sulla sinistra in un dolce saliscendi (il cosiddetto mangia-bevi), con splendidi panorami che si perdono oltre il limpido mare antistante per arrivare alle coste del Peloponneso, da raggiungere dopo essere transitati a Corinto. Attraversiamo il centro denominato Megara: alcune bancarelle stanno aprendo i battenti, vendono le ostriche appena pescate. Sarebbero un po' pesanti come rifornimento da digerire, penso tra me. Nel frattempo, in barba alle previsioni meteo che annunciavano pioggia, la temperatura sta salendo sensibilmente col sole a picco (è quasi mezzogiorno) sino a raggiungere i 35° e vi è un elevato tasso di umidità; questo comporta un grosso dispendio di energie. Chi spende troppo ora pagherà e io ho il terrore di essere tra quelli... A ogni ristoro, mentre mi faccio riempire la bottiglietta di acqua che porto appresso, prelevo dai secchi predisposti due spugne intrise d'acqua e me le spremo sulla testa godendo del refrigerio. Poi prelevo dal banchetto dei buoni biscotti che mi sembrano come i nostri “Plasmon” ma che hanno strane forme artistiche e me li sgranocchio strada correndo.
Dopo circa 77 km vengo raggiunto da Ivan Cudin, grandissimo atleta della nazionale italiana di ultramaratona che mi chiede di proseguire insieme per un po'. Come idea sarebbe bellissima, peccato che lui sia atleticamente di un altro pianeta rispetto a me e se mi azzardassi a fare il suo ritmo rischierei di “saltare” presto e allo stesso tempo non vorrei rallentare la sua progressione irresistibile, che lo porterà ad arrivare fra i primi. Decido di attraversare con lui ancora il famosissimo canale di Corinto, poi lo lascerò andare. Passiamo l'istmo su di un ponte che lo attraversa, facendo vedere la parete di roccia a picco sul mare tagliata dall'uomo che ha reso navigabile questo stretto e che rappresenta un’autentica meraviglia naturale. Ed ecco che giungiamo all'81 km dove, nei pressi di una stazione ferroviaria, è posto il secondo grande ristoro e dove bisogna arrivare entro 9h30’ dalla partenza. Siamo 18 e 19esimo, con un tempo di 7h05’, ed io inizio a preoccuparmi… mi sarò fatto prendere la mano? Sarò troppo avanti? …senza contare che le gambe iniziano a fare veramente male. Così appena passato il check point, con la scusa buona di fermarmi a fare la pipì, lo invito a proseguire da solo. Costeggio le rovine dell'antica Corinto e inizio ad affrontare le colline del Peloponneso, con vigneti carichi di grappoli giganti di uva bianca. Nel frattempo vengo raggiunto da un altro italiano, Antonio Tallarita, anch'egli esperto ultramaratoneta specializzato nelle 24h podistiche. Insieme faremo l'elastico (il classico tira e molla in base alle forze che si hanno a disposizione in quel momento) per buona parte di strada. Raggiungiamo Assos, ricca di agrumeti, e siamo al 100 km. Ora la strada sale costantemente, seppur in modo lieve, e arrivo al check point n. 33 dove avevo inviato il materiale per poter affrontare la notte (lampada frontale, bande riflettenti...). Il fatto è che devo aver sbagliato i conti: ci sono arrivato un po' troppo in anticipo e c'è ancora il sole, sicché metto la roba nel marsupio e proseguo.
Un occhio all'orologio e mi accorgo che per i miei colleghi è appena finita la giornata lavorativa e staranno uscendo dalla ditta. Quante cose si possono fare in una giornata, mentre io ne sto facendo una sola e forse neppure tanto bene. Una strada sterrata bianchissima e polverosa mi invita a prestare attenzione a dove metto i piedi. Arriviamo così all'altro grande punto di controllo, sito nel paese Antica Nemea, al km 124, dove si possono notare gli scavi e le rovine che parlano di antiche civiltà. Sono quasi le sette di sera, ma continua a far caldo e così una bella sciacquata, con la testa a mollo nel secchio, non me la leva nessuno. Ora la strada tende a scendere dolcemente, però è piena di buche, pertanto bisogna fare molta attenzione. Per fortuna anche il sole scompare e decido che per affrontare meglio la notte, ora che sto ancora relativamente bene, e non ho problemi di stomaco, sarebbe buona cosa fare il pieno di energie. Così al primo ristoro a cui giungo mi prendo un bel piatto di spaghetti in bianco, freddi e scotti (però avevano il parmigiano sopra!,) e siccome ormai sono nella condizione di non potermi più fermare, tanto fanno male le gambe, me li mangio strada facendo. Riprendo a correre, la strada scende e piombo nel villaggio di Lirkia, dov'è posto un altro importante punto di controllo. Siamo al 149 km e una decina di bambini in bicicletta mi scorta fino al ristoro tempestandomi di domande. Sono quasi le dieci di sera e questo paesino pullula di gente che sta seguendo la gara e che non esita ad incitarmi e a battermi le mani. Ancora un pezzo di strada in discesa e poi inizierà la famigerata salita, che segna lo spartiacque della gara. Chi arriva qui ed è in cattive condizioni quasi sicuramente sarà costretto al ritiro, chi sta bene riceverà comunque una mazzata, che pagherà per tutto il rimanente tratto della prova. Col senno di poi posso proprio dire che la Spartathlon inizia in questo punto, dopo 153 km. In pratica si tratta di fare mille metri di dislivello in 8 km. Detto così non farebbe nemmeno tanta impressione, non fosse che: sono quindici ore che corri, sei nel cuore della notte e gli ultimi 2,7 km sono un muro di sentiero pietroso. Ma andiamo con ordine: i primi 5 km offrono 6 tornanti e la strada asfaltata si presenta con una pendenza che io definisco “bastarda”. E' troppo poco ripida per farla camminando, non passerebbe più, ma allo stesso tempo è già abbastanza pendente da succhiarti un mucchio di energie se la affronti di corsa, dopo aver già speso molto e sapendo che il bello deve ancora venire. Opto per una soluzione di mezzo cercando di corricchiarla nel modo più economico possibile. Sono ancora abbastanza lucido e riesco pure a scherzarci e per esorcizzare mi ritrovo a ripetere ad alta voce l’esilarante scena del film Fantozzi contro tutti “…all’attacco della salitella di Viale de Amicis, nominata poi tragicamente ‘Cima del Diavolo’ furono colti dai primi impercettibili sintomi da fatica: asfissia, occhi pallati, arresti cardiaci, lingue felpate, aurore boreali, miraggi!!...” Finito l'asfalto ancora un punto di controllo e poi svolta secca a sinistra, dove inizia l'ascesa su sterrato. Da buon uomo delle Alpi cuneesi questo dovrebbe essere il mio terreno e qui dovrei fare la differenza, e in effetti l'idea ci sarebbe… ma c'è un problema grossissimo: non riesco a sollevare la gamba sinistra, perchè il retto femorale all'intersezione col bacino è completamente bloccato e fa un male allucinante. La salita è un muro, un sentiero pieno di pietre, in cui inciamperò più volte. Una doppia scia verticale di “balises” verdi fluorescenti che delimitano il tracciato mi si para davanti. Siamo sul Monte Partenio, dove Filippide incontrò il dio Pan. Io il dio Pan non l'ho incontrato, benché abbia più volte lanciato qualche invocazione “divina”. Nonostante tutto recupero una posizione e in prossimità dello scollinamento del passo Sangas raggiungo Antonio. La temperatura è fredda e un vento gelido che spazza tutto mi convince a non dilungarmi troppo al ristoro in cima e a mettermi veloce una canotta e un gilet antivento che avevo inviato a questo check-point e ripartire. Per fortuna la discesa è sì su strada sterrata, ma carrozzabile e non brutta come quella appena affrontata in salita. Appena arrivo al primo villaggio, dove c'è il rifornimento, sono tutto infreddolito e decido di concedermi una “sopa”. In pratica è una busta di minestra liofilizzata in acqua calda, non un granché, ma perlomeno mi scalda lo stomaco. Seduto per terra vedo un giapponese che mi guarda con gli occhi lucidi, sembra abbastanza provato