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OLIMPIADI ANTICHE 2^ Parte

27 giugno 2009 di Franco Anichini
Olimpiadi Antiche: il Pentathlon
 
Proseguiamo la narrazione tecnico-storica delle gare che si svolgevano nell'ambito dei Giochi di Olimpia occupandoci ora del pentathlon, la gara che i greci consideravano la più probante per determinare l'atleta più meritevole dei Giochi stessi. Le Olimpiadi erano così importanti che venivano utilizzate anche come calendario, così che non si diceva "il tale avvenimento è accaduto nell'anno tal dei tali" ma, ad esempio, "è accaduto nel ... terzo anno della 178sima Olimpiade". Questo sistema era piuttosto complicato anche per i greci stessi, per cui si preferiva identificare le singole edizioni dei Giochi riferendosi all'atleta più importante: "l'Olimpiade di Miron... oppure di Diagoras ecc."
Accadeva molto spesso che l'atleta eponimo fosse scelto proprio sulla base del risultato del pentathlon, assurto a simbolo dell'ideale ellenico dell'uomo completo, specialista in nulla, bravo in tutto.
Quali erano le gare che componevano il pentathlon? Erano lo stadio (corsa veloce), il salto, il lancio del disco, il giavellotto e la lotta.
E come si svolgeva la competizione? Noi siamo abituati in questi casi ad avvalerci di apposite tabelle basate su tempi e misure, cosa che ovviamente non era possibile vari secoli avanti Cristo, per cui si suppone che valessero i piazzamenti, ma non abbiamo nessuna indicazione per capire quale fosse il meccanismo di attribuzione dei punteggi. Alcuni studiosi ipotizzano un meccanismo ancora diverso, e cioè che dopo ogni gara venissero eliminati i concorrenti peggiori, fino a restare con due soli competitori che si affrontavano nella gara conclusiva, che era la lotta.
Si cominciava dunque con la corsa di velocità, sulla classica distanza dello stadio, alla quale prendevano parte sicuramente tutti i concorrenti ammessi. Ricordiamo infatti che in Olimpia nel periodo classico non si facevano qualificazioni, che avvenivano invece durante il periodo di preparazione precedente, sotto il controllo degli ellanodici. Tale periodo di preparazione era obbligatorio ed aveva una durata variabile, che in alcuni periodi giunse ad essere di addirittura sei mesi, durante i quali gli aspiranti olimpionici avevano l'obbligo di risiedere in Olimpia. Le modalità di svolgimento dello stadio erano identiche a quelle della gara singola, di cui ci siamo già occupati.
Seguiva poi il disco, anche se l'esatto ordine di svolgimento delle gare veniva stabilito di volta in volta. Questa prova, come le successive due, esisteva solo nel pentathlon, ovvero non si disputavano gare specifiche di lancio del disco e non esiste nessun campione olimpico di lancio del disco. La prova traeva origine probabilmente da giochi di abilità in voga fra i militari, uno dei quali era sfidarsi a chi scagliava più lontano lo scudo di cui ciascuno era dotato. Alcuni attrezzi sono stati ritrovati dagli archeologi, il che ci fa sapere che si trattava di un attrezzo di peso leggermente inferiore a quello che usiamo noi ma di dimensioni più grandi. Cioè era più grande e sottile. La tecnica di lancio è un altro problema sul quale si disputa ancora. A lungo si è creduto che si trattasse di un lancio da fermo ed a questa convinzione si è giunti basandosi sulle raffigurazioni e sulle cronache dell'epoca, ma poi ci si è accorti che nessuno scrittore antico ha mai detto che si lanciasse davvero da fermo, per cui il cosiddetto "stile greco" si basa in realtà su interpretazioni fatte da studiosi che poco sapevano di sport, come vedremo anche trattando del salto. Alcuni autori parlano di "eleganza e leggerezza del movimento" da cui scaturiva la frustata finale, il che può anche indicare che ci fosse una qualche forma di "rincorsa".
Altro lancio era il giavellotto e qui ne sappiamo di più. Anche in questo caso si trattava di un esercizio di derivazione militare, dove però lo scopo non era solo di lanciare lontano ma anche quello di colpire un bersaglio. Si trattava cioè di una gara di forza ed abilità al tempo stesso. Il meccanismo di attribuzione del risultato non è noto nel suo dettaglio, ma è facile ipotizzare che ci fossero dei bersagli collocati a distanze via via superiori: chi lo colpiva andava avanti, chi falliva si fermava. Una curiosità tecnica poco nota è che i lanciatori si avvalevano dell'aiuto di una cordicella avvolta intorno all'attrezzo e legata al polso che si dipanava al momento del lancio fornendo una propulsione maggiore. Prove pratiche eseguite negli anni sessanta da lanciatori di valore internazionale dimostrarono che questa modalità di lancio, una volta imparata a puntino, forniva effettivamente un vantaggio consistente, stimabile attorno al 20%. L'attrezzo era inoltre lungo e leggero, di legno, fornito però di una punta metallica.