e mi viene in mente una frase del compianto Adriano DeZan in una delle sue telecronache ciclistiche: “se è vero che l'occhio è lo specchio dell'anima... ebbene lo è anche della fatica”. Quasi due ore per fare appena dieci chilometri, seppur di montagna e nel buio della notte. La media sta decisamente peggiorando. La strada è nuovamente asfaltata e prosegue in leggera discesa sino a Nestani, dove mi tolgo il gilet antivento e proseguo. Per parecchi chilometri la strada sarà sostanzialmente pianeggiante,attraversando grandi terreni agricoli e piccoli borghi, ma il buio e il fatto di correre per molto tempo senza vedere altri concorrenti, praticamente a bagnomaria nella solitudine e nel limbo del dormiveglia, mi farà dimenticare buona parte di questo tratto. Al km 195 arrivo all'importante check-point di Tegea, dove mi spoglio della pila frontale e del materiale rifrangente per la notte, perché finalmente il buio sta lasciando spazio al nuovo giorno e tra poco per me inizierà la fase 2. Questa gara me l'ero suddivisa mentalmente così: corro per 24 ore senza preoccuparmi di distanza percorsa e distanza mancante, poi alle 7 di mattina se sarò ancora in gara e sarò ancora lucido inizierò il conto alla rovescia. Alle 7 di sabato mattina, allo scoccare della 24 ora mi accorgo di aver percorso circa 203,5 km. Benissimo, mancherebbe soltanto una maratona. Una delle sei consecutive che dovevamo fare. La maratona la conosco bene, in gara impiego meno di 3 ore, in allenamento ci metterei qualcosa in più… già, ma adesso ho le gambe che sembra debbano esplodere e non riesco più ad alzare quella sinistra. Da un po' di tempo ho spostato il peso del corpo in avanti e corro sulla punta dei piedi tenendo le gambe quasi rigide e facendo tanti piccoli saltelli. Ho uno stile di corsa misto fra quello dei giapponesi e quello di un pinguino. Fatto sta che sto facendo poco più dei 7 km orari. Parte il calcolo pitagorico settequattordiciventunoventotto.... Ancora 6 ore per fare gli ultimi 42 km. Sei ore di questa sofferenza??? Sì, sempre nella migliore delle ipotesi, perché forse fra un paio di ore l'andatura potrebbe ulteriormente calare e magari passare a 6 km orari, oltretutto per una ventina di chilometri la strada salirà e come se non bastasse si è pure messo a piovere... E allora riparte il calcolo tenendo conto di queste nuove varianti. E così via per tutto il resto della gara. Il tarlo della fatica e della masturbazione matematico-mentale sta iniziando il suo lento e inesorabile logorio. Se ragionassi a chilometri mancanti, mi illuderei. Così devo ragionare pensando al tempo ancora da trascorrere sulle gambe, impazzendo perché mi sembra eterno. Come diceva Baudelaire (gli aforismi che ricevo da Buongiorno.it serviranno a qualcosa...) “C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo”. Così mi ritrovo a contare le auto che mi superano, compiendo anche indagini di mercato (ogni 100 macchine quante sono della Fiat, quante della Skoda, etc.) oppure a contare quante bottigliette di plastica vuote incontrerò tra un check-point e l'altro (impressionante quanto siano sporche le strade greche, sono peggio di noi ….)
Mi ritrovo avvolto come dentro una campana e sperimento per la prima volta quella che taluni amano definire “constatazione del nostro nulla”. Inizio ad andare in depressione per la pessima prestazione atletica che sto fornendo (sto correndo, sempre che si possa definire corsa, a quasi 9 minuti al km) e inizio a rimproverarmi per non aver mai effettuato un allenamento oltre i 100 km e non aver quindi preparato adeguatamente la muscolatura. Oltretutto ormai gli schemi riguardo alimentazione e reidratazione sono saltati: non ho più la lucidità per mangiare e bere in modo corretto. E proprio in preda allo sconforto riesco a peggiorare ulteriormente la situazione. Ecco come. La strada principale prosegue con una curva a destra, mentre dritto partirebbe una strada secondaria. In mancanza di frecce bisognerebbe proseguire sulla strada principale, peccato che scorga sui pali della luce della secondaria delle fettucce bianco-rosse che avevo già visto in altri punti del percorso. Nel dubbio mi fermo. Di tornare al check-point precedente per chiedere delucidazioni non se ne parla, di strada ne ho già fatta abbastanza. Vedo dalle retrovie che sta rinvenendo un altro concorrente e decido di aspettarlo approfittandone per fare pipì. Quando mi raggiunge abbozzo puntando il dito un maccheronico “is this the right way?” sentendomi come risposta borbottare qualcosa di non ben decifrabile. Però il tizio mi sembra sicuro di sé. Bene, penso, l'avrà già fatta altre volte, così decido di seguirlo. Dopo una decina di minuti con tanto di discesa e risalita ripida spaccagambe incrociamo una macchina di gentilissime giapponesi che ci annunciano che abbiamo sbagliato strada. Non so cosa ci facessero lì (le avrà mandate il dio Pan?) né come conoscessero le strade ma per fortuna che c'erano. Tralascio di riportare le varie bestemmie in piemontese e presumo in finnico (scoprirò dopo che il compagno di sventura era finlandese) durante il dietro-front per ritornare al bivio precedente e che lasceranno le giapponesine alquanto perplesse….
E' frustrante sbagliare strada, perchè ti tocca percorrere del cammino in più che ti stanca ulteriormente, il tempo passa inesorabile… e per tutto il resto della gara rimarrai col tarlo “Ecco, se non avessi sbagliato strada a quest' ora sarei già...”. Ma tarlo o non tarlo bisogna andare avanti e così dopo qualche altra ora di delirio mentale giungo a Voutiani. Da qui posso scorgere finalmente, immersa nel verde della valle dell'Evrota e protetta da due grandi montagne, la meta tanto agognata: SPARTA, la capitale della Laconia. Mancano ancora 5 km ma per fortuna i primi due sono in discesa. Quando sto per entrare nella città mi si piazza dietro una macchina della polizia che mi scorterà fino all'arrivo. Sta piovendo molto forte e nel cercare di evitare le pozzanghere inciampo in un tombino rischiando di cadere e facendo compiere un movimento anomalo alle gambe che mi fa urlare dal dolore. Passo il ponte sul fiume Evrota e vengo anche raggiunto dai ragazzini in bicicletta che mi accompagneranno negli ultimi due chilometri. Sono ancora lunghi, ma ormai è fatta. Imbocco il viale, l'ultimo rettilineo ed ecco che si avvicina la statua di Re Leonida (mitico re di Sparta, eroe nella battaglia delle Termopili). Alcuni bambini mi corrono di fianco a piedi, altri mi seguono in bicicletta, gli automobilisti suonano il clacson e affacciandosi dal finestrino mi urlano “bravo!!”, la gente seduta al bar applaude e anche dalle terrazze applaudono. Tanti atleti che forse sono arrivati molte ore prima di te, ma anche tanti che sono stati costretti al ritiro e sono arrivati a Sparta coi mezzi dell'organizzazione, ti onorano stando a bordo strada. Dal loro applauso mi rendo conto che loro capiscono cosa vuol dire arrivare, anche solo arrivare, non importa il tempo. Purtroppo ad applaudirmi c'è anche l'amico Giorgio e mi dispiace un sacco che non abbia potuto coronare il suo sogno. Ci sono anche altri visi noti che purtroppo non ce l'hanno fatta (dei 24 italiani iscritti solo sei arrivati al traguardo, così come dei 363 iscritti totali solo 133 sono stati i finisher). Sempre molti ogni anno (circa i due terzi) sono coloro che si vedono costretti al ritiro, sopraffatti dall'enormità dell'impresa. In ogni caso, la filosofia d'approccio a prove “estreme” di questo tipo dice che l'importante è averci provato, essersi cimentati nell'impresa e ricordarsi che esiste sempre una seconda chance. Quando si è dato tutto non ci saranno mai rimpianti e si sarà comunque vincitori. In fin dei conti io sono solo più fortunato, in quanto ho goduto di maggior salute.
A differenza di altre gare, come ad esempio il Tour du Mont Blanc che feci l'anno scorso, qui nessuno ti annuncia al microfono con tono roboante, non parte la musica sparata dalle casse “a palla” non c’è il bagno di folla entusiasta. Il clima è molto umile, molto “spartano” direi, ma quel applauso nel mio cuore non avrà eguali. Stringendo forte i pugni e pensando “ce l'ho fatta!” salgo gli ultimi gradini e come vuole il rituale tocco il piede sinistro della statua più bella del mondo (in quel momento) e viene preso il tempo di arrivo. Mi si avvicinano le ancelle che mi pongono sulla testa la corona di ramo d'ulivo di Sparta, mi consegnano la placca e mi fanno bere in un antico vaso di terracotta l'acqua del fiume Evrota, proprio come venivano onorati nei tempi che furono i vincitori olimpici nell'antica Grecia. Foto varie, momento indimenticabile. Più facilmente dimenticabile il dopo, quando si avvicina l'infermiera che mi carica sulla sedia a rotelle e mi porta in infermeria per i controlli di prassi. I muscoli si stanno raffreddando e le gambe è come se fossero paralizzate. Ho anche un po' di nausea, ma per fortuna un the caldo mi rimette “in bolla”, giusto in tempo per il prelievo del sangue. Essendomi offerto volontario per uno studio scientifico sulla funzione renale negli sport di endurance, mi è toccato farmi prelevare il sangue il giorno prima, all'arrivo e il giorno dopo. La macchina organizzativa per fortuna funziona alla perfezione, così dopo avermi “rigenerato” con un massaggio ed una piccola flebo di non so bene cosa, ma a loro dire necessaria, mi caricano su un taxi e mi spediscono “quasi nuovo” in albergo. La serata si concluderà con la festa di piazza e i fuochi d'artificio. Il giorno dopo rientro ad Atene dove, presso la sala congressi di un grande hotel, si svolge la cerimonia di premiazione ufficiale con relativo banchetto, grazie al quale ho provveduto a ripristinare abbondantemente la perdita di peso subita durante la lunga corsa. Ognuno dei 133 concorrenti arrivati al traguardo ha avuto la sua premiazione individuale con tanto di medaglia, diploma, foto ricordo e di tutto un po'. Tutto ciò ha reso ancor più emozionante e indimenticabile questa avventura.
Dal punto di vista atletico-sportivo per le statistiche ho impiegato 30h11'29” a percorrere i 246 km (che per me sono diventati qualcuno in più) e senza l'errore di percorso probabilmente avrei finito sotto le 30 ore, tempo per me assolutamente inimmaginabile alla vigilia. Anche in virtù del fatto che sino all’edizione di quest’anno uno solo, degli unici 20 italiani che erano riusciti a toccare la statua nelle 26 edizioni precedenti, aveva impiegato meno di 30 ore. Compreso quest'anno avrei il quarto miglior tempo italiano di sempre. In classifica compaio al 29° posto e terzo italiano. Non avrei scommesso un centesimo. Resta il fatto che la prestazione ha subito una regressione pazzesca, perché ad un certo punto della gara ero addirittura undicesimo, quindi qualcosa che non ha funzionato c'è stato sicuramente. Ma va bene, probabilmente ho pagato la mancanza di abitudine a livello muscolare di correre a basse andature per così tanto tempo, ma tutto sommato la testa ha reagito abbastanza bene.
Il valore della mente è fondamentale in una prova estenuante come questa, alla quale si può arrivare con la migliore preparazione aerobica del mondo, ma se non si è allenati a sopportare la noia, l'incidere delle escursioni termiche, l'affiorare di temporanei microinfortuni o piccoli dolori, si diventa dopo poche ore altamente vulnerabili. Qui devi andare e basta, non c'è distrazione ma solo concentrazione, devi entrare all'interno del tuo corpo, ascoltarlo e percepire tutti i messaggi che ti invia, il corpo deve entrare in perfetta sintonia con la testa e cercare di scacciare ogni brutto pensiero tenendo solo quelli positivi (e dopo più di un giorno che corri e soffri, a trovarne di positivi hai obiettivamente qualche difficoltà). Non è come nelle gare fino alla maratona dove vale il principio “tanto lavoro fatto, tanto risultato ottenuto”. Quando si gareggia per così tanto tempo le variabili esterne all'allenamento si moltiplicano e assumono rilievo maggiore del solito; per questo motivo un atleta mentalmente forte può avere ragione di altri più preparati sul piano fisico.
E' comunque una sfida non contro gli altri, ma con sé stessi, tra la mente che spinge a continuare e il corpo che vorrebbe arrendersi. Mai come questa volta sono stato minato dal punto di vista mentale. Più volte avrei desiderato che qualcuno si fosse avvicinato per offrirmi la sua bicicletta per compiere anche solo cento metri oppure aggrapparmi al cassone di un camion per farmi trasportare anche solo per poche centinaia di metri. So per certo che mai l'avrei fatto, ma per la prima volta in vita mia l' ho desiderato e ho capito quanto non sia poi così difficile per la natura umana cadere in tentazione in condizioni di debolezza.
In conclusione posso ritenermi molto soddisfatto, ma non è il caso che mi monti la testa. Il mondo dell’ultramaratona è, in tutta franchezza, decisamente sopravvalutato e io ne sono l’esempio più lampante. Il fatto che non ci siano cospicui premi in denaro, in quanto sport di poca visibilità, tiene lontano i “fenomeni”, gli atleti superdotati che mai si rovinerebbero in prove come questa e forse tiene lontana anche la piaga del doping in quanto qui davvero il gioco non varrebbe la candela. Così anche uno sportivo dal potenziale genetico-atletico mediocre come il mio, ma dotato unicamente di buona volontà e di buona salute può arrivare a piazzarsi bene e a non sfigurare in questo tipo di gare. E questo non lo dico per falsa modestia (sono il primo che si compiace dei suoi risultati e dei propri miglioramenti), ma per scansare ogni equivoco quando mi viene chiesto di raccontare delle mie “imprese sportive”. I termini “eroe” ed “impresa” sono decisamente inflazionati. Oggi tutti sono pronti a compiere imprese ed a sbandierarle ai quattro venti. Le imprese, secondo me, sono altre, molto più vicine e concrete, quasi scomode da notare e per questo poco reclamizzate. Io le mie le chiamo “avventure” sportive, in cui do tutto me stesso e in cui cerco di trarre il massimo, per carità, ma tali sono e tali devono rimanere. Detto questo non significa che in quanto sopravvalutate non valgano la pena di essere vissute. Io sfido chiunque a non commuoversi al tocco del piede di quella statua, anche il keniota degli altipiani macchina da soldi per manager europei sfruttato negli anni buoni della carriera e poi abbandonato a se stesso. Sono sicuro che anche lui, che corre oltre i 20 all’ora per soddisfare giustamente la sua necessità primaria di riempirsi la pancia (e non come facciamo noi per cercare nuove emozioni per dare un senso alla nostra vita fin troppo agiata), se ne avesse la possibilità, si commuoverebbe.
Sull'aereo che mi riporta a casa, ripensando alle emozioni greche, qualche lacrimuccia è scesa.
Un’avventura del genere lascia il segno. Come diceva Steinbeck: “Le persone non fanno
i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.
Mi mancherai Spartathlon, mi mancherà tutto di te, anche la tua crudeltà. Non ho mai ripetuto le varie avventure sportive a cui ho avuto la fortuna di partecipare sia per non cadere nella routine e nella noia sia perché so che non riuscirebbero a regalarmi le stesse emozioni della prima volta. Però questa forse varrebbe la pena di essere rivissuta… ma prima sarà meglio dimenticare la fatica.
Fra tre anni ci sarà il trentennale e sono previsti grandi festeggiamenti. Chissà..."
“NEVER RETREAT NEVER SURRENDER. THIS IS SPARTA”.
Chersogno
01 ottobre 2009: LA SPARTATHLON 2009 DI GASTONE BARICHELLO, AZZURRO DELLA 24 ORE di Gastone Barichello
Caratteristiche gara:
Partenza da Atene con arrivo a Sparta.
Km. 247
Dislivello positivo 3000 mt.ca
75 ceck point
Tempo massimo 36 ore.
La partenza è alle 7:00' del mattino dinanzi alla maestosa Acropoli di Atene. Solo a respirarne l'aria ti senti parte di quella storia. Storia, leggenda mitologia, imprese sportive d' altri tempi, tutto si fonde in un' atmosfera che ti incute soggezione e ti impone rispetto e riverenza.
Al via tutti i migliori Ultramaratoneti del mondo, Giapponesi, Norvegesi, Danesi, Tedeschi, Francesi, Russi, Belgi, Americani e sino a noi Italiani presenti in 24.
Essendo la Spartathlon la più prestigiosa delle Ultramaratone internazionali la "caratura" stessa della gara e di massimo livello.
Pronti via si parte, man mano che il buio si dirada, la tensione si stempera e si inizia a pianificare ritmo e strategia di gara
Da Atene il percorso si snoda sulla costa sino a giungere a Corinto noto per il famoso stretto, qui siamo all' 80° Km e la temperatura sale sensibilmente sino a 35° con un elevato tasso di umidità, fondamentale bere continuamente e spugnarsi spesso, il ritmo è buono e al 40° Ceck Point sito a Nemea (123° Km circa meta' gara ) transito 24°, poi con l' apprestarsi della notte insorgono problemi di stomaco, forse causati dal forte caldo patito durante tutta la giornata, problemi che mi costringono a rallentare scivolando così attorno alla 40° posto. Giungo quindi alla parte più impegnativa del percorso in località Kapareli verso le 2:00' del mattino, dove ci si inerpica in un sentiero sterrato sempre più impervio, illuminato dalle "starlight" appese ai cespugli e alle rocce sulla montagna più alta della gara, 1200 mt. Spazzata da un vento gelido, per poi ridiscendere e tornare sulla strada. Di tanto in tanto passano le macchine dell' organizzazione con a bordo Atleti che per vari motivi non ce l' hanno fatta a proseguire oppure sono stati fermati dai giudici per non essere transitati in tempo a qualche cancello. Spero con tutto il cuore non capiti a me.