Il salto. E' la prova che ci pone i maggiori problemi di interpretazione. Che tipo di salto era?
La differenza maggiore che salta subito all'occhio era che gli atleti si fornivano di due attrezzi, detti "salterii" che consistevano in maniglie di pietra con un lato piatto. Come venivano usati? Mistero. Sempre negli anni sessanta il grande saltatore armeno Igor Ter-Ovanesyan si appassionò alla faccenda e si sottopose ad una serie di prove per capirci qualcosa anche sul piano pratico. Per quanto facesse non ottenne nessun vantaggio dall'uso di attrezzi originali, messi a disposizione di un museo che li aveva. D'altra parte sappiamo che un certo Phaillos di Crotone, un atleta famoso, ottenne una misura che corrisponde a circa 16 metri moderni. Una misura simile si può ottenere solo nel salto triplo, e su questa base infatti il salto triplo venne inserito nella prima Olimpiade, ignorando che si trattava invece di una disciplina di origine gaelica, tipica dell'Irlanda, praticata nel corso dei Tealteann Games che si svolgevano fin dall'antichità, addirittura prima ancora dei Giochi di Olimpia. E allora?
Una teoria che io stesso ho avanzato per primo durante una conversazione con un'amica greca, archeologa e direttrice di un bel Museo, è che in realtà si trattasse di una successione di balzi, più simile agli esercizi di volteggio che eseguono oggi i ginnasti. Le raffigurazioni pittoriche e le descrizioni ricordano infatti molto da vicino quelle minoiche che ci mostrano ragazzi (e ragazze) che affrontano un toro in corsa, balzano oltre le sue corna, appoggiano le mani sul dorso, ed atterrano dall'altra parte con un ulteriore volteggio. Se così fosse si spiega anche la funzione dei misteriosi "salterii" che potrebbero servire come punto d'appoggio a terra per eseguire uno dei volteggi. Il salto sarebbe cioè il ricordo modernizzato di un esercizio facente parte di una cultura pre-greca antichissima. Si tratta solo di una ipotesi, è chiaro, ma qui siamo in un mondo di ipotesi, e questa ha il pregio di essere tecnicamente credibile ed in accordo con la tradizione culturale classica. Quello che è certo, invece, è che non si trattava di un salto da fermo, come a lungo si era creduto.
Infine si arrivava alla lotta, l'ultima prova del pentahlon. Qui invece sappiamo quasi tutto. Sappiamo cioè che gli atleti si affrontavano con le scopo di costringere l'avversario a toccare terra con una parte del corpo diversa dai piedi. Chi ci riusciva per primo per tre volte era dichiarato vincitore. Nel ben più cruento pancrazio (che non faceva parte del pentathlon) la lotta proseguiva anche a terra, con ogni genere di colpi proibiti, finchè uno dei due non si dichiarava sconfitto, oppure intervenivano gli ellanodici. Alla lotta del pentathlon partecipavano solo due concorrenti, cioè quelli che venivano valutati come i due migliori al termine delle precedenti quattro prove. Sappiamo inoltre che si lottava nudi, qui si, per non offrire punti di presa all'avversario, ma anzi, allo stesso scopo, ci si ungeva il corpo al che l'avversario cercava di ovviare sporcandosi continuamente le mani di sabbia.
 
Il vincitore del pentathlon era spesso proclamato "atleta eponimo" dell'Olimpiade, cioè una data edizione dei Giochi era chiamata col suo nome. La città di provenienza ne faceva una specie di eroe nazionale e gli riservava onori principeschi, non solo di carattere simbolico, ma anche consistenti in vantaggi economici talvolta consistenti. Avere un campione fra i propri cittadini era così importante che sono riferiti numerosi episodi di compra-vendita dei campioni, che venivano convinti a suon di regali a proclamarsi cittadino di una polis piuttosto che di un'altra. La faccenda dava spesso origine a dispute furibonde e si narra anche di casi in cui le discusioni trascesero fino all'uso delle armi.
Come si vede non solo oggi esistono gli "oriundi" o i "naturalizzati" ma ogni epoca ha le sue esagerazioni.
 
 

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