Lo stomaco nel frattempo ha ripreso a lavorare egregiamente ed a produrre nuova energia per le gambe che seppur protestando per i continui dislivelli, ( in totale 3000 mt di disl. Pos.) macinano un buon ritmo.
Ecco l' alba e con essa arriva la pioggia, siamo al 190° Km e ne mancano ancora 57 a Sparta, ma la mente è lucida e determinata, incremento il ritmo e risalgo posizioni su posizioni; a 10 Km da Sparta arriva una macchina della Polizia che mi si piazza alle spalle per tutelarmi dalle macchine che sfrecciano veloci, si entra in Sparta e vengo accolto da festosi ragazzini in bicicletta consapevoli dell' impresa che sto per compiere.
Passo il cartello dell' ultimo Km., la stanchezza, la fatica, i sacrifici fatti per giungere sin lì, tutto viene sovrastato da un' indescrivibile eccitazione, finalmente vedo la statua del mitico Comandante Leonida, punto d' arrivo della gara. Gli tocco il piede ( così vuole il rituale ) e viene preso il tempo d' arrivo 30:51'12'' 32° assoluto e 2° di categoria , le ancelle vengono a dissetarmi con un' anfora d' acqua, mi pongono sulla testa una corona d' ulivo.
SPARTATHLON: storia, mito, leggenda.
30 settembre 2009: FLAVIO DALBOSCO RACCONTA LA SUA SPARTATHLON 2009 di Flavio Dalbosco
Innanzitutto un doveroso ringraziamento a tutti quelli che mi hanno sostenuto ed incitato in questo tentativo… Purtroppo avete puntato sul cavallo sbagliato: un asino, per quanto incoraggiato e spronato, rimane sempre un asino! Pur con l’impegno e la volontà, non sono riuscito a raggiungere Sparta: perché?
Già prima della gara sapevo di avere poche possibilità a causa dell’allenamento carente: la tendinite del tibiale anteriore sinistro mi ha tenuto fermo a lungo quest’estate, e quei pochi allenamenti che sono riuscito ad effettuare li ho svolti in montagna, pensando alla Western States ed al Mont Blanc. Negli ultimi 4 mesi ho corso solo un “lungo” da 30 km in pianura, decisamente niente rispetto a quanto sarebbe necessario.
In gara sono partito molto cauto, al limite del tempo massimo. Al 3° check point avevo solo 3 minuti di vantaggio, ma sono rimasto tranquillo col mio ritmo blando. Il passaggio alla maratona in 4.20′ (20′ di anticipo) e a Corinto, 81° km in 9 ore (30′ dal limite) andavano bene. Dopo il 110° km, però, un dolore al piede destro, alla base del 5° metatarso, mi impediva di correre. Una pastiglia di antiffiammatorio mi ha permesso di riprendere il mio ritmo, e così è andata bene per circa 4 ore. Poi, però, il dolore è tornato. Per continuare avrei dovuto ricorrere ad aiuti chimici, ma essendo solo alla 20^ ora di gara non mi sembrava il caso di pensare di prendere pastiglie ogni 4 ore fino al traguardo, quindi almeno altre 4. Così ho deciso di arrivare fin dove sarei riuscito a stare nei tempi stabiliti, anche se l’andatura rallentava sempre più perché la corsa era troppo dolorosa e dovevo procedere al passo. Al km 156, a metà della salita più impegnativa del percorso, sono giunto al check point con 5 minuti di ritardo: senza grandi patemi d’animo ho consegnato il pettorale e sono salito sul bus. Mancavano ancora 90 km, e continuare sotto effetto di antinfiammatori sarebbe stato una scelta pericolosa. Il piede fa ancora male a 4 giorni di distanza, e zoppico a camminare: non oso pensare come potrebbe essere se avessi voluto fare altri 90 km!
I limiti esistono, e a volte ci si sbatte il muso contro brutalmente. La Spartathlon è una gara crudele, che esige tantissimo: anche podisti molto più forti di me hanno purtroppo dovuto ritirarsi per problemi vari.
In ogni caso sono contento di averci perlomeno provato. E’ stata un’altra bella esperienza, sia per la corsa in sè che per le persone incontrate.
Un bel sms, ricevuto dopo il ritiro, mi ricordava che “le sfide non si vincono né si perdono: si affrontano!”.
18 luglio 2009: SPARTATHLON 2009: IMPRESSIONI E CONSIGLI DI UN FINISHER 2008 CARMELO NUCIFORA dalla Redazione
Riceviamo e pubblichiamo con piacere una sintesi di quelle che sono le impressioni ricevute nel corso della sua ultima partecipazione alla Atene-Sparta, di Carmelo Nucifora, ultrarunner di grande esperienza. A completamento di questa sintesi, Carmelo ha inserito anche alcuni validissimi consigli per tutti coloro che saranno al via (assiemne a lui ...) anche a settembre di quest'anno, o per chi brama l'idea di prendervi parte in futuro.
"Ci siamo! Con il benestare da parte dell’ organizzazione, vista la regolarità dei requisiti per poter partecipare, parte la mia seconda avventura alla “Spartathlon”, ultramaratona di 246 km da Atene a Sparta nel tempo massimo di 36 ore ed in programma a fine Settembre.
L’ esperienza acquisita l’ anno scorso certo non è poca cosa ma, a parte una certa tranquillità dal punto di vista organizzativo, sicuramente la paura di non arrivare alla fine è la stessa se non di più.
L’ anno scorso, parecchi mesi prima della gara, ho incominciato a raccogliere informazioni a destra e a manca su ogni particolare relativo all’ organizzazione appunto, ma soprattutto cercando di trarre vantaggio dall’ esperienza di chi aveva già partecipato a tale competizione.
So quindi quanto importante può essere, per chiunque vi si avvicini per la prima volta, ricevere informazioni di ogni tipo.
Da mediocre ultramaratoneta certamente non posso dare indicazioni tecniche a nessuno, ad ogni modo magari commenterò brevemente la mia tabella d’ allenamento per meglio far comprendere come una sola cosa mi abbia portato al traguardo: La Testa!!!
LA PREPARAZIONE MENTALE:
Solo una grande convinzione, una grandissima voglia di arrivare alla fine, la certezza che non mi sarei mai ritirato per mia volontà e per nessun motivo, “solo” questo è bastato ad integrare quello che la preparazione fisica da sola non può fare. L’ apporto mentale è stato fondamentale sia prima che durante la gara. Per quanto riguarda il prima è fondamentale non commettere l’ errore (buca nella quale stavo per gettarmi) di confrontarsi con chiunque, fare paragoni di medie, velocità, chilometri ecc. Io personalmente, pur di avere più informazioni possibili, prendendo su internet nominativi e recapiti di chi aveva già affrontato quest’ avventura, senza saperlo mi sono trovato a paragonare la mia presunta tabella di marcia con i risultati finali di veri e propri campioni, partendo dal confronto di dati relativi a corse più brevi tipo il “Passatore”. La soluzione di questa proporzione matematica diceva che non ce l’ avrei mai fatta!! Superfluo dire che facevo tutto questo per capire se veramente avevo delle chance di tagliare il traguardo, non certo per gareggiare con qualcuno; in queste corse si compete con sé stessi, ma chi corre ultramaratone questo già lo sa.
Ho dunque iniziato con degli ingrandimenti del logo della corsa; uno per ogni stanza, ufficio bagno e garage compresi: ogni momento del giorno doveva ricordarmi l’ avvicinarsi dell’ evento, creare la giusta tensione. Poi, e questo è stato importantissimo, ho maturato l’ idea che non dovevo fare una corsa da 246 km facendo un conto alla rovescia, ma mi dovevo come dire rassegnare a correre e camminare per 36 ore, il tempo limite per qualificarsi. Durante la gara poi…..il top della follia! Quante volte posso essermi ripetuto a mente certe frasi e certi sms di incoraggiamento. Le frasi sono quelle di Yiannis Kouros, quello che chiamano il dio greco delle ultra, lette sulla rivista Correre. “Qualunque fisico dopo 70/80 chilometri è completamente svuotato, privo di risorse; a quel punto solo la forza mentale ti può portare avanti”. Dall’ alba del secondo giorno poi ho addirittura smesso di pensare ed ho cominciato ad incoraggiarmi da solo…..rigorosamente a voce alta, per lo stupore di qualche concorrente coreano.
LA PREPARAZIONE FISICA:
Di maratona in maratona arrivo a fine Maggio al Passatore dove con una buona condizione fisica chiudo la gara a 11h e 18m, circa 50 minuti in meno rispetto all’ anno precedente; l’ entusiasmo di partecipare alla Spartathlon forse faceva già i suoi effetti.
A fine Luglio sono alla Rimini Extreme, 100 km. Probabilmente già con la mente proiettata ai 200 e oltre km sottovaluto l’ impegno e, complice un violento acquazzone, mi fermo al 35° km; preferisco avere meno allenamento ma non rischiare però di prendermi un malore che mi avrebbe fatto perdere giorni preziosi. A fine Agosto 35/40 km di corsa casalinga sulle nostre montagne. Questo per quanto riguarda i lunghi, mentre gli allenamenti infrasettimanali, massimo due, consistono in corse veloci da 45 minuti o step per 20/25 minuti. La strategia quindi è quella di avere una buona velocità su tratti di dieci km o poco più associando una camminata decisa e di forza sulle salite
LA CORSA
La difficoltà più grossa è quella di passare i check point eliminatori entro i tempi prestabiliti che tutto sommato non sono poi così ampi, così come il tempo totale a disposizione. Tenersi un margine di scarto costante può non bastare, soprattutto per chi come me, grazie alla nostra Pianura Padana dove non trovi mezza salita né discesa, non è particolarmente allenato ad affrontare dislivelli.
Al controllo dello stretto di Corinto, quindi a 80km circa, un terzo di gara, mi sono costruito un margine di vantaggio di 55 minuti. Per fortuna!! Al km 160, dopo aver valicato il Sagas, la montagna, arrivo con zero, dico “zero”, minuti di anticipo. I controlli sono piuttosto severi, soprattutto ai check point principali, e due minuti in più di ritardo avrebbero fatto scattare la squalifica. Probabilmente anche questo mi è servito a tirare fuori tutte le energie che credevo di non avere più, e così ho ripreso a correre con un’ andatura tale da stupire me stesso ed a guadagnare di nuovo minuti ristoro dopo ristoro. L’ idea di dovere iniziare tutto d’ accapo l’ anno dopo mi fa allungare ulteriormente il passo. La questione andava chiusa, e subito!! E così penso positivo immaginando l’ arrivo, la gioia, la festa….mi incito da solo parlandomi a voce alta, mi batto le mani. Le crisi, che inesorabilmente arrivano, non mi fanno paura. A questo mi sono preparato molto bene; con un occhio al crono, dopo qualche manciata di minuti al passo, si può riprendere a correre con la stessa voglia e la stessa tenacia di prima.
Dal punto di vista paesaggistico la gara non è poi così bella, ed anche per questo facevo di tutto per finirla e non tornarci mai più!! Ma con il passare del tempo restano in testa solo le cose belle: qualche bel paesaggio, qualche tratto di strada percorso in stupenda compagnia degli amici italiani, dagli esordienti ai grandi campioni che ringrazio per i consigli che mi hanno dato; per finire con le indescrivibili emozioni che la Spartathlon può dare.
Arrivo a Sparta in 35 h e 04 m, le ultime centinaia di metri sono indescrivibili, Enrico (si, proprio quel grande ultramaratoneta che scrive in questo sito) mi passa la Bandiera Italiana e con questa stretta fra le mani taglio il traguardo!!
Ogni ultramaratoneta merita tutto ciò, quindi…….
In bocca la lupo ragazzi! Ci vediamo ad Atene…….anzi a Sparta!!!"
Carmelo.
I VOSTRI ARTICOLI
21 gennaio 2010: IL MIO ULTRATRAIL DEL LAMONE di Michele Rizzitelli
Ancora un fiume sulla strada del popolo delle lunghe, in questo inizio 2010. Dopo il Brembo che lambisce Treviolo, ecco il Lamone che “bagna” Bagnacavallo. Diverso, però, è stato l’approccio con il corso d’acqua. Toccata e fuga per venti volte quello proposto dal trio bergamasco, un unico e prolungato abbraccio quello offerto dalla coppia abruzzese-romagnola.
L’hanno chiamata “Maratona della Pace”. Quale reale contributo possono dare un centinaio di atleti raccolti in una piazza di un piccolo paese della Romagna? Come si fa a mettere d’accordo 6 miliardi di persone! Un risultato, comunque, è stato raggiunto: aver accontentato maratoneti ed ultramaratoneti, che mettono un’altra impresa nel carniere. Un affare per gli ultra, che compiono soltanto un piccolo sforzo in più (48 km).
Attratti dall’esistenza, in questa località, di sorgenti medicamentose che rendono forti coloro che si bagnano, cavalli e giovenche sono venuti ad immergersi per fare miracoli nelle prossime gare. Scalpitano irrequieti nell’ellittica Piazza Nuova. Ed hanno ragione, per essere stati rinchiusi un’intera notte nelle celle dei frati nel convento di San Francesco, un ostello suggestivo. Chi si accontenta di mettere solo fieno nello stomaco, paga 10 Euro; chi chiede anche un po’ di sale in testa, sborsa 20 Euro, e riceve le “12 Ore” di Andrea Accorsi; chi desidera ferrare gli zoccoli con un prodotto di marca, sgancia 50 Euro.
Per contenere l’irruenza e far rispettare le regole della gara, Enrico Vedilei ha chiamato Valentino Caravaggio dal Molise, Giordano Lucidi dalle Marche, il purosangue infortunato Ivan Cudin dal Friuli, e quanti altri abbia potuto racimolare.
Criniera al vento, come si addice ad un cavallo di razza, nitrisce Fabio Marri, che mi informa essere quest’anno l’unico in cui stazioniamo nella stessa categoria, quasi a lanciarmi il guanto di sfida (Maratona della Pace!). Gli è accanto Daniela, giovenca dal biondo crine, pacifica e misurata.
Dato l’ordine di rompere le staccionate, gli equini si lanciano sugli argini erbosi che contengono le acque cineree del Lamone. Sulla campagna, che appare nella sua spoglia veste invernale, incombe un cielo grigio pregno di umidità. Fabio Marri scompare subito dalla mia visuale, occultato dai meandri. Angela, in giornata negativa, si allontana sempre più dalle mie spalle. Sul mio collo soffia l’alito salmastro di Francesco Capecci, cavallo di mare.
Al giro di boa del 10°km, i cavalli s’incrociano e, dal loro galoppo, si possono distinguere i purosangue, quelli da tiro, i mustag, i pony. Si scambiano saluti, parole di pace e d’incoraggiamento; in realtà, ognuno controlla il diretto avversario, e calcola il vantaggio o il ritardo accumulato. Colpisce l’aggressività della giovenca dal pelo bruno che transita per prima, e la tranquillità sorniona della giovenca dal pelo biondo che la tallona a pochi metri. Per quanto di mia competenza, Fabio Marri ha un vantaggio incolmabile.
Al 21°km, non sento più sul mio deretano il respiro pungente di Francesco Capecci. Forse ha paura della lotta, forse vuole conservare le energie per i prossimi punti-maratona (Vito Piero Ancora e Mario Liccardi sono avvisati!), per cui fa marcia indietro ed opta per la maratona.
Al giro di boa del 24°km, molti cavalli smettono di trottare e si danno al pascolo. Il mio distacco da Fabio rimane immutato. Si riduce ad otto minuti all’ultimo giro di boa posto al 39°km. Dicono che, negli ultimi nove chilometri, il professore si sia più volte girato nel timore che comparisse la mia sagoma azzurra. Sul traguardo ho accusato un ritardo di sei minuti. Per il momento mi è bastato incutergli timore, poi si vedrà.
Non doveva essere la Maratona della Pace? Sembra il reportage di un inviato di guerra. Queste sono le battaglie che vogliamo!
Sarà stata l’aria fluviale o la dolce melanconia del percorso sugli argini, a fine gara avevo una fame da cavallo. Ho usato come biada una piadina, ed ho cavalcato per 600 km verso Sud.
Domenica prossima non ci sarà un altro fiume. Ci attendono i colli iblei di Ragusa. Difficilmente ci saranno in gara i 250 cavalli del Brembo o i 120 del Lamone. Molti non ce la faranno a percorrere la lunghezza dello Stivale e tutta la Sicilia, e rimarranno a riposare nelle calde stalle. Per far parte del popolo delle lunghe non è sufficiente essere cavalli di razza, bisogna essere anche muli da soma.
Barletta, 21/01/2010
Michele Rizzitelli
15 ottobre 2009: LA MIA SPARTATHLON 2009
di Giovanni Migneco
Atene, 25 settembre 2009…..
Sono le 06:40 e sono ai piedi del Partenone assieme ad altri 380 atleti di tutto il mondo in attesa della partenza della Spartathlon; già ma io guardandomi intorno e vedendo una serie “sconfinata” di campioni mi chiedo che ci sto a fare qui in mezzo?
Un po’ tardi per porsi domande del genere, così come è inutile chiedersi se il ginocchio reggerà. I minuti passano veloci tra gli incoraggiamenti reciproci di noi italiani e le foto che immortalano questi attimi carichi di tensione, di speranza e di tante altre cose.
07:00 partenza! Tutti giù per la leggera discesa che dall’Acropoli ateniese ci porta direttamente nel cuore della città e del suo traffico. Scambio di cortesie e saluti con gli atleti stranieri conosciuti in giro per le gare di ultramaratona, auguri e frasi d’incoraggiamento con gli altri componenti del “team” Italia e mi ritrovo a correre con l’amico e compagno di squadra Ugo. Decido di correre qualche chilometro con lui, e così arriviamo verso il 13 km quando Alessandro (Papi) si stacca da un gruppetto d’italiani per aspettarci. Li lascio andare via subito per non cadere nella tentazione di seguire il loro ritmo che potrebbe essere fatale per me. E resto solo, solo con me stesso e i miei pensieri cercando di capire perché appena provo ad incrementare il ritmo mi sembra che il cuore vada troppo su di battiti.
Corro e mi ascolto quando ad un certo punto sento una voce:
-tranquillo, stai tranquillo va tutto bene.
Mi guardo intorno ma sono solo! O cavolo se già ho le visioni che ne sarà di me? E di nuovo quella voce:
-non hai le visioni. Hai chiesto aiuto nelle tue preghiere e noi siamo qui per aiutarti
-Gianni: voi siete qui per aiutarmi? Ma chi siete?
-P: diciamo tre entità inviate per starti vicino durante questo “viaggio”. Io sono P e mi occuperò
dell’aspetto sportivo
-S: io sono S e cercherò di darti una mano per quel che riguarda la volontà
-M: e io sono M e m’impegnerò a farti trovare la forza negli affetti e nelle cose a te care
-G: quindi sono messo veramente male se ho bisogno di tre aiutanti
-S: senti vedi di smetterla di pensare in questo modo. Non ho grosse esperienze sportive, anzi non ne ho
proprio ma ti garantisco che pensare negativo porta solo a sbagliare tutto più rapidamente; quindi animo,
pensa positivo e vai avanti che la gara è appena cominciata!
-P: concentrati sul gesto, cerca di trovare armonia tra respirazione e falcata, vedrai che questo ti aiuterà a vincere la tensione che ti fa andare il cuore un po’ svelto. Poggia bene il piede e cerca di mantenere elastico il passo per non affaticare prima del tempo il ginocchio
-G: bene, e tu M non hai niente da dire?
-M: per adesso no, non hai bisogno del mio aiuto, è presto!
Ma porca miseria non bastava la pressione che sentivo? Quella derivante dal fatto che è un anno che mi alleno per questa gara, che è alimentata dalle aspettative degli amici e compagni di squadra; adesso pure gli aiutanti! E poi chi sono io per avere non uno ma tre angeli custodi durante questa gara?! Mah inutile starci a pensare, andiamo il più avanti possibile.
-PMS: no, non il più avanti possibile, avanti fino in fondo!
-G: oh Signorenon posso neanche pensare che mi leggete nella testa, non è giusto!
-M: a parte che per noi è normale, lascia stare in pace il Signore
-G: va bene, va bene penso a correre che è meglio
-M: ecco bravo, e goditi anche il panorama. Guarda c’è il mare
E’ vero, rimanendo concentrato non mi sono accorto che sono arrivato a Megara al 40 km e alla mia sinistra in basso c’è un golfo con un mare incantevole. Questo tratto aiuta, anche se già da un pezzo si va in salita. Sono circa tre ore e quaranta che corro e mi sembra che il ritmo cardiaco sia tornato alla normalità. Meno male; ora sento un fastidio al tendine di achille destro, quello che negli scorsi anni mi ha dato non pochi problemi. Devo concentrarmi sull’altro grande check point, il numero 22 al km 81 a Corinto. Lì si potrà fare un primo bilancio dopo un terzo di gara.
- P: cerca di mantenere vivo il passo, ai ristori intermedi prendi solo l’acqua e alimentati con quello che
hai con te. Devi cercare d’incrementare un po’ il vantaggio sul tempo limite.
-S: fossi in te mi fermerei pochissimo anche a Corinto, è anche lì che puoi guadagnare un pochino
-G: ci provo, questo tratto di strada è forse il più brutto perché è tutto su una statale molto trafficata soprattutto da camion e da auto che vanno velocissime!
-M: si, stai attento e corri sulla sinistra della strada. Come và con le motivazioni?
-G: per il momento bene, voglio provare ad andare fino in fondo sperando non mi capiti nulla di serio a livello fisico
Ma non è solo quello, devo stare attento al mangiare e al bere, non devo sbagliare i ritmi, devo stare attento al tempo dei passaggi, è una gara durissima anche per questo non solo per i suoi 246 chilometri.
Adesso riesco a scambiare due parole con Gabriele (Bortolotto) e Flavio (Del Bosco) due ottimi corridori di trail. E già da un po’ che andiamo avanti più o meno insieme. Ecco il canale di Corinto, bellissimo! Che panorama, e che grandiosa opera dell’uomo; è un canale artificiale che collega il golfo di Corinto con il mare Egeo tagliando in due l’omonimo istmo che a sua volta collega il Peloponneso alla Grecia.
Corinto check-point 22 al chilometro 81; no, non può essere, quello seduto è Daniele (Cesconetto) uno dei più forti di noi italiani! Mentre Anna,la moglie di Ugo mi prende il sacchetto che ho inviato e un piatto di pasta mi avvicino e provo a parlarci:
-G: Daniele che hai? Dai alzati prova a venire con me, ho un ritmo che potrebbe permetterti di superare la crisi
-Daniele: no Gianni ho le gambe di marmo, non si alzano più, mi fanno male. Tu vai non stare a perdere tempo, vai non fare il “mona”
Daniele è una persona stupenda, non ho conosciuto molte persone buone come lui; e poi gli voglio un gran bene; con un groppo in gola mi piego e gli dò un bacio in fronte invitandolo a provarci. Cosa che poi proverà a fare per qualche altro chilometro prima di fermarsi definitivamente.
-S: sei stato buono con Daniele; pensavo che in gara ci fossero solo avversari e che bisognasse dare tutto per superarli
-G: normalmente è così, ma ci sono gare come queste dove emergono forti i sentimenti di solidarietà ed amicizia. E poi ha importanza l’appartenere allo stesso team e qui il team è l’Italia
-S: va bene, non t’incavolare, ho capito il senso di quello che vuoi dire
-G: non lo so se l’avete capito, sono cose difficili da spiegare
-P: ti riferisci al fatto di sentirsi un gruppo, condividere obiettivi e per questi impegnarsi e battersi al massimo delle proprie possibilità con lealtà e spirito di sacrificio, condividendo momenti buoni ad altri meno? Oppure a quella sensazione di felicità che ti anima quando c’è un aiuto reciproco, quando ci si sente tutti uguali davanti alla fatica e alla speranza di arrivare, di riuscire in quello per cui ti sei tanto preparato? Se vuoi continuo, ma stai tranquillo che abbiamo capito.
-G: parli come se avessi fatto sport
-P: un pochino
-M: si ma adesso pensa a come affrontare il prossimo tratto che ti separa dal check-point 35 al 123 km, cioè a metà gara
-G: non vi si può nascondere nulla. Comunque a parte che i km saranno 124, sarà importante arrivarci con un’ora di vantaggio; dopo ci sarà il maledetto pezzo che porta alla montagna, quello dove lo scorso anno mi cedette il ginocchio
-M: tu stai tranquillo, non ci pensare e in quei momenti concentrati sulle cose che ti fanno stare bene
Intanto i chilometri passano e non vedo più vicino a me Gabriele, mentre Flavio si era staccato già prima di Corinto. Finalmente la strada è più tranquilla; queste sono vie secondarie dove il traffico è limitato e, soprattutto , si snodano tra campagne, vigneti (ci fosse Emilio, quante ne inventeremmo sulla “spremuta d’uva”) e paesini piccoli ma carini. Sto entrando a Soulinari intorno al 94° km; quanti bambini e ragazzi che vanno incontro ai podisti chiedendo loro un autografo da collezionare sui loro quaderni! Emozionante, non vorrei perdere tempo ma non riesco a respingere le loro richieste e scarabocchio qualche firma; in cambio ricevo sorrisi ed incoraggiamenti specie quando i ragazzi vengono a sapere che sono italiano e vengo da Roma! Tutto molto bello; ora però voglio accelerare un pochino perché vorrei incrementare il margine sul tempo limite che a Corinto era di 29 minuti.
Superato il 100° km con 35’ di margine; se a Nemea voglio fare le cose con un minimo di calma devo avere più vantaggio.
Mentre mentalmente organizzo le azioni da fare al check-point del 124° km scorgo la figura di Giorgio Garello un forte ultramaratoneta, un amico con il quale ho condiviso tante avventure, su tutte la prima edizione Fidal del campionato italiano di 24 ore quando ci piazzammo lui secondo ed io terzo vincendo entrambi il titolo italiano nelle rispettive categorie! E le sfide per le classifiche dei GP IUTA in giro per l’Italia praticamente su tutte le distanze? Adesso procede al passo e la sua espressione non promette nulla di buono, lo avvicino e gli chiedo:
-G: Giorgio che hai? Stai rifiatando un po’?
-Giorgio: mi tira la coscia, quella che mi ero infortunato a dicembre, non riesco a mantenere i ritmi e anche camminando mi duole; arrivato a Nemea faccio il punto della situazione
-G: non mollare Giorgio, lo sai meglio di me che a volte i dolori possono dipendere dall’affaticamento e magari cambiando passo tendono a sparire. Prova a farti fare un massaggio, tra tre chilometri siamo al check-point
Vado avanti, ma come per Daniele mi assale un po’ di tristezza, la gara si sta rivelando come da pronostici durissima ed altamente selettiva.
Entro al check-point 35 situato a Nemea e preso il mio sacchetto mangio due omogeneizzati, uno di carne e uno di frutta, mezza banana, un pocket coffee, Rifornisco il marsupio, mi metto i manicotti, l’antivento, la lampada frontale, ne aggancio una di riserva alla cinta, prendo un piatto di pasta che inizio a mangiare avviandomi di passo lesto.
-M: come mai stai sorridendo?
-G: stavo pensando a chi, in altre gare, mi ha visto mangiare queste cose provando diciamo un senso di nausea, e a mio fratello che in queste cose è diverso da me e mi apostrofa sempre dicendo “….ma come c…. fai? Non ti fa schifo?....”
-M: avevo intuito
-G: allora perché me lo chiedi?
-M: per distrarti un po’
-G: grazie, ma adesso inizia un tratto lungo fino al 148 km molto brutto, saliscendi spesso su sterrato, scarsamente illuminato; e poi ho un conto in sospeso con questo tratto
E’ vero, lo scorso anno fu proprio lungo questo tratto che il ginocchio, dopo i problemi avuti a Roma, iniziò a gonfiarsi rapidamente, facendomi zoppicare e obbligando uno dei medici della corsa a fermarmi. E’ passato un anno di cure, sacrifici, allenamenti e rabbia in attesa di questo momento.
Ma quelli sono Ugo (Zuccari) ed Alessandro (Papi)! E che cavolo! cosa c’è che non va?
-G: Ugo ma che succede?
-Ugo: niente Già, Alessandro ha problemi di stomaco, appena manda giù qualcosa rigetta. Tu va avanti non ti preoccupare, sto con Alessandro un altro po’, ti raggiungo dopo
-G: ma tu come stai? Il dolore allo sterno?
-Ugo: sto bene, il dolore allo sterno non lo sento, adesso vattene non mi fare incazzare
Continuo con il mio passo e piano piano mi allontano, e iniziano ad assalirmi dubbi sulla possibilità di concludere la gara.
-S: non devi farti influenzare dall’andamento degli altri
-G: Ugo e Alessandro non sono altri, sono amici e vorrei fare qualcosa per aiutarli
-S: l’unico aiuto è fare come ti ha detto Ugo, vai avanti
-P: Ugo è più veloce, se decide di raggiungerti lo farà. Poi capisco il dispiacere per gli amici, ma proprio per questo chi ce la fa deve andare avanti, anche per un risultato di team
-G: sì ma la gara è ancora lunga per pensare a queste cose
-P: che ti dicevo, sta arrivando Ugo
-G: Ugo, e Alessandro?
-Ugo: sta venendo su di passo, muscolarmente sta bene ma non riesce ad alimentarsi, comunque non è tanto distante
-G: e tu? Hai una faccia strana
-Ugo: niente, un po’ di stanchezza, ma mi sento di andare avanti bene
-G: meglio così, tra poco inizia la salita che porta ai piedi della montagna e stare assieme aiuterà entrambi
Sono due stagioni che io e Ugo ci alleniamo spesso assieme, più di un anno e mezzo e le parole servono a poco, ci capiamo guardandoci in faccia. E io non sto vedendo una faccia serena, Ugo ha il volto contratto anche se continua a dirmi di stare bene. E con questi pensieri in testa inizia la salita che fiancheggia la catena montuosa Artemisio e che ci porterà a superare il monte Partenio attraverso il passo di Sangas.
L’inizio è costituito da circa tre chilometri di salita su sterrato, poi c’è la parte asfaltata con una serie di tornanti che s’inerpicano per sei chilometri; il finale è pirotecnico, niente strada, niente sentiero, solo una pietraia lunga due chilometri che sale a zig-zag, durissima.
Proprio all’inizio dei tornanti, ad uno dei ristori, Ugo mi dice:
-Ugo: Gianni vai, stai andando bene; io aspetto Alessandro e cercherò di aiutarlo in questo che il pezzo più impegnativo. Intanto mi siedo e riposo un minuto
-G: Sicuro di stare bene?
-U: si,si, ho solo un fastidio ai tibiali, ma non ti preoccupare tu vai, caso mai ci si vede dopo
Ricomincio ad andare, ma saprò più tardi che quei fastidi erano veri e propri dolori dovuti ad un’infiammazione dei muscoli tibiali. E costringeranno Ugo a fermarsi, anche lui come gli altri amici.
Questo momento arriva al campo base posto al 160° km, proprio prima dell’ultimo tremendo pezzo di montagna; e qui che Manuela (la moglie di Alessandro a cui sta prestando assistenza) mi dice di andare che Ugo per i dolori ha deciso di fermarsi.
Questa volta non è la tristezza il sentimento che mi prende ma la rabbia, una rabbia che mi fa affrontare di petto la “mulattiera” incurante dei rischi per il ginocchio.
-S: bravo così si fa; guarda come salgono gli altri, cerca di rubare con gli occhi la tecnica migliore per salire
-G: porco cane è la terza volta che scivolo, e mi è pure volata via la lampadina frontale che mi aveva prestato mio fratello
-P: concentrati sulla salita, cerca di non farti male
-G: già fatto: buco alla mano destra ed escoriazione alla parte esterna del ginocchio sinistro; mi sa che Erodoto ha scritto un po’ di fesserie, avrei voluto vederlo Filippide scalare ‘sta montagna con i suoi sandalini!
-M: dai che ci sei, le senti quelle voci? Sono degli addetti al ristoro posto in vetta
-G: vero! Chissà come hanno fatto a portare la roba fin quassù
-S: salendo dall’altra parte, furbo!
-G: non ci avevo pensato, mi sa che sto entrando nella fase del rincoglionimento!
-P: nel caso svegliati perché la discesa è più pericolosa della salita
Al ristoro neanche mi fermo, vado avanti con estrema attenzione. E mentre scendo con un’andatura simile a quella che tiene uno che se l’è fatta sotto molti mi superano andando a palla! Sicuramente atleti avvezzi al trail, belli da vedersi ma in questo momento mi fanno girare le scatole non poco.
Finalmente finisce anche la discesa ed entro a Nestani al chilometro 172, check-point 52. E’ ora di fare un po’ di conti: sono le 06:40 sono 23 ore e 40 che corro, ho 50’ di margine sul limite; incredibile ho iniziato la salita con 55’ di margine, sono arrivato in cima con 58’ di vantaggio (quindi in salita ho guadagnato altri 3’) e concludo la discesa perdendone 8!! Chi se ne frega, intanto ho superato i due terzi di gara. Il caldo di ieri, la temperatura ha raggiunto i 33°, è sostituito dalla pioggia di questa seconda giornata di gara.
-G: le peggiori condizioni di gara, dal caldo al fresco e alla pioggia sferzante
-P: non hai sempre sostenuto che preferisci correre con la pioggia che con il sole?
-G: sì. È vero, ma pensare di fare il resto della gara sotto l’acqua non mi è di conforto
-S: e tu pensa che sia vino!
-G:ahahahahah mi hai fatto ridere. E poi in questo momento neanche riesco a pensare a liquidi diversi dall’acqua; frizzante naturalmente
-P: la gara inizia adesso, cerca di trovare un’andatura che ti consente di andare avanti economizzando al massimo
-G: credo che tra breve la soluzione sarà naturale, non potendo alzare le gambe per la stanchezza le muoverò quasi senza staccare i piedi da terra, pattinando in pratica
-S: non è un’idea malvagia, tra l’altro il fondo stradale bagnato dovrebbe aiutarti
-M: non frenare i pensieri, concentrati su ciò che ti fa star bene
-G: ogni volta che penso ai miei cari mi vengono i brividi
-M: è energia, usala
Non solo i miei cari, ma anche il pensiero degli amici e dei compagni di squadra mi sprona e mi fa andare avanti. Un passo dopo l’altro entro in quello stato tipico degli ultramaratoneti: un vuoto all’interno del quale ci sei solo tu, il tuo respiro, il rumore del tuo cuore, i tuoi passi e diventi un tutt’uno con quello che stai facendo, godendo della totale armonia tra il fisico e lo spirito. In questo stato i chilometri, indipendentemente dalla velocità con cui si corrono, passono via velocemente e vai avanti.
In questo stato arrivo al km 203, ovvero l’ignoto! Non avevo mai corso oltre i 202, 400 chilometri della Nove Colli. Caspita manca SOLO una maratona alla fine! Solo una maratona, non posso credere a quanta differenza ci sia tra i due avverbi “solo” e “ancora”. Esprimono due stati d’animo completamenti opposti, il primo indica la voglia e la determinazione, il secondo la fatica che sta vincendo portandoti alla rassegnazione.
Ma oggi manca SOLO una maratona!
-S: oh così si ragiona, dai, forza, insisti che il traguardo non è poi così lontano
-M: inizia ad usare le energie speciali, quelle che tu chiami JP4 e che sono così importanti
-G: ho già iniziato, gli affetti sono il carburante speciale per mantenere salda la determinazione. Almeno per me è così, per gli altri non so
-P: sei arrivato al ck-point 68 al 222° chilometro, hai 55’ di margine. Bene, dal 200° hai incrementato il vantaggio di 5’ e sei passato dalla posizione 108^ alla 104^
-G: non lo immaginavo, bene così. Per caso sapete gli altri italiani che stanno facendo?
-M: Siete rimasti solo in sei, dietro c’è Alessandro che combatte con la nausea ed i cancelli, ma continua ad andare avanti; vedrai che ce la farà
-G: solo in sei! E’ un massacro!
-P: no, è lo sport; è nell’ordine naturale delle cose relative a questa disciplina
-S: se ti è rimasto qualcosa tiralo fuori, se non ti è rimasto nulla inventatelo ma devi arrivare in fondo
-G: non mi fermo neanche se mi sparano! Nel caso mi butto per terra e rotolo fino al traguardo!
-P: te la senti di attaccare il muro delle 35 ore?
-G: si!
-P: allora è il momento di andare, come dici tu manca SOLO poco più di una mezza maratona! Concentrati sul ritmo e cerca di stare il più equilibrato possibile sulle gambe, non è il caso di sbilanciarsi perché con la fatica accumulata ci vuole poco a far saltare qualcosa
-G. vado dritto come un fuso, anche perché appena cambio postura sento un po’ di fastidi
-M: dove?
-G: a parte le orecchie da tutte le parti!
Chilometro 210, da una casina esce una vecchietta e mi fa segno di aspettare e torna dentro! Riesce quasi subito, mi chiede da dove vengo e saputo che sono di Roma in un italiano stentato mi dice “ quando sei stanco odora questi rametti, ti aiuteranno ad andare avanti”, e mi regala due rametti di basilico selvatico! Mi commuovo, è un gesto semplice ma inaspettato e carico di significato. Annuso il basilico e riprendo a correre con maggior lena.
Un altro giapponese, ma quanti sono! C’è stato un pezzo, diverse ore fa, dove attorniato da sei giapponesi mi sono sentito come Jonathan E il protagonista del film Rollerball quando nella semifinale del gioco(Rollerball, appunto) rimane solo attorniato dai componenti del Tokio Team!
Supero anche questo e punto altri davanti a me qualche centinaio di metri. Sto andando come non mi aspettavo, nessuno mi sta più superando mentre io continuo a raccogliere atleti che vanno più piano di me! E’ incredibile come dopo tutti questi chilometri è tutto relativo. Starò andando al ritmo di 7’ al km, forse più, ma mi sembra di volare!
Intanto la strada, che negli ultimi 30 chilometri ha attraversato le tipiche colline greche, punta decisamente verso la valle dell’Eurota, il fiume sacro di Sparta, al centro della quale si trova l’antica città sede dell’arrivo di questa gara corsa nel mito.
Mille scene affollano la mente: gli allenamenti, il dolore degli infortuni, l’impegno, le sedute enotattiche con gli amci e compagni di tante avventure, tutti quelli con i quali mi sono allenato, e….
-S: bravo, ce l’hai fatta! Complimenti per la volontà, la determinazione. A me sono sempre piaciute le persone che hanno grinta, che ce la mettono tutta indipendentemente da come va a finire
-M: è vero, mi hai fatto provare una forte emozione, anche perché oltre alla testa hai usato le ragioni del cuore
-P: hai raggiunto il tuo obiettivo, quello per cui hai lavorato tanto. E lo hai fatto con una condotta di gara tecnicamente corretta in relazione alle tue caratteristiche e a quello che potevi dare
-G: grazie! Grazie per essermi stati vicini durante tutta la gara, è stato un aiuto determinante
-PMS: adesso noi andiamo via abbiamo assolto al compito; tu sei arrivato, quello è l’ultimo punto di controllo, ti mancano solo 2,1 chilometri. Goditeli tutti, correrai come in un sogno, e lasciati andare adesso è anche giusto farlo.
-G: ma andate via proprio adesso, nel finale? Che senso ha, non è giusto, rimanete.
-PMS: Non ti preoccuppare, vogliamo che ti gusti il finale e non ti preoccupi di noi. Al traguardo, sotto la statua di Leonida se alzerai lo sguardo vedrai che ci saremo anche noi. Vai adesso! Ciao
-G: ciao!
Ora sono solo, entro in Sparta e subito l’atmosfera diventa incredibile: dai balconi dei palazzi la gente incita, applaude, agita bandiere; lungo la strada due file di persone segnano il percorso che porta all’ultimo viale di ottocento metri circa. Ecco questo è l’ultimo chilometro e due ragazzi e una ragazza mi vengono a prendere per scortarmi in bicicletta fino al traguardo. Ai ragazzi regalo ad uno la borraccia termica, all’altro l’antivento, alla ragazza il cappellino che mi ha protetto dal sole prima e dalla pioggia dopo, il cappellino della Spartathlon.
Curva a sinistra, controcurva a destra, entro nell’ultimo viale ed entro in un sogno!
Adesso ci sono due ali di folla fino al traguardo e in prima fila ci sono tutti gli italiani, sia quelli arrivati sia quelli che sono stati costretti a fermarsi, e con loro i parenti e gli amici che li hanno accompagnati. Si leva al cielo un urlo unico, quasi coordinato, che spinge con forza sempre maggiore. Con lo sguardo incontro Ugo che scoppia a piangere, Giorgio s’inchina in senso di rispetto per l’impresa e mentre Michele (Rizzitelli) mi affianca di corsa gli altri mi danno il cinque e mi tempestano di foto! Ed io mi ritrovo con la bandiera del nostro paese tra le mani e, come tradizione di chi arriva, la porto con me al traguardo di Leonida! Non proverò mai più un’emozione così intensa nella mia vita sportiva! Vorrei durasse a lungo ma le gambe volano a un ritmo assurdo dopo 246 chilometri, e fatti velocemente gli scalini arrivo da Leonida, tocco il piede sinistro della statua, simbolica fine della gara.
E’ finita! Due ragazze nelle vesti delle ancelle spartane mi offrono da bere da una coppa l’acqua sacra del fiume Eurota e mi mettono sulla testa la corona di ulivo. Cerimoniale coerente con quello riservato ai vincitori dei giochi olimpici antichi. Un responsabile mi offre la targa destinata a tutti coloro che concludono la gara.
Mi lascio andare all’abbraccio di tutti i compagni di questa avventura e condivido con loro le lacrime di gioia di questi momenti.
Quindi ricordandomi le ultime parole dei miei “protettori” alzo gli occhi al cielo e tra le nuvole finalmente li vedo, sono felici e sorridendo mi salutano con la mano.
Grazie ancora per quello che avete sempre fatto per me, ciao Mamma, ciao Papà, ciao Suocero